Googlelando

8 Dicembre 2017

Ieri sera, durante la trasmissione “Parole” condotta da Gramellini, è stato commentato questo cartello esposto allo I.E.O.  di Milano sul tema “Googlelando”, un neologismo.

 

 

COLORO CHE SI SONO GIA’ DIAGNOSTICATI DA SOLI TRAMITE GOOGLE,

MA DESIDERANO UN SECONDO PARERE,

PER CORTESIA CONTROLLLINO SU

YAHOO.COM

 

 

Ma si sott’intende che il “paziente” non deve informarsi, leggere, studiare comprendere le sue patologie ?

Non dovrebbe informarsi e restare ignorante così da poterlo gestire liberamente senza che vada  a cercare alternative rispetto a quelle proposte dal Medico.

Vediamo cosa scrive l’ A.I.R.C. sull’ argomento:

Il secondo parere è un diritto del malato

Si diffonde anche in Italia l'uso di chiedere una seconda opinione in caso di diagnosi complesse. Lo fanno i medici, ma possono farlo anche i pazienti

Chi riceve una diagnosi complessa e impegnativa come quella di cancro spesso desidera conferme da medici diversi da quello che lo ha in cura. È un bisogno psicologico comprensibile eppure un tempo chiedere quello che oggi si chiama un "secondo parere", ovvero l'opinione di un altro medico sia sulla diagnosi sia eventualmente sulla terapia, era considerato quasi una dichiarazione di sfiducia nei confronti del primo curante. Per fortuna le cose non stanno più così: la sempre maggiore specializzazione della medicina ha fatto sì che i medici stessi ricorrano, con sempre maggior frequenza, all'opinione di un collega che magari ha visto più casi di quella malattia.

 

Non solo: anche i pazienti oggi possono contare su servizi di secondo parere strutturati presso i maggiori centri oncologici nazionali, e organizzati in modo da fornire al medico curante il supporto necessario alla presa in carico dei casi più complessi.

 

Poter contare su più di un'opinione è un diritto del paziente, non un lusso: è importante però scegliere con attenzione il referente, nulla a che vedere con il "giro delle sette Chiese", ovvero la sorta di pellegrinaggio presso il maggior numero di medici possibili, indipendentemente dalla loro formazione.

Google non è che un motore di ricerca, come Yahoo, ma sono sistemi che indicizzano tutti i siti internet per fornire all’ utente informazioni sulle parole digitate per fare una ricerca su uno specifico argomento.

Ma, chiedo io, la responsabilità di quanto viene pubblicato in rete da Enti certificati e ciarlatani del web è tutta di Google ?

Io penso che sia necessario informarsi, approfondire e prepararsi bene sugli argomenti ch si sottopongono a valutazione  medica senza con questo pretendere di saperne più dello specialista, ma certamente, e questo lo posso testimoniare in prima persona, fornendo informazioni quando più possibile con un linguaggio appropriato.

Le patologie per le quali si chiede il “secondo parere”, di norma, sono malattie complesse ed a volte difficilmente descrivibili.

Potrei fare un esempio:

Una patologia neurologica ( e sarei felice di leggere una risposta contraria ) sono di difficilissimo inquadramento clinico. Spesso ciò che turba l’esistenza del paziente sono dei sintomi che il paziente stesso fa fatica a descrivere e quando va davanti allo specialista ( Neurologo ) deve riportare tutta una serie di eventi, dolori, disturbi, sensazioni, emozioni che è difficilissimo trasmettere nel giro di 20/30 minuti, il tempo che  dura una visita.

Se io mi presento da un Neurologo e descrivo la mia patologia riferendomi ad una patologia che ho trovato in rete ma che necessita di avvallo da parte di un Medico, faccio male ? Cioè se io riferisco, per esempio

Tra le varie patologie che ho trovato i miei sintomi sono ben descritti per la

-         Sclerosi Multipla,

-         Sindrome delle gambe senza riposo  (Restless Legs Syndrome)

E se avessi mai una Polineuropatia periferica ed andassi a leggermi cosa scrive la A.I.N.P. Onlus https://www.neuropatia.it/?page_id=11 ?

E se avessi una Disfagia esofagea ed andassi a leggere cosa si scrive sul sito del Centro di iferimento per la Diagnosi e le Terapie delle Malattie dell’ Esofago,di Pisa http://www.esofagopisa.it/it/index.php

E se ritenessi di essere affetto di Sclerosi Multipla  ed andassi a leggere il sito dell’ A.I.S.M. https://www.aism.it/home.aspx 

Ricordo perfettamente il disagio che mi procurava la cannula della tracheotomia: era rigida come una canna di bambou, spessa e difficile da tenere pulita. Tutte le volte che dovevo igienizzarla, era un conflitto allo specchio. L’ ho segnalato e mi è stato risposto dal Primario “queste vengon o fornite e vengono dalla Spagna” Io ero cosciente che dopo la dimissione avrei comunque portare la cannula ed ho atteso il rientro a casa per “googlelare” e capire se la mia condanna di portatore di tracheotomia definitiva, poteva essere ridotto in “appello”. Quello che non mi tornava era che non mi sembrava logico non aver fatto progressi nella ricercai materiali, forme nuove, più avanzate di quelle spaagnole.  di queste protesi respiratorie.

LA MIA RICERCA ON LINE (Googleare)

Il mio primo approccio fu atraverso il sito dell’ A.I.S.M. (Associazione italiana lotta alla distrofia muscolare), una pagina di chiarimento per i termini, casistiche insomma, comesi dice una prima “infarinata”.

http://www.uildm.org/tracheostomia-e-comunicazione .  Un altro sito mi era sembrato “buono” quello di Giovanni Lanzo http://senzatitoloeparole.myblog.it/2010/07/20/facilitare-la-fonazione-nel-paziente-tracheostomizzato-2/ questo è un sito voluto da un paziente tracheostomizzato che in modo abbastanza confuso spiegava come si era comportato lui rispetto alla menomazione. In moltissime su pagine mi sono trovato a pensare che stesse raccontando di me, ma lo spunto più interessante e del quale ci siamo occupati entrambi, è stato sulla ricerca dell migliori cannule tracheostomiche in commercio.

L’ ho trovata alla fine, l’ Azienda  più avanti nel settore, era la Tracoe ® https://www.tracoe.com/produkte/  ed il distributore èper l’Italia è la VEDISE http://www.vedise.net/?p=205.Tracoe. Qui mi si è aperto un mondo di soluzioni integrate, componibili, leggere, pratiche e funzionali.

Iniziai il mio percorso che a questo punto bypassava la preparazione del’ otorinolaringoiatra. Sono passato, come da programma suggerito dalla stessa casa madre, per un anno circa con la cannula Twist, completamente snodata, consentiva di guidare serenamene e soprattutto poter ruotare la testa e quindi alla gamma Mini, cannula non ancora superata: va lavata in acqua fredda, molto fredda in modo da farla irrigidire perché tale resti fino all’inserimento nello stoma. Una volta inserita, la protesi prende la temperatura corporea e diventa morbida e flessibile, consente di ruotare la testa quasi liberamente d è di facilissima manutenzione. Vi era poi la gamma Comfort https://www.tracoe.com/produkte/comfort/  un tipo di cannula come la precedente ma senza alcun  accessorio però costava nettamente meno.

 

INFORMAZIONE E DISINFORMAZIONE

Ad un certo punto, però, dovevo eseguire una visita di controllo e li avrei dovuto “ammettere” che mi ero autodiagnosticato e che avevo già fatto per conto mio e temevo la reazione dell’otorino. Nesuna reazione, anzi …. Era lui che desiderava sapere da me come funzionava, che aspetti negativi della precedente correggeva ed alla fine siamo rimasti quasi un’ora a parlare di questa cannula che lui ha definito “La Ferrari delle cannule” Poi finimmo a parlare dei costi ed il perché l’ULSS non le poteva fornire.

Io, in tutta franchezza, potevo anche comprendere che il SSN non fornisse cannule da 400 € l’una, ma ho chiesto solo una cosa: perché non sono stati loro, come medici ospedalieri, specialisti ad informarmi che esistevano più soluzioni alla loro.

E se io avessi preferito mangiare pane e cipolla ma avere la cannula migliore ?

Certamente se non avessi “googleato” parecchio, sarei ancora con una canna di bambou infilata nel collo.

 

LA SIRINGOMIELIA

Tra le tante diagnosi emesse tra il l 2000 ed il 2004 per le mie sofferenze agli arti inferiori, mi venne diagnosticata una “malattia rara”, la Siringomielia. Anche in questo episodio mi sono dedicato al “googleggio” perché il neurologo mi chiese persino di trattenere una copia della risonanza magnetica per studiarsi un “caso” tanto raro e poi mi mostrò il punto esatto in cui era la mia lesione spinale congenita .. “vede, proprio qui” . Ma io le “lastre” non riesco ad interpretarle per cui andava bene così, l’aveva detto lui solo che i dolori aumentavano e sembrava non ci fossero terapie. Cercai anche l’aiuto del mio medico di base il quali mi confessò che non sapeva nemmeno di che malattia si trattasse. MI misi a studiare io al posto suo ! Difatti, la volta seguente era e continuava a restare ignorante in materia siringomielica .. ma se si fosse almeno degnato di “googleare” un po’ anche lui; troppa fatica. Lui mi avrebbe prescritto ciò che lo specialista prescriveva. Sono rimasto con questa patologia addosso, neurovegetativa ed autoimmune, per 5 anni, finché non mi recai alla visita della sezione medica dell’ I.N.P.S. Io avevo studiato la patologia ma quando il Medico dell’ I.N.P.S. guardò in trasparenza l’esito della risonanza, mi disse “Io qui non vedo fessurazioni mielomiche” . Mi spiace, ma non le vedo proprio.

Ovviamente tornai in ospedale dopo un incontro col medico di base rimasto nel frattempo disinformato, e contesta al Primario di neurologia la diagnosi, confutatami all’ I.N.P.S.

Tutto da rifare, rachicentesi, potenziali evocati, risonanza magnetica ed avanti con gli altri. Alla fine ooops, non era siringomielia, ci siamo smagliati, è Sclerosi Multipla, Primaria Progressiva. Io penso che il Primario si sia sentito una nullità perché non ha avuto nemmeno il coraggio di consegnarmi personalmente il rapporto clinico, me lo ha fatto avere tramite un’ infermiera. Poi ho avuto il riconoscimento dell’invalidità.

Tornai, ovviamente, dal medico di base per informarlo e mi parve piuttosto contento di non doversi affatto approfondire l’argomento siringomielia perché la Sclerosi è di norma seguita da una branca specialistica di neurologia.

 

MA I MEDICI INFORMANO ?

Personalmente coordino un gruppo in Facebook dal titolo

CANCRO AL SENO,

insieme possiamo sconfiggerlo

 

E’ un gruppo di auto mutuo aiuto al quale si accede solo previa verifica

Molto spesso compaiono delle domande che, a mio avviso, non dovrebbero esistere dubbi delle persone iscritte che chiedono suggerimenti per rendere meno pesante la radioterapia, per proteggere i capelli dopo la somministrazione della chemioterapia, chiedono ( d’estate ) con quali modalità possono ( ammesso che possono ) restare al sole o in acqua , se anche a voi è capitato che si verifichino perdite di siero misto al sangue nel post intervento, che esperienza ha rappresentato ‘uso di un farmaco piuttosto di un altro, o persino persone che hanno parlato col mendico ma che non hanno capito niente perché ha parlato o con termini  troppo tecnici, loro usano termini tipo TAC ((Tomografia Assiale Computerizzata)  TB sta per Total Body, ha parlato di linfonodi sentinella, ma cosa sono. Mi hanno rinviato l’operazione perché i valori ematici non sono a posto, se giriamo l’ospedale è pieno di queste abbreviazioni: RM /Risonanza magnetica) eec (Elettroencefalogramma, e vi avanti così per cui la paziente è uscita dall’incontro senza aver capito quale sarà il suo prossimo passo terapeutico.

Assai più grave, a mio avviso, è quando i medici non informano il paziente sulle conseguenze certe della terapia come per me è stato dopo  il ciclo di 35irradiazioni e cioè La Tiroide viene rinsecchita <8sarebbero stati da fare controlli sin da subito) danni all’esofago che viene danneggiato sia a livello nervoso che muscolare, e si potrebbe evitare inseguito di dover sopportare interventi di dilatazione esofagea, alla dentizione perché distrugge la base di ogni singolo dente la mandibola che perde moltissimo in apertura per cui sarebbe bene iniziare subito la fisioterapia riabilitativa cioè cinque presidi fisici di vitale importanza ai  quali  sono arrivato a provare a mettere una pezza solo dopo quattro anni dall’intervento. E di queste mancate informazioni – per pigrizia ? perché si da per scontata una certa preparazione del paziente ( che si dovrebbe informare dove, se non in rete ? )

Ma anche su cose più banali come quella di non indossare legacci della cannula bagnati perché ustionano mentre io li ho lavati ad ogni seduta, lì istruzione di bere molto anzi, moltissimo.

 

CONCLUSIONE

Di vicende come questa descritte ne avrei realmente almeno una decina, dall’ otorino che non conosceva le cannule finestrate, e nemmeno sapeva che le protesi fonatorie hanno varie lunghezze e diametri, un po’ come le scarpe che devono andare bene a chi le indossa, al cardiologo che vede una emiparesi e sostiene che nel giro di un paio di mesi passa tutto mentre dopo 5 anni sono definitivamente lesionato. O il medico che ti prescrive antistaminici iniettabili e vaporizzabili, ed il paziente butta una monetina e decide per intramuscolare ma andavano inalati. O che si può tenere umettata la trachea vaporizzando direttamente nello stoma della soluzione fisiologica.

Credo che i pazienti si lamentino di non avere un vero dialogo con i medici ed i medici non hanno tempo per le “public relations” quindi suggerirei

-         Ai pazienti di informarsi, certamente ma avendo la massima cura sulla scelta dei siti di informa zio ne scientifica i quali, tra l’altro, rimandano sempre ad una consultazione del Medico altrimenti non è un sito serio e non di andare in cerca finché non trovano quello che gli da le risposte che vuole lui.

-         Ai Medici, Il processo di diffusione dei media è oramai inarrestabile, si trova tutto su tutto, siate pazienti perché per arrivare a superare la prima visita, i Vostri malati hanno speso molto tempo da pellegrini del web.

 Sarebbe molto bello se i siti omologati per “buoni” avessero un indicatore assegnato da una giuria di Medici, tipo questo:

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COME ANDARE IN  BICICLETTA

 

COME ANDARE IN BICICLETTA

Si sul dire che quando uno ha imparato ad andare in bicicletta la prima volta, poi non lo dimentica mai.

Il giovedì sera, quasi ogni settimana e compatibilmente con gli impegni di lavoro e di famiglia, ci trovavamo tra amici per suonare in compagnia per puro divertimento e soddisfazione personale. Era un appuntamento fisso, sempre nei limiti del possibile,al quale tutti noi tenevamo moltissimo. Le nostre scelte musicali no erano tanto orientate da uno stile musicale quanto dall’ arrangiamento dei brano : si eseguiva o si provava a suonare un brano, se aveva una “bella batteria” per dare soddisfazione a Gianni, il batterista, 45 anni, titolare di un ristorante pizzeria in centro a Mestre, esattamente sotto quello che all’epoca era l’ albergo più importante e prestigioso della città. Si eseguiva un brano se permetteva a me e Martina, una studentessa universitaria molto impegnata e carina che la mamma non vedeva volentieri assieme ai dei marpioni come noi e spesso si irritava se duettavamo sullo stesso microfono, sconvenientemente troppo vicini. Si eseguiva un brano di Sting per esaltare le doti di Daniele, operaio specializzato della Vetrocoke, settore cristalli per auto, il bassista, che in quel brano esprimeva il massimo delle sue capacità torcendosi nell’ eseguirlo date le difficoltà che esigeva il grande artista. Zucchero Fornaciari gratificava un po’ tutti, compreso Franco coetaneo, responsabile dirigente per il reuper credito nella stessa azienda in cui lavoravo io nonché tastierista del grupppo  che in questi casi doveva variare più volte la “voce” al suo strumento per trasformarlo in pianoforte o organo secondo le esigenze della riproduzione. A Marco, commesso in un negozio di lampadari di Murano, di dieci anni più giovane di noi. il “solista” alla chitarra, erano sempre affidati degli stacchi molto tecnici, distorsore, flanger, echo, chorus erano parte integrante dello strumento  ed era fantastico vederlo suonare e contemporaneamente pestare sugli “effetti” per avere quel di più che la chitarra non riusciva, da sola, a esprimere. Poi Marco si divertiva a girare la chitarra – a fine brano – vero la cassa acustica per ottenere quell’effetto distorsione che negli anni 70 chiudeva tutte le canzoni rock. Era a totale mia discrezione il momento della serata in cui proporre il “mio” brano quello che nella vita faceva l’art director di una importante azienda tessile per arredamento, portato sempre da una chitarra 12 corde di accompagnamento con Martina da sola alla voce.  

Ognuno di noi, chi il microfono, come Martina, che la muta di corde come Marco o un amplificatore dedicato al basso, come Daniele, chi un pick-up professionale, come me per la 12 corde, chi addirittura lo strumento tutto, come Gianni il batterista  o il pedale della tastiera, come Franco, custodiva gelosamente il suo strumento e ne garantiva efficienza. Solo io avevo pensato a tutti, acquistando un mixer semiprofessionale a 16 canali e le casse acustiche principali in grado di esprimere 400 watt e tutto il materiale di cablaggio e di alimentazione dei vari aggeggi rigorosamente a 12 volt.

Per tutti noi era un momento dedicato, una volta arrivati li, nella stanza acusticamente coibentata per le prove che avevo allestito a casa mia, immersi in un caldo animale che ci auto producevamo animandoci nel nostro gioco innocuo da ragazzini adulti.

Solo Gianni, il ristoratore, portava sempre, ma proprio sempre con se il “cerca persone”, lo portava alla cintura e non lo toglieva nemmeno quando suonava: da una parte il metronomo elettronico con l’auricolare all’orecchi e dall’ altre il cerca persone che a me, per principio più che per un abuso dello strumento, irritava molto.

Quella sera a lui è stato utile perché nonostante avessimo già passato il fastidioso momento dell’ accordatura e iniziato da poco a suonare, Gianni ha smesso improvvisamente di suonare perché il cerca persone gli aveva inviato un numero telefonico da richiamare appena possibile.  Tra me e me ho pensato che prima o poi sarebbe successo.

All’ epoca non si usava ancora il cellulare come oggi per cui sarebbe stato sufficiente un minuto di silenzio, avrebbe fatto la sua chiamata ed avremmo potuto ripartire, no, abbiamo avuto sospendere, consentire a Gianni di uscire dal sempre infelice angolo in cui si chiudeva con la sua enorme ed ingombrante batteria e permettergli di andare al telefono di casa per fare questa benedetta chiamata. Ovviamente una pausa tanto lunga, lasciò il tempo un po’ a tutti di abbandonare lo strumento, ventilare la stanza e magari bere anche qualcosa. Purtroppo per noi, però quella chiamata non era fine a se stessa: appena messo giù il telefono ha assunto una espressione seria e contrita per avvisarci che al ristorante c’era una enorme emergenza, un improvviso arrivo non programmato di una marea di persone chiedeva di essere ristorata, sfamata, dissetata dopo un lunghissimo viaggio in treno e dopo aver preso una doccia in una delle camere dell’ hotel e quindi che sarebbero scesi in sala da pranzo o pizzeria oltre duecento persone e che il personale organizzato per una normale serata di un normale giovedì i una normale settimana, era decisamente sotto proporzionato rispetto all’impegno  da profondere. Molto agitato, Gianni mi chiese di poter fare altre telefonate ed intanto la pausa si allungava. Sentito il secondo pizzaiolo ed ottenuta la disponibilità, come per il secondo cuoco di recarsi al  Plaza nel giro di 15 minuti, si mise a cercare qualcuno del personale di sala ma non trovava nessuno disponibile: o proprio non  rispondevano oppure era per loro impossibile aderire ad una richiesta tanto improvvisa.

Gianni, per me, era anche un amico, avevamo fatto più di una cosa insieme, con le famiglie, al di fuori del gruppo musicale, eravamo stati suoi ospiti in alcune circostanze ed era sempre,  direi anzi quasi l’unico, che di tanto in tanto si ricordava che whisky e soda dovevamo comprarli sempre io e mia moglie e che qualche integrazione era anche gradita, per non dire dovuta.

Tanto fece, tanto disse, tanto si arrabbiò ma non  trovò nessuno disponibile e, potenziata la cucina non poteva gestire la sala, il servizio, l’ accoglienza, con il rischio di “perdere” la faccia come gestore del ristorante che deve essere sempre pronto, e come denaro dell’ incasso che nemmeno allora lasciava l’animo indifferente. insomma, erano circa quattro milioni delle vecchie lire un incasso di tutto rispetto e comunque, anche a rifiutare le troppe persone, il personale di cucina e di banco lo doveva retribuire per l’evento straordinario. Credo che a Gianni, in quel momento venisse da piangere. Per tentare di sollevargli un po’ lo spirito gli proposi di sospendere la serata e di andare noi al Plaza a servire ai tavoli. Avete presente un savio che guarda un matto ? Bene, questa era l’espressione che mi rivolse come se avessi bestemmiato ad alta voce o meglio, al microfono. Ci avrei giurato ma Franco, quasi indignato dell’improvviso capovolgimento di programma raccolse le sue cose, seguito a ruota da Daniele e augurò a tuti una buona serata, Marco e Martina almeno cercarono di spiegare che non avevano alcuna esperienza e che, anche  fossero venuti, sarebbero stati più d’ intralcio che di aiuto e mentre ciascuno andava a finire la sua serata dove meglio credeva, io ero già salito in camera mia a cercare e trovare un paio di pantaloni neri, una camicia bianca  pure una cravatta nera, anche se aveva delle righine appena visibili rosse. Un paio di mocassini, rigorosamente neri ed ero diventato un cameriere. Durante la giornata ero passato da stilista a cantante e chitarrista ed infine cameriere di sala e pure relativamente elegante. Benché senza la divisa ufficiale del Plaza, a Gianni andavo splendidamente così anzi, sorridendo finalmente un po’ sollevato, mi disse che sembravo il caposala.

Un veloce saluto alle signore e poi via, di corsa verso il centro per arrivare alla stazione di Mestre in fronte al la quale c’era il ristorante. Gianni, ovviamente non si mise in divisa, lui era il padrone, lui poteva servire in giacca e cravatta, anzi, lui prendeva le ordinazioni, dava disposizioni in cucina ed in pizzeria, senza perdere di vista il banco per le bibite; e faceva anche bene perché a sentirlo sbrogliarsi tra una nuvola di cinesi o giapponesi, riusciva a prendere delle ordinazione che fatalità corrispondevano a ciò che era disponibile in cucina. Lui era rientrato al suo posto di lavoro benché normalmente non servisse ai tavoli, ma quando io mi sono presentato al banco ed ho ordinato sei birre medie per il tavolo “X”, il banconiere mi guardò e mi chiese chi fossi e mi disse pure che non facevano servizio al banco perché quello era un ristorante. E ti pare che io non lo sapevo che ero in un ristorante, era come riprendere in mano la bicicletta.

Credo che quello che rimase più di stucco dell’ incontro con me, sia stato il pizzaiolo che dopo aver suonato il campanello, attendeva che un cameriere gli liberasse il pass; mi guardò e mi disse solo il numero del tolo a lui erano destinate e restò ad osservare come riuscivo a caricare in un solo passaggio tutte le sei pizze.

Non mi chiese più nulla fino a fine serata.

Verso la mezzanotte i giochi sembravano fatti e, siccome alcuni di loro non avevano ancora cenato, mentre noi si liberavano i tavoli e si riattizzava la sala per il giorno seguente, Gianni prese le ordinazioni di noi del personale per organizzare una cena in compagnia. All’ una e mezza circa ero a casa, stanchissimo che non avevo certo voglia di riassettare anche la “sala strumenti” e rinviando questo lavoro al giorno seguente. L mia compagna di allora, dormiva della grossa mentre io non riuscivo più a rilassarmi fino a fidarmi di andare a letto e non restare sveglio a letto ad infastidire chi riposava e così mi misi a riflettere sulle mie esperienze di lavoro, tra cameriere, portiere, meccanico,  cuoco,  responsabile di cassa, rappresentante di commercio e pure sindacale, mi rasserenai pensando che di fame,  perché non avrei trovato lavoro, di certo era un futuro che potevo tranquillamente escludere.

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LA BERETTA 7,65

 


Era nel mese di Agosto del 1974. Ero appena reduce dalla maturità liceale e dovevo effettuare una scelta universitaria sulla quali non avevo dubbi, la mia vita sarebbe stata nei campi, non come coltivatore ma come agronomo .

Il quel periodo, dopo il famoso ’68, anno di rivoluzione ed in piena fase di evoluzione sociale, era molto sentita la necessità di autonomia, di indipendenza, di libertà ed io non potevo di certo andare contro la storia.

All’epoca non era tanto difficile trovare un lavoro, quanto valido e quanto retribuito era tutto da vedere, ma c’er una certa offerta, inoltre io venivo da una esperienza di lavoro già maturata durante le vacanze di scuola, avevo  fatto il meccanico, il cameriere di sala con servizio all’inglese, di pizzeria e all’italiana. In pratica, avendo partecipato a queste stagioni mi ero sempre trovato a confrontarmi con allievi ed insegnati della scuola alberghiera; ampia esperienza avevo nel servizio al banco e pure alla reception. Ovviamente tra Luglio, mese in cui avevo sostenuto l’esame di maturità e settembre, mese in cui avrei dovuto riprendere con gli sudi universitari, mi ero fatto sentire per mantenermi vita, studi e pure i miei extra.

L’offerta mi arrivò immediatamente: era vacante il posto di portineria dell’albergo ed ovviamente il servizio delle colazioni il mattino e la chiusura contabile dalla giornata del ristorante, della pizzeria e del bar.

Va tenuto presente che il famosissimo foglio di calcolo  denominato Lotus 123, non era ancora stato inventato ( è del gennaio del 1983 ) e quindi era tutto un lavoro da amanuense, con tanto di calcolatrice,  carta e penna. Ovviamente accettai immediatamente perché questo impegno di lavoro mi consentiva di guadagnare abbastanza bene, di farmi lavorare di notte e poter andare all’ Università di mattino, destinando il pomeriggio al riposo. La cosa era fatta. Avevo preso servizio ed iniziato pure a farmi una certa esperienza riferita specificamenta a quell’ ambiente. Prendevo servizio alle 20 e da dietro al mio banco di ricevimento, iniziavo a riordinare gli incassi, le mance realizzate fino a quell’ora e a redigere il relativo foglio giornaliero. Più tardi, all’ora di cena, riponevo tutto in cassaforte e mi mettevo in Standby o a studiare fino alle 22, 22,30 orario in cui i clienti cominciavano a rarefarsi ed eventuali conteggi tardivi si potevano segnare come incassi del giorno seguente. Raccoglievo le ultime informazioni sulla serata e grosso modo prima di mezzanotte avevo chiuso il lavoro contabile e potevo riemergermi nelle mie faccende, distolto solo di quando in quando da un cliente dell’ albergo, fosse nuovo o uno che rientrava. Se era nuovo, visto che avevo 19 anni aiutavo volentieri col bagaglio . Avevo imparato a rilassarmi ad orario, a dormire ad orario, a mangiare ad orario per cui a me non davano fastidio nemmeno le spogliarelliste dell’ Arlecchino che rientravano normalmente alle 4 del mattino, io popi mi addormentavo a comando fino alle 5,45 per dare la sveglia ai dirigenti della Coop che dovevano andare presto ad impostare un nuovo punto vendita. Dopo la Coop, man mano scendevano un po’ tutti tranne le spogliarelliste per andare al lavoro per il quale si trovavano in zona Mestre. C’era poco transito di turisti erano più habitué. Mi disturbavano molto le spogliarelliste perché quasi sempre, verso le 8, chiedevano un caffè, un cappuccino, un succo o una bottiglia di acqua; m non mi seccava per il tempo o l’orario ma perché aprivano le porte delle loro camere ( se non mi dicevano di entrare direttamente col passepartout, ed erano normalmente completamente nude sul letto. Bei corpi, nulla da ridire, ma io avevo diciannove anni ! Poi, verso le 8 arrivavano tutti, banco pizzaiolo per impastare, camerieri per preparare gli antipasti e ovviamente si animava anche la cucina. Dieci minuti per passare le consegne e confermare che il “malloppo” del giorno prima era in cassaforte con i relativi conteggi di prima nota di cassa. La domanda di tutte le mattine del pizzaiolo, come se fosse nuova ogni giorno era se le spogliarelliste avevano bisogno di qualcosa …. Quindi me ne andavo, col mio scooter, a Padova, in facoltà di Agrarie, Scienze Agrarie.  

Mi sono reso conto in pochi giorni di essere molto apprezzato ma per un motivo che a me metteva ansia profonda: i due titolari, Giorgio e Fiammetta, che avevano ricevuto la struttura completa come regalo di nozze del padre, erano in totale rottura, lui passava le seratye a giocare a poker con dei clienti che secondo me venivano appositamente per spennarlo e Fiammetta era ubriaca tutte le sere e fumava come non mai nonostante fosse incinta. Ho pure provato a parlarle perché eravamo quasi coetanei, ma non c’era nulla da fare, mi invitava a prendere un RM ( abbreviativo di Amaro Ramazzotti ) con lei. Poi verso le 23 lei andava a casa ( due passi a piedi ) e lui cominciava a giocare. Con lui gho persino dovuto chiarire che non gli avrei mai dato un acconto per il gioco dall’incasso del giorno e che io esigevo di consegnare denaro e prima nota e che avrei richiesto la relativa ricevuta. Lui mi ha pure “guardato male” ma era ancora in grado di capire.

Così una sera, presi in disparte Giorgio e gli esposi un grosso problema: tenere la portineria dell’ albergo aperta d notte era un grosso rischio perché non si poteva prevedere un possibile arrivo di malintenzionati, magari al corrente dell’incasso in cassaforte e che io avrei chiuso a chiave ed aperto solo a volti conosciuti o a persone distinte per accessi tardivi all’ Hotel. Lui mi h detto che avevo perfettamente ragione e che anzi, andava a casa a prendere la 7,65 per la quale aveva il permesso di utilizzo ma solo all’interno, in proprietà privata e da non portare mai fuori dall’ Hotel: l’aveva prevista ma mai utilizzata.

Dopo un quarto d’ora rientrava in albergo, dalla porta di servizio, con una Beretta 7,65 nuova di zecca ed una scatola di cartucce, eccitato come un bambino davanti al gelato. Ha aperto la scatola poi me l’ha mostrata come se fosse una cosa meravigliosa, importante, era lucida,col manico di legno e la canna ed il caricatori cromati, bella ma da darci troppa importanza … Gli ho detto che io non me ne sarei fatto nulla perché in pèrimo luogo non saprei usarla, in  secondo non avrei il coraggio di sparare ed in terzo perché probabilmente davanti ad un attacco armato, avrei solo fatto bene a consegnare lìincasso, ossequiare e pregare il buon Dio che tutto finisse li. Era amareggiato, credeva forse di portarmi una cosa straordinaria, eccezionale, uno strumento di potere, una pistola ! Ho annuito e l’ho presa in custodia, ho aperto la cassaforte e ho riposto arma e proiettili, quindi ho richiuso. Da quella sera, verso le 23 ho chiuso la porta a chiave e fatto il giro del locale per verificare che tutto fosse saggiamente ben chiuso.

Il disinteresse alla pistola che avevo espresso a Giorgio,, non corrispondeva esattamente a ciò che pensavo, ma io in quel momento ed in quella situazione, volevo dimostrare una maturità superiore, una capacità di riflettere prima di agire, di vedere tutte le sfaccettature di una determinata cosa prima di reagire istintivamente, ma mi ero dovuto trattenere.

Quando tutti erano andati, i clienti “normali” erano rientrati e non mi restava che attendere le spogliarelliste, ho tirato fuori dalla cassaforte la pistola per osservarla e studiarmela un po’, molto incuriosito ed un po’ spaventato: io non avevo mi sparato un solo colpo se non con la carabina ad aria compressa tipo giocattolo ma avevo già visto qualche film dove ovviamente le pistole dettavano legge. Tanto fesi che ad un certo punto ho  estratto il caricatore da sotto al manico. Mi sono chiesto come si sarebbe dovuto fare per caricarla ed ho trovato piuttosto laborioso inserire una pallottola alla volta, spingendo in giù la molla del caricatore. Ovviamente mi davo una giustificazione logica per questo mio comportamento perché continuavo nela mia esplorazione quasi morosa, ma mi giustificavo col fatto che era meglio se almeno io e la pistola ci fossimo conosciuti meglio. Ovvio che arrivato a questo punto, e sempre nella prospettiva di approfondire in caso di estrema necessità, ho messo il caricatore al suo posto, all’interno del manico. Ricordavo la mossa del poliziotto che con la mano sinistra, impugnando la pistola con la destra, tirava indietro il carrello della pistola e poi iniziava a sparare con più o meno mira ma era sempre un gesto esaltato dal regista, degno poi del primo piano a quell’uomo tanto ardito; mi ero messo nella parte quindi con gesto disinvolto e sicuro, ho tirato il carrello e la pistola era armata; facile mi ero complimentato con me stesso per l’intuito e la rapidità con la quale avevo gestito la pistola; ricordavo benissimo di quando ero fotografo per strada a Jesolo che per cambiare obiettivo della macchina, le batterie, il flash si doveva maneggiare tutto con la massima attenzione ma anche son la massima disinvoltura perché non si poteva stare in strada e far aspettare qualcuno per un cambio di accessorio. Mi sono reso conto, quando sono tornato al mio posto sulla terra, dietro  al mio bancone da ricevimento, che mi ritrovavo con una pistola carica e non sapevo assolutamente se la sicura era inserita e soprattutto, come far per scaricarla. Avrei anche potuto rimetterla in cassaforte carica, ma avrei dovuto spiegare a Giorgio come mai mi ero dedicato con interesse e in sua assenza alla pistola metre quando ero con lui l’avevo snobbata. La cosa mi scocciava veramente molto. A questo punto dovevo scaricarla, rimettere le cartucce nella scatola e poi mettere tutto via senza farne più parola. Ero spaventato più che altro dal rischio che mi partisse, accidentalmente un colpo con conseguente sveglia di tutti i clienti e migliaia di spiegazioni da dare oltre al rischio di fare danni o prendermi qualche scheggia di rimbalzo, in quella stanzetta destinata al portiere. Forza e coraggio: prima cosa togliere il caricatore e verificare quanti proiettili c’erano estrarre il proiettile in canna, ed era fatta. Il caricatore era facile, veniva fuori esattamente come era venuta fuori vuota, e fino a qui c’ero. Colpo in canna, ricordavo che nei film lo sparo faceva in modo che il carrello si ritraesse per espellere il bossolo e poi  mettesse in canna il proiettile successivo. Riflettendo, ho definito che senza alimentazione dal caricatore ormai tolto, la pistola si sarebbe riarmata a vuoto quindi a quel punto avrei potuto simulare lo sparo tirando il grilletto e metterla così assolutamente innocua. E così ho fatto, tutto bene finché si trattava di tirare il grilletto : ho contato le pallottole nella scatola una decina divolte, c’erano tutte quindi la pistola non poteva essere carica. Ho puntato verso il divanetto per ammortizzare eventuali schegge e, chiudendo gli occhi, ho tirato il grilletto. Tira e tira, non si moveva allora mi è venuto in mente che poteva anche esserci il fermo di sicurezza, e così era, via la sicura, ripetere la simulazione di sparo  vuoto totale perché ( ma io l’ho scoperto dopo) se non entra il nuovo proiettile. La pistola si auto disarma. Io comunque ero arrivato dove volevo quindi pistola e cartucce nuovamente riposte in cassaforte e cassaforte chiusa.

La famosa 7,65, per quanto ne so io, da quella cassaforte non è più uscita.