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♥ RACCONTO LA MIA STORIA

 

Un piccolo mondo fatto di quattro realtà diverse in momenti non facili dell'esistenza... questo percepivo intorno a me e sembrava che al di fuori di quella stanza non ci fosse altro. Invece bastava affacciarsi al corridoio e altre situazioni ti venivano incontro e non potevi fare a meno di sentirti parte di un universo, una piccolissima parte. In verità dovrebbe essere sempre così, non focalizzarsi solo su se stessi pensando di essere gli unici perseguitati da una ria sorte, ma guardarsi indietro perché c'è sempre chi segue, in difficoltà e a volte anche in solitudine.

Prima che la malattia si manifestasse, riflettendo sulla mia vita fino ad allora, avvertivo dei brividi, pensavo che tutto potesse finire in un attimo e del resto per quale privilegio a me doveva essere risparmiato un qualcosa di spiacevole? Per questo, anche se angosciata, non ho mai detto, perché proprio a me? In seguito, con una ritrovata serenità sarei arrivata a dire persino, meglio a me ! Perché scoprivo di avere una forza insperata e una grande volontà, due doni che tutti hanno in potenza ma non tutti riescono a mettere in atto.

In ospedale avevo tanto tempo per pensare a ciò che era stato e poteva essere per me. Avevo speso i tre quarti della vita in modo non giusto, l'avevo sprecato, ora volevo recuperare l'altro quarto e sentirmi finalmente appagata, dopo aver dato un senso alla mia esistenza.

Il sabato era terminato, e mentre le mie compagne dormivano, nel bagno parlavo al telefono con mia figlia. Mi chiamava ogni sera, per farmi compagnia e augurarmi la buonanotte, a casa non succedeva sempre perché la consideravamo cosa scontata e così eravamo lontane, ora invece, lontane fisicamente sentivamo il bisogno di essere vicine e lo facevamo in modo semplice , con poche parole e tanto amore "manifesto".

Mi pettinavo e mi guardavo allo specchio... mamma mia, in che stato pietoso erano ridotti i miei capelli! Avevano proprio bisogno di una sistemata, quei giorni in ospedale li avevo trascurati e ora non li riconoscevo più. Benché da tempo li portassi piuttosto corti, ci tenevo molto ai miei capelli, volevo che fossero sempre in ordine, ben pettinati e con colore e taglio ineccepibili, e ora? Ora avrei dovuto aspettare almeno per la piega, se la ragazza che lavorava con le mie parrucchiere non avesse dato la sua disponibilità a venire in ospedale. Sarebbe stata lì quella domenica mattina sacrificando qualche ora del suo giorno di festa perché mi era sinceramente affezionata e voleva dimostrarmelo. Cara e dolce ragazza! Ero contenta di questa piccola novità che veniva a rompere la monotonia delle giornate di ricovero, sarebbe stato come andare in libera uscita col cervello e non pensare per un po' a quello che stavo vivendo. Dei capelli, in verità mi interessava si e no, sapevo che con la chemioterapia il rischio di perderli era molto elevato ed avevo assunto con essi lo stesso atteggiamento che avevo preso nei confronti del seno. Non mi appartenevano più.

E mi tornò in mente quello che era successo qualche settimana prima, quando per la prima volta in vita mia comperai un cappello per proteggermi dal freddo. Era particolare, un po' stile anni '30, a calotta con una piccola falda intorno.

Quel giorno... indossarlo e rabbrividire fu tutt'uno perché allo specchio, ai miei occhi non apparve la mia immagine con un cappello, bensì una testa senza capelli. Me lo ero tolto di colpo mentre sentivo il cuore battere forte. Erano le settimane in cui si insinuava il dubbio, l'ansia cresceva e ogni sensazione anche senza riscontro appariva esagerata. Ora invece attendevo gli eventi che avrebbero dato corpo ai miei timori o alle mie speranze.

♥ RACCONTO LA MIA STORIA (Note di colore)

 

Quando la mia mente è stanca di tanti pensieri e opinioni, dubbi, domande e risposte, mi piace mandarla "a ricreazione" inventandomi dei giochi, degli scherzi di fantasia, così io mi rilasso e lei riposa per poi ricaricarsi e riprendere la sua "frenetica" attività ( eh si, a volte penso davvero troppo).

In una di queste divagazioni ho pensato se per assurdo si potesse definire ogni nostra giornata con un colore o un aggettivo, o magari con entrambi!?! Da una tavolozza degna di un artista, con il sottofondo di un allegretto ma non troppo verrebbe fuori una magnifica sintesi di stati d'animo ed emozioni, la tela su cui è rappresentata la nostra vita.

Allora, vediamo, per quella "prima" domenica in ospedale... come colore il rosa va bene, e l'aggettivo adatto "dolce" è perfetto. Non poteva essere che rosa, un giorno di festa, senza esami, con i medici che vengono a far visita per dirti buongiorno, con un cielo azzurro come solo marzo te lo può dare in un anticipo di primavera, con l'affetto e il calore di chi ti sta intorno e ti vuole bene. Per l'aggettivo poi tanti sono i motivi perché tanti sono stati gli effetti che quella "dolcezza " ha causato come benefica terapia, potenziando la mia capacità di reagire che giaceva sopita sotto un inutile vittimismo e un vuoto piangersi addosso.

Già dalla sera precedente con le mie "amiche" di stanza avevamo deciso di andare a Messa tutte insieme, così ci eravamo accordate per i turni in bagno della mattina, perché per le nove dovevamo essere giù in cappella. Eravamo straordinariamente euforiche per una cosa così semplice ma per noi tanto bella poiché esulava da quella nostra routine di ansia e, diciamo pure di sofferenza. Ci eravamo addormentate serene in un clima molto simile a quello che può respirare una scolaresca ad una gita scolastica.

 

 

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