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♥ RACCONTO LA MIA STORIA

Al mattino aprivo gli occhi e me ne beavo, godendo della gioia stessa di poterli aprire. Guardavo la sveglia sul comodino, il piccolo elfo delle coccole, la vestaglia sulla spalliera del letto, e tutto questo mi appagava, poi li richiudevo per un attimo e quel po' di buio oscurava le piacevoli sensazioni e lasciava riemergere l'ansia.

Mi levavo di scatto, di scatto davo inizio alla mia giornata per non pensare. Avrei voluto sempre accanto qualcuno che mi dicesse che era un brutto sogno o che ciò che stava accadendo sarebbe passato presto, avrei voluto essere rincuorata, avrei voluto un sostegno. Ma a cosa sarebbe servito? Se cerchi sempre un appoggio non impari mai a stare in piedi.

Questo mi ripetevo in un turbinio di pensieri quando incontrai per la prima volta l'oncologo. Si affacciò alla porta della mia stanza con un sorriso pronunciando il mio cognome, poi mi fece strada verso la medicheria dove ci accomodammo ed iniziò il nostro colloquio.

" Stia tranquilla, signora, sono qui per aiutarla. Penso che le abbiano spiegato la sua situazione e la necessità imposta dalle dimensioni del tumore di sottoporla ad alcuni cicli di terapia neoadiuvante proprio per ridurle, poter operare in campo sterile e constatarne la risposta. E' importante che lei sia consapevole e per questo è mio dovere informarla con coscienza, con estrema chiarezza e sincerità, senza tralasciare nulla. Vedrà, riuscirà ad essere serena e in questo modo potrà guarire. "

" Ma davvero posso guarire? Posso farcela? "

"Vede, è un impegno reciproco, lei deve fare la sua parte, noi ci impegneremo dalla nostra e al 99% ce la farà. Ma solo il buon Dio sa quando il cerchio si chiude e allora nessuno può e nulla serve."

Pur nella piena consapevolezza della realtà, certo non erano le parole che avrei voluto sentire in quel momento, tutti dobbiamo morire, si sa, ma io ero nella condizione psicologica di sentire la precarietà umana più forte rispetto ad altri, per questo fu come ricevere uno schiaffo in pieno viso.

Evidentemente fu palese nel mio sguardo un certo sgomento perché il dottore si riprese.

" Quanto le serve? "

" Di che cosa? "

" Quanti anni le servono? "

" Beh, per tutto quello che non ho fatto e per ciò che mi aspetto dalla vita vorrei vivere ancora una ventina d'anni, poi non so se chiedo troppo. "

" Venti anni? Facciamo trenta e non ne parliamo più. Perché altrimenti dovrebbe rivolgersi direttamente...", e dicendo così indicò il cielo e sorrise di nuovo. Intendeva sdrammatizzare la naturale tensione del momento e scherzava, tornava ad esser serio e gli occhi , incupiti perdevano la loro luce.

" Perderò i capelli? ", glielo chiesi quasi a bruciapelo. Mi rispose in modo secco, questa volta guardandomi negli occhi, lui, oncologo che tante volte si era trovato a dover affrontare situazioni molto più difficili.

" Sì, sarei falso se dicessi il contrario o raccontassi una mezza verità, però posso assicurare che ricresceranno, saranno molto più belli e tutto avverrà in fretta."

" Quando incominceremo? "

"Dipendesse da me inizierei già da domani, ma ho bisogno dell'esito dell'ago-biopsia, altrimenti ho le mani legate."

L'ago-biopsia??! Ma io non l'avevo fatta! E poi che cos'era? Non si finiva mai!

" Quando avrà l'esito potrà venire da me in qualsiasi momento, senza appuntamento e inizieremo subito, perché, questo glielo voglio dire da noi non sarà mai trattata come un numero ma da persona con umanità e rispetto."

Così si concluse il colloquio. Era stato chiaro, sereno, senza cedimenti alla compassione, un discorso forte, teso ad informarmi perché non perdessi la fiducia e mi ancorassi ancor più saldamente alla vita.