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LE MIE RADICI 

 

Per raccontare quanto un

“particolare uomo”

può rappresentare un

“universale umano”

 Autobiografia di Dino Pagnin

 

Scrivo per lasciare un messaggio a chi lo vuole ricevere.

 

Dedicato ai miei figli

Lucio

Paola

Valentino

Chiara

 

LE MIE RADICI 

 

Per raccontare quanto un

“particolare uomo”

può rappresentare un

“universale umano”

 Autobiografia di Dino Pagnin

 

Scrivo per lasciare un messaggio a chi lo vuole ricevere.

 

Dedicato ai miei figli

Lucio

Paola

Valentino

Chiara

PRIMO  GIORNO  DI  SCUOLA

PRIMO  GIORNO  DI  SCUOLA

Da alcuni giorni mia madre stava brigando per preparare il grembiule nero e la cartella scolastica per il primo giorno di scuola.

Ricordo che il grembiule era lungo e ampio, perché doveva durare per più anni; la cartella era costituita dalla parte migliore di un sacco, che veniva lavato, aperto, stirato, tagliato in modo che saltasse fuori un contenitore sufficientemente capace e dignitoso.

Era una giornata magnifica, piena di sole, calda, serena.

Al mattino con i vestiti nuovi fui accompagnato a scuola, assieme al mio gemello, dalla sorella maggiore e mi pareva che tutti mi guardassero perché mi sentivo bello, ordinato, interessante!

Il mio gemello ed io fummo assegnati nello stesso banco, anche perché ci tenevamo “stretti” per mano: era la prima volta in fondo, che facevamo parte di una comunità diversa e più ampia della famiglia, e ciò ci spingeva a solidarizzare, ad essere più uniti del solito.

Rammento pure di aver avuto una boccetta di inchiostro tutta per me, una penna, una matita, una gomma, due quaderni che non vedevo l’ora di usare . .

La mamma mi aveva preparato, con degli stracci morbidi, un “nettapenne” a forma rotondeggiante con un bottone al centro, mi aveva raccomandato pure di usarlo con maniera . . .

Non ricordo cosa ho fatto a scuola quel giorno! Forse ero troppo coinvolto dalle emozioni e da tante novità . . .

ESPANSIONI

ESPANSIONI

Quando venivano dei parenti o dei conoscenti a trovarci, vedendomi bello grasso mi facevano spesso il “ganascino”: mi accarezzavano il viso con le mani per sentire come era liscia la mia pelle, e mi davano, per tale ragione, un fastidio incontrollabile.

Fastidio che mi ha accompagnato per quasi tutta la vita.

Anche oggi non amo essere toccato da persone estranee.

BROSE

 

BROSE

Un evento che mi ha tormentato sino da quando risalgono i miei ricordi, è costituito dalle “brose” (ipettigini) che mi affliggevano continuamente le gambe, le braccia e il viso.

Le mosche mi seguivano e mi davano un fastidio costante. Ogni tanto mia madre o mia sorella mi fasciavano gli arti con dei ritagli di lenzuola lavati e puliti allo scopo di evitare che le “brose” si diffondessero e per proteggermi dalle mosche.

Io però non gradivo per niente le fasciature perché esse cadevano sempre, come i calzini senza elastico, e dovevo continuamente tirarle su.

Così finivo per sciogliere i nodi e quindi buttare via tutto.

I  PIDOCCHI

I  PIDOCCHI

Ben presto dovetti fare la conoscenza con un’altra realtà: i pidocchi.

A tale proposito ritengo che mia sorella abbia avuto molta pazienza e tanto amore: mi curava la testa, me la rovistava sistematicamente, mi lavava in qualche modo.    

Spesso tuttavia dopo pochi giorni eravamo daccapo: i pidocchi proprio non se ne andavano.

Allora i miei parenti pensarono ad una soluzione che doveva essere radicale: far radere i capelli a zero da un cugino allievo-barbiere.

E’ così che iniziò la pratica di periodiche rasature della testa, pratica che durò sino  a quasi tutti gli anni di scuola elementare, cioè quattro.

Arrivava mio cugino con la macchinetta, mi faceva un sorriso che voleva dire “mi dispiace, ma io non c’entro”.

A scuola provavo un grande disagio, perché c’era sempre qualche compagno di classe che mi prendeva in giro a causa della testa pelata.

“ EA  PEATA”

 

“ EA  PEATA”

Tutti i rifiuti urbani di Venezia venivano accumulati su appositi barconi, chiamati “peate”. Tali rifiuti venivano poi venduti agli ortolani di Sant’Erasmo e delle altre isole dell’estuario, per la concimazione della terra.

Ma le “peate” erano miniere per noi ragazzi.

Infatti eravamo eccitati quando, nell’ora dell’acqua alta la peata veniva accostata nell’argine del canale, la cavanella, adiacente agli orti.

C’era di tutto: ossa da vendere; stracci da utilizzare dopo averli sommariamente lavati contenitori di vario tipo come bottiglie, barattoli, cesti; giocattoli rotti ma aggiustabili; persino qualcosa da mangiare come carrube e noccioline; chiodi e ferri . . .

La puzza che emanava dalla spazzatura quando veniva scaricata e gettata sull’argine era grande, ma noi non ci sentivamo disturbati più di tanto!

Per alcune ore eravamo impegnati a utilizzare nel miglior modo possibile tutte le risorse che ci offriva la peata che, fra l’altro, veniva pagata abbastanza bene.

Speravamo sempre che papà riuscisse a comprane più di una, così da poter avere altre occasioni per la ricerca di “piccoli tesori”.

INFATUAZIONE

INFATUAZIONE

Avrò avuto sette o otto anni quando mi accorsi che giocavo particolarmente volentieri con una compagna di scuola, che cercavo sempre la sua compagnia, che mi risultava bella, simpatica, intelligente, diversa.

Sotto il corto porticato della chiesa giocavamo a palline, a bottoni, a “garegoi” con un piacere che non avevo mai provato prima. Ci isolavamo e stavamo assieme il più possibile, ci guardavamo a distanza, ci sorridevamo in modo dolce.

Qualche compagno di scuola si accorse e cominciò a prenderci in giro, a burlarsi di noi, ad insinuare malizie, a raccontare ad altri il nostro innamoramento.

Così finirono i nostri giochi, i nostri incontri, il nostro volerci bene.

Soffrii per alcuni giorni, ma poi riuscii a guardare la mia amica senza il trasporto che avevo manifestato prima.

 

PRIMO  AMORE

 PRIMO  AMORE

Non mi ricordo più il nome.

Non era bella, ma mi piaceva moltissimo incontrarla per la strada verso sera, quando io tornavo dal lavoro dei campi e lei andava a prendere il latte presso una famiglia poco distante dalla mia.

Non lavorava i campi e perciò aveva le mani morbide, non incallite come le altre ragazze del paese, il suo volto era pallido non bruciato dal sole.

Suo padre era un dipendente dello Stato e mi pareva che ciò la mettesse in posizione di privilegio.  

Insomma mi pareva una ragazza diversa per tanti motivi e particolarmente fine.

Aveva avuto pure la bontà di dirmi che io ero diverso dagli altri e che le riuscivo simpatico.

Così, quando ci incontravamo era evidente la nostra gioia, la nostra emozione, la voglia di rimanere assieme.

Però né lei né io potevamo tardare per l’ora della cena e quindi i nostri colloqui duravano una decina di minuti dopo di ché ci lasciavamo con tanta tenerezza e malinconia.

La storia durò per qualche mese perché lei si trasferì con la famiglia in altra località.

LE  TOPPE

LE  TOPPE

Sarà stata la qualità della stoffa, sarà stato il tipo di lavoro che facevo, sta di fatto che i calzoni si consumavano e si laceravano quasi sempre sulle ginocchia e sul sedere, mentre la giacca si rovinava sui gomiti e i calzini si rompevano sulle calcagna e sulle punte delle dita dei piedi.

    Fu così che vidi, per molti anni, mia madre e le mie sorelle maggiori, intente a rattoppare i miei vestiti e quelli dei numerosi fratelli di sera o nelle pause di lavoro dei campi.

Non c’é dubbio che esse si industriavano a fare del loro meglio per salvare l’estetica, per quanto possibile, e per garantire la funzionalità del rattoppo, però non erano sarte e lavoravano come potevano con i mezzi scarsissimi che avevano a disposizione.

I risultati spesso erano davvero pietosi.

Io sapevo di essere povero, sapevo che molti altri ragazzi avevano toppe sui vestiti, che non si poteva pretendere di avere vestiti nuovi ogni volta che si rompevano, ma le toppe sui vestiti mi davano fastidio, mi mettevano a disagio psicologico.

Forse è nata da qui la mia abitudine di allora e di adesso ad avere riguardo per ciò che indossavo e che indosso.

Penso di dover anche delle scuse a mio fratello gemello che veniva troppe volte rimproverato perché non aveva rispetto per i suoi indumenti come, dicevano, lo avevo io.

In realtà si trattava di due stili diversi di comportarsi di fronte alla realtà: di due modi diversi di percepire le cose e il loro uso.

CALZONI  ALLA  ZUAVA

CALZONI  ALLA  ZUAVA

Ero in piena adolescenza.

Mio fratello maggiore di due anni, mi aveva regalato i suoi calzoni alla zuava perché a lui stavano stretti.

Li indossai e mi parve che mi stessero a pennello.

Quando mi recai alla messa domenicale, mi sentivo molto più elegante del solito, più interessante, e provavo uno stato di benessere, di narcisismo acuto.         Qualcuno ebbe la cortesia di dirmi che stavo proprio bene vestito così, che parevo un altro.

Per due-tre anni fu un vestito che amai molto perché mi rendeva più disinvolto, più sicuro di me, più aperto agli altri.

I calzoni alla zuava erano molto diversi dai calzoni dei giorni di lavoro, per qualità di stoffa e per forma, e quindi mi davano la sensazione di essere proprio in un giorno di festa, non di fatica.

Da allora apprezzai chi sapeva e poteva vestirsi bene.

Più avanti con gli anni, neppure un vestito elegante mi ha mai “montato la testa”.

PESCA  DI  GO’

 

PESCA  DI  GO’

Quando la marea era molto bassa, nei mesi di gennaio-aprile soprattutto, rimanevano asciutte (scoperte) delle larghe isole del fondo lagunare. In mezzo alle alghe andavamo noi ragazzi, a piedi scalzi, in cerca di “gò”, senza rete: a mano.

C’erano degli inconfondibili buchi che segnalavano la presenza di una famiglia di gò.          

Allora infilavamo il braccio nudo nel buco e con la mano libera tenevamo chiuso l’altro buco di uscita e ci trovavamo tra le dita i pesci che tentavano inutilmente di scappare.

Uno alla volta venivano presi e depositati nell’apposito cesto di vimini.

Era bello per me comunicare a mio fratello, col quale andavo sempre assieme, che ne sentivo molti, che erano grossi, che era facile tirarli su.

Erano momenti così allegri, così vivi, che si finiva per dimenticare, o quasi, che faceva freddo, che le maniche della camicia erano bagnate, che eravamo tutti sporchi di fango, che avevamo una fame da lupi, che eravamo stremati dalla fatica.

LATTE

 

LATTE

Mi raccontava mio fratello maggiore:

quando tu eri appena nato io avevo tredici anni e provvedevo alla mungitura delle mucche. Mentre tutti dormivano io salivo le scale senza far rumore e portavo alla mamma una ‘tazzona’ di latte appena munto, senza dire niente a nessuno

Quando diceva queste cose io volevo sapere, ero ancora bambino, perché il latte alla mamma di nascosto . . . ?

Allora mi rispondeva che eravamo tutti in una grande famiglia, con i nonni, gli zii, i vari nipoti, le nuore, e non tutti erano in grado di capire che la mamma aveva il “diritto” ad una quantità di latte maggiore degli altri e doveva nutrirsi di più perché aveva due gemelli.

Lui però riteneva di non far nulla di male, che era meglio evitare discussioni, rimproveri e fraintendimenti, ed era felice di dare un aiuto alla mamma che, a suo avviso, non veniva capita ed amata.

 

BUONI  E  CATTIVI

BUONI  E  CATTIVI

Da bambino alla sera ascoltavo sempre quando potevo, i racconti degli adulti. Così venivo a sapere quanto cattivi e quanto buoni venivano giudicati i parenti ed i conoscenti vivi e morti.

Mi attraevano episodi di violenze, di astuzie, di ipocrisie per il possesso di qualcosa; o episodi di bontà, generosità, dedizione, intelligenza.

Il male e il bene stavano tutti da una parte.

Così  io dividevo dentro di me i parenti ed i vicini da amare ed i parenti ed i vicini da odiare; i parenti di cui ci si poteva fidare e gli altri dai quali era meglio stare alla larga.

Così interpretavo in modo molto radicale i gesti, le parole, i comportamenti delle persone con le quali venivo a contatto e mi dispiaceva non potermi fidare di tutti.

“STRANIERI”

 

“STRANIERI”

Erano poche le persone che venivano a Sant’Erasmo quando io ero bambino.

Essi, quindi, rappresentavano un evento molto stimolante.

Il “caregheta”, il maniscalco, il venditore di attrezzi di legno (il friulano), il venditore di stoffe, rappresentavano persone estranee ed un poco strane, soprattutto perché vivevano senza lavorare la terra (mi pareva impossibile) perché avevano un modo di parlare diverso dal nostro, perché vestivano in modo caratteristico, perché sapevano dire e fare cose specifiche ed interessanti.

Erano per me degli stranieri che mi incuriosivano proprio per la loro diversità. Di essi mi interessava quasi tutto: come trattavano noi bambini, come si rivolgevano alle donne di casa, come esprimevano le loro richieste, che colore avevano la loro pelle e le loro mani, che tipo di vestiti indossavano (quando erano puliti o sporchi), quali parole non riuscivo a capire, come si comportavano a tavola, quanto volevano di “paga” per il lavoro svolto o quanto facevano pagare la loro merce.

Raramente si accorgevano della mia indiscreta presenza, sia perché cercavo di non disturbare, sia perché avevano ben altro da fare!

DUE  MADRI

 

DUE  MADRI

Dopo la nascita di sei figli e prima di altri sei, nacqui io il 5 maggio 1924.

Mia madre mi raccontava che fu sorpresa e preoccupata quando le dissero che la mia nascita sarebbe stata seguita da un altro figlio, mio gemello.

Mio padre, invece, era orgoglioso, non solo di avere già otto figli all’età di trent’otto anni, ma anche di averne due alla volta: ciò esaltava la sua fecondità allora molto apprezzata.

La mia sorella maggiore mi raccontava che la mamma, vedendosi due figli in una volta, (dopo nove anni la vicenda si ripeterà), chiamò le due figlie maggiori di undici e nove anni e disse loro che affidava Dino, io, a Evelina e Otello, mio gemello, a Elena, invitandole ad avere cura ciascuna del proprio fratellino, perché lei non avrebbe mai, da sola, provveduto al necessario per mantenerci in vita e farci crescere sani e belli.

LA  FOTO

 

LA  FOTO

La mia salute di neonato e di bambino non è stata florida, ma mio fratello gemello stentò più di me a crescere ed acquistare la necessaria robustezza per sopravvivere, in un periodo ed in una condizione in cui il medico condotto passava una volta alla settimana e sempre con premura, le medicine erano del tutto eccezionali ed il pediatra non si sapeva chi fosse.

Il latte abbondante della mamma, forse riuscì a farci maturare in modo quasi normale. Io tuttavia rimasi un bambino linfatico ed adenoideo, mentre mio fratello superò la sua debolezza iniziale solo dopo i quattordici anni.

I primi ricordi risalgono a quando un parente di città ci volle fare delle fotografie perché riteneva che noi due gemelli fossimo “interessanti”, eravamo molto grassi e ciò corrispondeva ad essere floridi e belli.

Ci misero in diverse posizioni, vestiti alla marinara, in piedi, seduti sull’erba, assieme e da soli.

Dopo qualche giorno ci hanno fatto vedere le foto ed io ebbi la sensazione di assomigliare ad un porcellino lucido e turgido e mi spiacque constatare che ero più basso del mio gemello, anche se mi consolavo nel vedermi più grasso.

PENTOLINO

 

PENTOLINO

La mia famiglia aveva fatto conoscenza con un’altra famiglia di Venezia, che veniva la domenica a passare la festa a Sant’Erasmo.

Fu così che mi invitarono a recarmi a casa loro quando mi recavo a Venezia per qualche lezione, per consumare la mia colazione di mezzogiorno.

Accettai, ma con grande imbarazzo.

Avevo nella borsa un pentolino ermetico nel quale mia madre mi metteva due tre fette di salame da cuocere, da mangiare col pane che mi comperavo in un negozio a Venezia.      

Così tiravo fuori il mio pentolino e consumavo il pasto a tavola con gli amici ospitanti.

La padrona di casa mi chiese, garbatamente e intelligentemente, se volevo approfittare di un piatto di pastasciutta calda che lei preparava anche per i suoi familiari.    

Risposi di sì e chiesi a mia madre di portare un po’ di salame di più ed un po’  di verdura “in cambio”.

Per un po’ di tempo andammo avanti così, portavo frutta e verdura e mangiavo con loro, come loro.

Però finii per rendermi conto che la mia presenza non poteva non creare disagio, non interrompere i ritmi della loro vita familiare, non impedire quei discorsi che si fanno quando ci sono ospiti in casa.

Dissi che non potevo più recarmi da loro, inventando una frottola che loro fecero finta di ritenere vera.

Così da essi andai solo dopo che avevo consumato il mio pasto seduto in qualche parte (Venezia offre molte opportunità per sedersi) e dopo che avevano schiacciato il pisolino, abitudine irrinunciabile per i “vecchi” di casa.

Dalle tredici alle quindici, quindi, girovagavo per le calli e per i campielli di Venezia come un turista, ma con tanto sonno addosso, tanta stanchezza, tanta tristezza, almeno qualche volta.

INVERNO

 

INVERNO

D’inverno, quando faceva freddo forte, mi rincresceva moltissimo alzarmi dal letto, perché odiavo il passaggio dal tepore accumulato faticosamente sotto le coperte, al gelo dell’acqua del catino per lavarsi il viso, all’aria frizzante che passava tra le fessure delle porte e i vetri delle finestre.

Mi mettevo in fretta i calzini, i calzoni, la camicia e la giacca, infilavo gli zoccoli di legno e correvo giù per le scale per incominciare a scaldarmi.

Di solito non bevevo e non mangiavo nulla appena alzato, andavo come tutti gli altri sui campi a lavorare in attesa che arrivasse, dopo un’oretta, la colazione, cioè una tazza di latte e orzo con polenta arrostita.

Consumavo, in compagnia dei fratelli, la colazione seduto in qualsiasi posto, sull’orlo di un orto, su un tronco di un albero, su un vaso di latta, su un cesto di vimini, sulla carriola.

Poi cominciavo a lavorare come prima, fino a mezzogiorno.

Se c’era il sole riuscivo a indovinare quanto tempo mancava al suono delle campane e quindi al pranzo: l’ombra degli alberi, della propria figura, del badile piantato verticalmente, mi consentiva di sbagliare di poco, di cinque minuti circa.

A mezzogiorno quindi, lasciavo gli arnesi sul posto e, svelto, mi recavo a casa per la consumazione del pasto.

Speravo di trovare qualcosa di particolarmente gradito (una pastasciutta era il massimo), ma c’era poco da variare, si sapeva quali erano i cibi possibili: minestra di fagioli, polenta, pesce, qualche fetta di salame e anche qualche briciola di formaggio.

Il pasto era consumato da tutti in breve tempo: c’era l’abitudine di mangiare in fretta, avidamente, come chi avesse qualche paura di trovarsi senza cibo.

Il pomeriggio era breve: dopo poche ore di lavoro il sole tramontava ed allora tornavo a casa con gli arnesi per la cena che normalmente era costituita da radicchio crudo, polenta, una fetta di salame o un po’ di formaggio o un pesce o crostacei che andavamo a pescare nei  “canali”.

Consumavo la cena ancora più in fretta del pranzo, perché avevo una grande premura di uscire di casa per andare alla canonica, dove il prete mi accoglieva sempre, assieme ad altri quindici venti ragazzi, e mi faceva giocare, mi istruiva, mi intratteneva conversando un po’ su tutto.

A poco a poco questa fu la vita che contava per me: lavoravo sempre e volentieri pensando al momento di incontro serale, senza del quale nel giro di qualche anno l’esistenza mi sarebbe risultata insignificante e troppo dura, specie d’inverno.

I  GELONI  O  “BUGANZE”

 

I  GELONI  O  “BUGANZE”

Quando il freddo era grande, le orecchie, le mani e i piedi li sentivo particolarmente gelidi. Alla sera, se riuscivo in qualche modo a riscaldarmi avvicinandomi al fuoco acceso per la cottura della polenta, mi prendevano i “diavolini” ossia dei dolori acuti con fitte che si diffondevano più in profondità, oltre le orecchie, le mani ed i piedi.

Quindi mi prendeva un forte prurito che mi induceva a grattarmi sconsideratamente.            

Dopo qualche giorno apparivano i geloni o “buganze”, con gonfiori, lacerazioni della pelle, fuoriuscita di siero e sangue.

Per l’intero inverno quindi, le dita delle mani, dei piedi e le orecchie, rimanevano turgidi e doloranti.           Ma tutto ciò non costituiva un grosso problema pratico perché si faceva tutto egualmente e non occorrevano medicine. Bastava aspettare la primavera e tutto passava.

Al massimo restava qualche cicatrice che nessuno considerava un inconveniente degno di attenzione.

L’ATTESA

L’ATTESA

Per avere il necessario controllo sui progressi che andavo facendo nei miei studi solitari, iniziati a vent’anni, una volta la settimana andavo presso l’Istituto Cavanis a Venezia e attendevo che qualche professore-prete avesse un’ora “buca” da dedicare a me.

A volte dovevo aspettare più ore in uno stanzino senza poter uscire per non perdere l’occasione di una valutazione cui tenevo tanto. Non potevo muovermi per non disturbare gli studenti che lavoravano nelle aule, non potevo scambiare una parola con qualcuno perché tutti avevano da fare.

Abituato a studiare sempre da solo, in casa mia fra le mie cose e con la possibilità di uscire, mi trovavo a disagio in una stanza; mi sentivo estraneo, accettato solo per pietà, e meno male che c’era, ma mi sentivo una presenza del tutto anomala e spesso mi prendeva una gran voglia di sbuffare, di urlare, ma non sapevo far altro che aprire i libri e cercare di attendere con pazienza il momento dell’incontro.

ANNI  TRENTA

 

ANNI  TRENTA

Negli anni trenta, nella mia isola, dall’alba al tramonto era il giorno, dal tramonto all’alba era la notte.

Nessuno si sarebbe sognato di ridurre l’orario di lavoro quando il sole illuminava la terra.

Il lavoro dei bambini era di norma: ogni ragazzo si sentiva alla pari con i grandi . . .

I discorsi che si facevano potevano essere ascoltati da tutti, non esistevano segreti: le aspirazioni, i desideri, le paure, i problemi di tutti erano davanti a tutti, piccoli e grandi.

Molti eventi coinvolgevano  in modo particolarmente intenso: le semine, i raccolti, i temporali, il secco della terra, le alte maree, le stagioni, gli animali . . .

I bambini e gli anziani si stancavano prima degli altri e quindi si coricavano a letto presto, appena finita la cena.

Mi ricordo che a nove anni ho finito di frequentare la classe quarta elementare e mi sono emancipato dalla scuola per iniziare una nuova vita che veniva considerata più autonoma, più seria, più produttiva.

UNA  MATTINATA

UNA  MATTINATA

Il canto degli uccelli, numerosi e vari, la luce che entrava dalle ampie fessure delle finestre, il muggito delle mucche che reclamavano l’erba da mangiare, erano i segnali che rendevano improcrastinabile l’alzata dal letto nei giorni di primavera e di estate.

Se era un giorno di vendemmia e venivo invitato a raccogliere piselli, fagiolini, zucchine, mi sentivo apprezzato, perché ero tra i più svelti della famiglia; se venivo invitato a zappare, vangare, rastrellare, falciare, seminare, trasportare concime, ero meno contento ma facevo volentieri quasi tutti i lavori.

Dopo un’ ora di fatica vedevo regolarmente apparire, dal fondo di una stradicciola, la mamma e una sorella maggiore con la “merenda”: polenta abbrustolita e latte-orzo; ciascuno riceveva la sua parte. Versata con un mestolo di ferro su tazze di terracotta, ci si sedeva dove capitava e si consumava nel giro di pochissimi minuti il pasto per riprendere subito il lavoro interrotto.

Il suono della campana di mezzogiorno ci avvertiva che la mattinata era finita e che si poteva andare a pranzo.

SOGNO  E  VEGLIA

 

SOGNO  E  VEGLIA

Una sera, quando ero ragazzo, un gruppo di adolescenti e giovani si intratteneva col parroco in canonica per chiacchierare del più e del meno; siccome da qualche giorno avevo un problema che non riuscivo a risolvere chiesi quasi a bruciapelo:

“ma, mi dica per favore, siamo sicuri che noi uomini quando sogniamo siamo lontani dalla realtà e quando siamo svegli siamo vicini ad essa?”

Il prete mi guarda un po’ sorpreso e mi risponde:

“ma cosa ti viene in mente?

Però qualche altro del gruppo si interessò e così discutemmo a lungo senza tuttavia giungere a qualche conclusione attendibile.

Il prete riassunse il discorso dicendo che altri uomini si erano posti la stessa domanda e che altri se la porranno ma che é difficile immaginare una risposta definitiva.

Tornai a casa un poco deluso e un poco rincuorato, non avevo avuto una spiegazione, ma non avevo neppure fatto una domanda cretina o pazza.

Quando sei anni dopo lessi il discorso del metodo di Cartesio e costatai che anche lui si era posto il problema, aumentai un po’ la fiducia nei miei mezzi conoscitivi e mi sentii spinto a leggere tanto, a leggere sempre, per capire di più.

  RIVALSA

 

RIVALSA

In occasione delle grandi feste del paese veniva da Murano una banda musicale: mi faceva invidia vedere tra i ragazzi della banda alcuni che avevano la mia stessa età, sapevano leggere la musica, suonare uno strumento, ma soprattutto erano dei protagonisti ammirati e vezzeggiati.

Di fronte ad essi mi sentivo sfortunato, irreparabilmente svantaggiato, non solo perché essi facevano parte della banda, ma pure perché erano vestiti bene, da signori, avevano la pelle morbida, le mani bianche e non la pelle bruciata dal sole e le mani sporche di terra.

Mi rendeva più sopportabile la “sfortuna” il fatto che in paese tutti i ragazzi erano ignoranti, poveri, rozzi come me, o quasi o ancora di più.

Però la voglia di conoscere la musica e di suonare uno strumento mi restava dentro, al punto che più tardi tentai da solo di suonare l’organo della chiesa parrocchiale.

Quando dopo alcuni anni, mi vedevo davanti alla tastiera per accompagnare i canti religiosi delle messe e dei vespri, sentivo serpeggiare in me un sentimento di orgoglio, di rivalsa, che mi ha accompagnato stupidamente per qualche anno.

 

SCENEGGIATA

In occasione di una visita alla scuola e alla sede del Fascio da parte di un gerarca del Partito Fascista, la maestra affidò anche a me la recita di una poesiola a carattere celebrativo, davanti a tutte le autorità, sopra un palco.

Avevo otto anni, portavo abitualmente gli zoccoli di legno e non disponevo di una camicetta da balilla.      Per quel giorno potei indossare camicia e calzini speciali, procurati dalla maestra, che mi aveva raccomandato pure di lavarmi bene i piedi, le mani e il viso.

Capivo che la maestra aveva “investito” molto e che essa si aspettava le avessi fatto fare buona figura.

Quando fui sul palco la timidezza si trasformò in temerarietà: recitai con un tono e una forza sconosciuti a me e agli altri.

Ricevetti una valanga di applausi accompagnati da risate generali e rumorose.

Restai perplesso, non capivo se ridevano per la caricatura che avevo realizzato di me stesso, o se stavano in qualche modo divertendosi per la sceneggiata.

 

STILE  PATETICO

Gli occhi scialbi, la struttura fisica fragile, il “visus” adenoideo, gli arti magri, l’atteggiamento melanconico, inducevano le persone a guardarmi con una certa benevolenza mista a compassione.

Ogni tanto ascoltavo espressioni come le seguenti:

poverino, non sembra molto sveglio, mi pare un poco malato, guarda che pallido, vedi come è mingherlino . . . ”.

Capivo io e capivano anche loro che non ero vitale, esuberante, aggressivo, felice.

Mi dispiaceva essere considerato “diverso”, ma dovevo convenire che non ero tutto a posto. Tuttavia non mi dispiaceva essere notato e commentato.

Troppe volte mi trovavo a sognare ad occhi aperti, come si dice, ad essere soprapensiero, a vivere in uno stato di dolcissima malinconia.

In alcuni momenti mi sarebbe piaciuto morire tra le cose che amavo svisceratamente: gli orti, le piante, l’acqua . . .

Successivamente lo stile patetico credo mi sia rimasto, però è cresciuta in me la voglia di capire, di avventurarmi in qualcosa che smentisse l’impressione di un ragazzo rassegnato fino dall’inizio della vita.

Così ho dovuto fare i conti per tutta la vita, con la tendenza alla diversità e la tendenza all’uguaglianza.

 

FREDDO

Consumare la legna solo per riscaldarsi e per riscaldare la casa era fuori della logica del tempo e del luogo: la legna, la poca legna che si riusciva ad accatastare in autunno, doveva servire esclusivamente per cuocere i cibi e in particolare la polenta per tutti e per tutti i giorni due volte al giorno.

Se poi, qualche volta, si riusciva a scaldare la stanza-cucina, grazie alla cottura della polenta, tutto di guadagnato.  

Così si finiva, a volte, per accalcarsi attorno al fuoco, disturbando la donna di turno che mescolava il pentolone (la caldiera) della polenta.

Il fuoco, a me ragazzo, pareva bello, confortevole, un poco magico, ma non avrei mai osato chiedere che il fuoco stesso rimanesse acceso oltre il necessario per semplice diletto.

Quando il fuoco andava spegnendosi si avvertiva, d’inverno, penetrare nei vestiti l’aria fredda, umida della stanza che era chiusa da una porta e da due finestre con delle enormi fessure.

Di notte, naturalmente la temperatura delle camere era quella determinata dalla natura, d’inverno e nelle altre stagioni.

 

INCONTRO

Dopo un periodo di attesa, presso l’Istituto Cavanis di Venezia, finalmente il prete-professore veniva da me, mi invitava ad entrare in un’aula vuota ed esaminava i compiti scritti di latino, algebra, geometria e italiano.

Mi rivolgeva qualche domanda sulle cose studiate e, a volte leggevo sul suo volto la sorpresa per le risposte decisamente inadeguate che fornivo.

Mi incoraggiava a parlare, ma quasi sempre finiva per parlare solo lui, perché avevo delle evidenti difficoltà ad esprimermi in termini appropriati ed egli  voleva evitarmi troppo disagio, troppa fatica, troppa tensione.

Il più delle volte capivo pochissimo di quanto mi veniva pazientemente spiegato, tuttavia non osavo manifestare i miei dubbi, le mie distrazioni, e tutto sommato, la mia scarsa intelligenza.

Con molta carità, ma anche con evidente perplessità, il mio professore di turno mi salutava e mi invitava a tornare, cercando però di impegnarmi di più e con più attenzione.

E pensare che studiavo tante ore, tutti i giorni, al massimo delle mie energie!

L’autodidatta è un brutto affare, almeno per certi versi.

 

EVELINA

Mia sorella Evelina era contenta che io, a vent’anni, mi fossi deciso a studiare: era quasi orgogliosa. Nella sua squisita naturale e femminile sensibilità, si accorgeva quando non avevo abbastanza denaro per recarmi a Venezia a sostenere le inevitabili spese di viaggio e di alimentazioni.

Allora mi veniva vicino e mi cacciava in tasca una moneta.

Di solito la ringraziavo, ma altre volte non volevo accettare il denaro perché mi pareva di avere quanto mi bastava.

Allora lei insisteva dicendomi: “testone”, ossia stupido, nel senso più benevolo che si possa immaginare.

Non ho mai avuto dubbio sulla spontaneità dei suoi doni, sulla gioia che provava nell’essermi di aiuto. Che lezione di vita, che grandezza d’animo, che conforto mi ha dato!

Mi dispiace di averlo scoperto “dopo”.

“D’altra parte io ricevevo le tue attenzioni, Evelina, come se fossero naturali, scontate, tanto erano autenticamente generose!”

 

DIPLOMA

Quel giorno avevo visto il mio nome tra i nomi dei “promossi”.

Avevo così visto e coronato un progetto che credevo irrealizzabile: ero diventato maestro elementare!

Avevo ventitrè anni, era settembre, Venezia era bellissima per i colori caratteristici della stagione, per il sole, la gente, le barche, mi pareva di scoppiare dalla gioia!

Mi fermai per qualche minuto nella parte più alta del Ponte dell’Accademia a guardare il mondo, la realtà.

Per un po’ mi sono sentito quasi un eroe, una persona di successo, uno degli uomini più fortunati della terra, uno che poteva anche congratularsi con se stesso!

Vedevo la realtà in modo diverso da prima: non più da mendicante di qualche lezione, qualche aiuto, qualche conforto, qualche pasto caldo, ma un professionista, che emozione!

Andai a comunicare la “notizia” a tutte le persone che mi pareva avessero interesse e piacere di conoscerla.

Da quel momento ho cominciato a passare dal sogno alla realtà, dalla eccitazione alla gioia contenuta.        

Le reazioni non erano state fredde, ma non corrispondevano certo alle mie attese: non mi sono sentito abbracciato, ammirato, applaudito.

 

Ed era ovvio, solo io vedevo nel diploma una conquista quasi incredibile.

 

A  QUATTRO  MANI

All’età di sedici anni avevo appena imparato a suonare le note musicali quando una domenica la maestra mi invitò a casa sua.       

Mi fece sedere al suo pianoforte, mi mostrò quali note dovevo suonare, raccomandandomi di rispettare il ritmo, lei avrebbe suonato assieme a me . . .

Suonai come potei, ma l’accompagnamento della maestra mi diede la netta sensazione di suonare davvero il pianoforte con risultati sorprendenti.

Tornando a casa, passata l’euforia del momento, mi è venuto in mente la seguente analogia:

La mia maestra assomigliava a Dio!

A suonare realmente la musica dell’Universo è Dio,

a spingere il mio animo a imprese ambiziose,

a farmi provare entusiasmi incontenibili, è Dio.

Se manca Lui, la mia musica e quella di tutti i musicisti,  

diventa uno strimpellare banale, una stupida illusione.

Ma ho constatato che la maestra era felice di vedermi entusiasta e che era convinta valesse la pena far suonare allievi di buona volontà. Lei stessa sembrava divertirsi di più con i suoi allievi che da sola.

E tu, Dio cosa pensi?

 

VERITA’  E  CULTURA

Quando avevo circa vent’anni, credevo che le persone colte conoscessero le verità che io non conoscevo.   

Ciò mi faceva provare una grande voglia di sapere anch’io quello che sapevano loro.

Ho letto, quindi, con avidità diversi libri di diversa natura, nella speranza di recuperare il tempo perduto nell’ignoranza.           

Per molto tempo ancora ho avuto una specie di venerazione per coloro che mi parevano giganti della cultura: filosofi, teologi, sociologi, psicologi, pedagogisti famosi.

Alla fine mi è sembrato chiaro che chi sapeva molto, tanto da sbalordire numerosa gente, in fondo sapeva ben poco, quasi nulla rispetto a ciò che ciascuno vorrebbe sapere e che non saprà mai.

E’ cessata l’ammirazione incondizionata per lasciare spazio alla sensazione che tutti andiamo alla ricerca di qualche briciola di verità, che qualche granellino lo raccogliamo, ma che ci sfugge la Verità che è troppo grande per noi, per le nostre energie, per il nostro tempo, per la nostra intelligenza.

Eppure spero di trovare qualche altra scheggia di verità e continuerò a cercare, non mi resta altro da fare.

 

CHIAMATA

Io credo che ci sia stato un giorno decisivo per la qualità della mia vita.

E’ stato il giorno in cui il parroco del mio paese, venuto da poco, in un pomeriggio di domenica, si avvicinò quando avevo quattordici anni, mi parlò, si interessò di me in modo nuovo, diverso, inaspettato.

Da quel giorno ho potuto ascoltare una voce che non avevo mai sentito prima, essa mi parlava di Verità, di Bene, di Gioia, di Gesù, di Dio, della missione di tutti gli uomini, dei talenti di ciascuno di noi, della responsabilità per la sorte dei fratelli, dell’importanza dell’amicizia, di nuove prospettive, di nuove frontiere, di nuove realtà, di nuovi modi di vivere.

Da quel giorno, per tanti altri giorni (di sera), ho imparato a guardare il mondo in modo diverso: volevo capire tutto, imparare tutto, diventare santo, diventare musicista, attore, salvare tutti, amare tutti e basta.

Verso i vent’anni fui messo a dura prova: dovetti rivedere tutte le verità, tutti gli ideali, tutto ciò che mi era stato generosamente insegnato.

Stava per crollarmi tutto addosso.

Lentamente, da solo, ho valutato criticamente la mia posizione, mi sono impegnato a studiare sistematicamente ed organicamente.

Alla fine ho ritenuto che quanto mi era stato insegnato e quanto avevo sperimentato da quel giorno in poi, meritava di essere accolto e poteva costituire la base per dare un senso alla vita.

 

MAESTRO  E  PADRE

Tra i fedelissimi della nascente scuola di canto corale della parrocchia c’ero anch’io e c’erano due dei miei fratelli. Ci si trovava di sera, il sabato subito dopo la cena.

In primavera ed in estate il lavoro dei campi era così pesante e prolungato che arrivavamo all’appuntamento in uno stato di stanchezza, con le spalle curve, gli occhi scavati, il viso stravolto, per sui il maestro di canto ci guardava con una immensa compassione.

Una domenica mattina il maestro chiese di incontrarsi con mio padre.

Così con mio padre ebbe il seguente dialogo:

“Non le pare che questi bravi figlioli lavorino troppo?”

“Qui lavoriamo tutti dalla mattina alla sera e per tutti i

  giorni dell’anno quando non piove”

“Ma questi ragazzi hanno solo quattordici, sedici anni,

 hanno anche bisogno di riposare di più”

“Se sapesse quanto bisogno avrei anch’io di riposo”

“Ma questi ragazzi, questi suoi figlioli, sono anche

  bravi  cantori,  amano  far  parte del coro e imparare

 la   musica ”

“Va tutto bene, ma a patto che non venga meno la

voglia di lavorare per vivere”

      Il dialogo si prolungò anche su altri temi, ma le cose non cambiavano per nulla: avevano ragione sia il maestro di canto, sia mio padre.

 

ALLEGRIA  E  TRISTEZZA

La stagione della vendemmia era una festa non solo per la raccolta dell’uva in sé, ma sopratutto per altri motivi: venivano da Murano a Sant’Erasmo i compratori-osti, allegri, sboccati, generosi di notizie amene, mattacchioni ad ogni costo e con ogni mezzo.

I nostri familiari adulti venivano distratti, coinvolti nel clima eccitato che i Muranesi creavano, e così noi ragazzi, i miei fratelli ed io, ascoltavamo indisturbati i loro discorsi.

Tutto veniva alterato: la vita abitualmente silenziosa diventava chiassosa, gli adulti quasi sempre riservati su certi argomenti, scoprivano le loro carte e ci rivelavano aspetti inconsueti, insospettati della loro personalità.

Veniva però il momento in cui il troppo vino bevuto suggeriva l’idea a qualcuno, che non beveva, di allontanare senza troppi riguardi orecchie troppo indiscrete come erano le nostre.

Allora venivamo mandati negli orti a compiere lavori come il tagliare le piante secche del granoturco, falciare l’erba lungo i fossati, trasportare letame . . .

Ci piombava addosso così l’amarezza di essere esclusi da uno spettacolo che, per quanto discutibile, si ripeteva una sola volta all’anno.

 

 

 

 

 

 

BADILE

Nella mia famiglia eravamo una decina di persone “da lavoro”: dai dieci ai sessant’ anni. Ciascuno di noi aveva il proprio badile, mentre i rastrelli, le carriole, i coltellacci erano pochi per tutti.

Quando si andava a vangare, ciascuno prendeva, ad occhi chiusi, il proprio arnese.   

Ricordo che il mio non lo avrei mai ceduto volentieri ad altri: lo amavo, lo conoscevo, sapevo come andava preso e a quanto sforzo poteva essere sottoposto senza rompersi.

Il manico del badile era stato fatto per le mie mani e non per altre, la lunghezza era stata calcolata sulle mie dimensioni.     Il punto più delicato era il “pomolo”, ossia la parte più alta che coincideva con la larghezza della mano e del callo vistoso e duro che si era formato.

Quando però il badile era veramente logorato e il manico era irreparabilmente guasto, allora si costruiva un altro manico, un altro stile, con un nuovo callo sulla mano destra.

Il vecchio badile veniva depositato in un angolo per riserva e per lavori di scarsa importanza.          

Vedendolo mi sentivo ancora legato ad esso perché con lui avevo faticato, sudato, sofferto.

Ma avevo pure giocato costruendo “casette”, fiumi, strade, montagne, quando la terra era morbida e quando era lecito sostare per qualche minuto.

 

 

 

 

BATTIMANI  INSPERATO

Esisteva la compagnia filodrammatica della Parrocchia, che costituiva la sola attrazione periodica per gli abitanti del paese che non preferissero l’osteria.        Una domenica sera recitavo la parte del fratello buono che implorava il fratello “cattivo” a non commettere altre azioni malvagie.

Ero cieco, con occhiali neri, e stavo cominciando il mio discorso quando lui, secondo il copione, uscì seccato . . .

Allora il mio discorso divenne un monologo che doveva esprimere il dolore intenso per non essere stato ascoltato dal fratello amato.

Però finii per investirmi talmente della parte che cominciai a piangere sul serio: mi venne un nodo alla gola e le parole uscivano strozzate ed accompagnate da un respiro affannoso che era realissimo.   

Mi dibattevo contro il crollo dei miei nervi, mi scaricavo di chissà quali tensioni e intanto piangevo senza ritegno.

Scoppiò allora un battimani fragoroso.

Alzai gli occhi e vidi che molta gente piangeva con me e che continuava a battere le mani.

Qualcuno urlava “bravo!”

Ad un certo momento il “suggeritore” (il parroco) mi ingiunse di smetterla di lacrimare, di non esagerare e ricominciare a recitare secondo la norma.

L’avrei fatto volentieri, ma dovetti sedermi perché le forze mi mancavano, dovevo riprendere respiro, riordinare le idee, passare da un sogno ad una realtà o meglio ad una finzione.

Cessarono i battimani, potevo riprendere e finire.

 

 

Nessuno, forse, aveva avvertito che la mia non era stata bravura, ma reale, incoercibile commozione.

O avevano battuto le mani proprio perché anche loro avevano bisogno di piangere?

 

BELLEZZA

Nessuno, quando ero ragazzo, mi aveva detto cosa erano la poesia, il bello, i valori estetici, ma io ricordo ancora oggi come mi incantavano i tramonti che si riflettevano sulle acque della laguna, quanto mi piacevano i vari canti degli uccelli, quante volte mi perdevo ad osservare l’acqua dei canali, il nuotare dei pesci, lo scivolare delle barche, i colori particolari di certi frutti: il rosso di certe pere, il giallo di certe albicocche, il dorato di certe uve….

Quanto mi piaceva il mondo, la vita, la natura!

Difficilmente mi accorgevo del “brutto: la realtà era violentemente meravigliosa.

 

BRAVATE

Quando ero ragazzo, alcuni adulti mi inducevano a confrontare la mia forza fisica con quella dei fratelli; a sollevare pesi impossibili per non deludere le loro attese; a compiere sforzi sovrumani per meritare la stima e la credibilità, a non battere ciglio per una ferita ai piedi scalzi, per non apparire “donnetta”; a vincere i ragazzi più grandi di me nella lotta libera, per mostrare quanto valessi; a saltare da alti alberi per mostrare di non avere paura di nulla, a dare e prendere botte per fare spettacolo.

E mi pareva di non potermi sottrarre a tali bravate.

 

CANDELE

La prima candela accesa l’ho vista nella casa in cui sono nato, quando ancora non conoscevo la luce elettrica.

Altre candele accese le ho viste fin dall’infanzia in Chiesa, e mi parvero un’illuminazione strepitosa, perché ero abituato a vedere accesa una sola candela alla volta.

Un’altra candela accesa l’ho avuta per circa settanta giorni durante la guerra, quando dovevo riposare nascosto in una stanza senza luce, ma sentivo pure forte l’esigenza di leggere.

Molte candele le vedo anche oggi in cerimonie liete o tristi della Chiesa cristiana.      Ogni domenica seguo l’andare e il venire di fedeli che accendono candele durante la messa per indurre il Buon Dio e la Madonna a non dimenticarsi di loro.

Le candele accese per una cena intima io non le ho mai accese, ma ho visto che molti ci tengono per l’atmosfera che la loro luce crea.

La festa della Madonna Candelora mi ricorda quando mettevo il collo fra due candele incrociate, sperando di essere risparmiato da tutti i mali di gola.

Le processioni della “Settimana santa” di tanti anni fa, fatte di sera, quando tutti avevano una candela in mano, mi lasciarono un’impressione di solenne mistero, ma anche di divertimento, in quanto i ragazzi trovavano sempre modo per giocare anche con le candele accese, facendole roteare in mille maniere.

 

EBE

La vedo ancora con gli occhi del ricordo: sciancata, con un sorriso vuoto, docile, che tirava le sue pesanti carriole di erba fresca per le mucche, che aveva in custodia, a cui doveva provvedere.            

Era più sporca delle altre donne di campagna: aveva una vestaglia lunga, un paio di zoccoli di legno, un fazzoletto nero in testa. Tutti, in paese la chiamavano “Ebe”.

Quando la incontravo, da ragazzo, fermava la carriola, mi salutava mugugnando qualcosa di intraducibile, mi guardava con simpatia e mi raccontava le sue vicende: la carriola era troppo pesante, le mucche erano ingorde, sui prati l’erba scarseggiava, le sue gambe erano piene di ponfi da ortiche e altre cose analoghe.

Diceva tutto senza malizia, senza risentimento, senza l’aria di lagnarsi, ma solo perché quello era il suo mondo, erano quelle le esperienze che sentiva il bisogno di raccontare, sia pure ad un ragazzo come me.

Poi quasi sempre d’improvviso, riprendeva la carriola e ricominciava il cammino interrotto.

La guardavo allontanarsi, col suo solito ritmo, come un asino quando tira il suo carrettino senza essere sollecitato da alcuno.

Sembrava fosse nata solamente per fare quelle cose.

Talvolta capitava che anch’io avevo la carriola da tirare, mentre ci incrociavamo sulla strada.

Allora il dialogo era ancora più cordiale.

In fondo le nostre sorti si assomigliavano e perciò ci univano.

 

ESTASI

Una sera tornavo a casa dal lavoro dei campi pregando.

Mi sentivo molto infervorato al pensiero che Dio ed io ci stavamo intendendo; un ragazzo anche quando cammina solo, lungo l’argine di un fossato, spazia ogni limite cosmico per raggiungere, quando lo voglia, l’Autore di ogni cosa.

Non mi sarebbe importato niente di morire, la mia fede era quasi senza limite, provavo la sensazione di aver raggiunto tutto ciò che può essere conquistato da un uomo: la possibilità di superare ogni barriera di spazio e tempo.

Mi sedetti a guardare le opere di Dio: tutto mi pareva immensamente bello, e pregavo il Signore di non privarmi mai più di questi momenti divini e di volerli donare ad ogni uomo che popola e popolerà la terra.

LE MIE RADICI 

LE MIE RADICI - prima parte

LE MIE RADICI - seconda parte

 

GIORNATE  PIOVOSE

Da adolescente, quando al mattino mi svegliavo e la pioggia cadeva da un cielo scuro, m’invadeva una gioia intima ed intensa: avevo davanti tante ore, forse, per leggere, pensare, sognare.

Sentivo sbuffare i vecchi (adulti) per un giorno di lavoro perduto; udivo mia madre brontolare per la confusione degli uomini costretti ad intrigare in cucina.

A me piaceva un angolo del granaio, che era anche la mia stanza da letto.Lì leggevo un giornale, un libro, in grande silenzio, senza premura, ascoltando il cadenzato cadere della pioggia.

Così mi godevo la giornata, fatta di sogni, fantasie, progetti impossibili nei giorni di sole.

 

GLI  UCCELLI  ED  I  FICHI

Nelle ore afose del primo pomeriggio, quando il silenzio era interrotto solo dalla voce delle cicale, mentre gli adulti si riposavano all’ombra di qualche albero, stormi di uccelli ghiotti, si tuffavano sui fichi maturi, dolci, rovinando il raccolto.

Un sistema di barattoli vuoti, che “chiassavano” al tirare di un filo di ferro, non sempre riusciva a scoraggiare i vivacissimi uccelli.

Era allora la voce di noi ragazzi che, a turno, dovevamo alzarci per ripetere ritmicamente dei versacci ritenuti efficaci, ma forse del tutto inutili.

La stizza contro i “mangiafichi”, ci spingeva a correre in prossimità della loro presenza, quasi per minacciarli fisicamente, nella illusoria speranza che non si facessero più vedere in giro.

Aggiungevamo parolacce, imprecazioni, come se essi intendessero il linguaggio degli uomini.           A volte sembrava che gli uccelli si divertissero a volteggiare poco lontano da dove noi urlavamo, quasi a sfidarci e a burlarsi di noi, della nostra stupidità.

Durante la raccolta dei fichi maturi avveniva la verifica dei danni prodotti: bisognava constatare che i “mangia fichi” consideravano i frutti dolci una proprietà comune agli animali e agli uomini.

Solo che a servirsi per primi erano sempre loro: forse ritenevano di avere il diritto di priorità.

                 

FINESTRA

Nelle gelide serate invernali, mio fratello ed io chiudevamo, con stracci di fortuna, le larghe fessure della finestra di una camera in soffitta, dove andavamo a dormire.

Quindi, soddisfatti, ci sembrava di essere nel chiuso caldo di una camera da letto normale.

Non c’era alcun tepore, mancavano coperte soffici, finestre ermetiche, pavimenti caldi, una porta da chiudere.

Non sapevamo tuttavia immaginare situazioni diverse per ragazzi poveri di campagna.

 

IL “CAVA  OCI”

All’età di sei sette anni mi succedeva che, in primavera ed in estate, mentre camminavo per le stradine di campagna, quando incontravo una o due libellule, mi prendeva il panico.

Con le mani cercavo di riparare i miei occhi da esse, dai loro possibili assalti, fintanto che mi pareva di essere in zona di sicurezza.      

Se però era possibile cambiare strada, lo facevo subito, a costo di camminare il doppio, pur di evitare un avvicinamento pericoloso con i maledetti insetti.    

Essi si vibravano nell’aria stando quasi fermi e muovendosi improvvisamente, di scatto.

Il fatto di vederli sospesi nell’aria mi faceva credere che essi si preparassero a colpire nel momento giusto, gli occhi dei passanti, e quindi anche i miei.

Quando chiedevo conferma sulla loro pericolosità, sperando in una smentita, non mi era mai risposto in modo credibile.

Tutti gli adulti prendevano in giro chi aveva paura, nascondendo tuttavia di non conoscere la fondatezza di quanto veniva raccontato sulle libellule.

Così io, come gli altri bambini, credevo un po’ a tutte le fantasie sulla vita degli animali e, nello stesso tempo, non credevo completamente a nulla.

Col passare degli anni non credetti più a molte sciocchezze, a varie superstizioni, ma non riuscii mai a conoscere scientificamente la vita degli animali.

Le libellule, come altri animali, oggi mi fanno provare ancora reazioni istintive di repulsione, di fastidio e raramente mi provocano tenerezza e gioia.

Evidentemente gli animali ed io abbiamo avuto un rapporto di natura irrazionale.

 

IL  ”FIGLIOL  PRODIGO”

Una domenica sera il Parroco decise di affidare le parti di una commedia, “il figliol prodigo”, al gruppo di giovani che frequentavano abitualmente la canonica.

Rimase assai incerto se dare anche a me una particina.

Poi decise di affidarmela.

Così ebbi la conferma che egli si fidava di me, credeva in qualche mia capacità.

Dopo la recita, effettuata qualche settimana dopo, uscii con speranze, sogni, fantasie eccitanti: mi pareva di non essere più il solito “nessuno”.

Per giorni e giorni la mia mente era sempre sul palcoscenico.

Per la rappresentazione delle commedie successive, imparai a memoria battute, pagine intere, dialoghi, monologhi, con sorprendente rapidità. L’essere attori era qualcosa di troppo grande per non sottoporsi volentieri alla fatica di imparare le parti, di provare e riprovare tante e tante volte la recita.

Una domenica andò male per me.

Avevo perduto il filo del discorso e non udivo la voce del suggeritore: stavo per diventare sordo.

Mi venne una gran voglia di piangere e pensai persino al suicidio. Poi mi rassegnai a ridiventare “nessuno”.            

Mi fu offerto proprio in quel periodo un libro sul valore della sofferenza.

Il dolore, la sofferenza, la desolazione, mi vennero stranamente cari.

Qualcuno se ne accorse per tempo . . . .

Tolte le adenoidi, causa della sordità, ripresi a recitare e ad amare la vita e non più il dolore e la morte.

 

IL  GIORNALE

Ricevevo a casa un giornale per ragazzi “Il Vittorioso”, ogni settimana.

La lettura era considerata però nell’ambiente in cui vivevo allora, qualcosa di simile all’ambizione che fa perdere il senso della realtà, dei limiti concreti in cui l’esistenza è destinata a svolgersi.

Per tale motivo, che mi pareva avesse qualche fondamento, in quanto distoglieva dai problemi del lavoro, leggevo solo furtivamente il mio foglio.       

Ricorrevo a molti espedienti, a volte incredibili oggi.

Ponevo nelle tasche dei calzoni, piegato come potevo il mio giornale, come se si trattasse di un fazzoletto. Nei momenti in cui riuscivo a trovarmi solo, divoravo le righe, le colonne, con la fretta e la precisione di un ladro che teme di essere colto in flagrante. Attendevo quindi una settimana perché mi arrivasse il nuovo giornale, come si attende un divertimento, un nutrimento, un qualcosa di cui era difficile fare a meno: era per me una specie di droga.

Quando il postino lasciava il pacchetto per me mi emozionavo, il giornale mi pareva bello anche tipograficamente. Costituiva ormai una compagnia tanto gradita, segreta, misteriosa, con il sapore delle cose proibite o quasi.

Il solo rammarico era costituito dal fatto che il giornale durava poco.

 

IL  LARGO  DI  HENDEL

Stavo suonando l’organo della chiesa parrocchiale per esercitarmi. Avrò avuto diciotto anni. Sentii dei passi per le scale, credevo fosse il parroco ed invece vidi apparire improvvisamente una ragazza che mi parve bellissima ed elegantissima.

Interruppi l’esercizio con tono interrogativo ed imbarazzato.

Era venuta perché aveva sentito suonare e mi chiedeva di suonare anche per lei qualcosa.

Una richiesta del genere non mi era mai stata fatta e mi parve impossibile che facesse sul serio. Avevo coscienza che il mio suonare era proprio di un autodidatta.

Naturalmente e giustamente mi schernii dicendo che ero un autodidatta, che non sapevo suonare bene niente, ed era verissimo, che solo il Largo di Hendel mi riusciva un pochino.

Insistette, anzi si sedette accanto indicandomi il brano.

Suonai con le mani tremanti, emozionato a causa dell’incertezza dell’esito e della presenza di una così graziosa persona che mi metteva in esagerata soggezione.

Finito il “pezzo” mi ringraziò, si congratulò, mi strinse la mano chiedendomi di permetterle di venirmi a trovare altre volte.

Volli bene a quella signorina per l’incoraggiamento che mi diede, per essersi interessata della musica, per essersi “degnata” di un’attenzione cui non ero abituato ma che mi fece tanto piacere.

Mi rammaricai in cuor mio, di essere stato vestito molto alla buona, di essermi dimostrato impacciato, di non averla saputa intrattenere ancora un po’, di non averle chiesto neppure chi fosse e di non essermi neppure presentato.

Non la vidi più, forse era una maestra supplente: mi restò solo un ricordo tanto caro.

 

INCONTRO  DECISIVO

In uno dei tanti pomeriggi caldi, di domenica, quando non sapevo cosa fare, mi trovavo come sperduto nella piccola piazza del paese.       

Il parroco, deve aver intuito che non sapevo come impiegare il mio scarso tempo libero. S’avvicinò con passo lento, quasi per non farmi scappare, perché mi vedeva piuttosto “selvatico” e scontroso.

Provai un momento di fastidio, perché i preti mi erano antipatici, provai pure un attimo di piacere malizioso perché ero convinto che egli si illudeva se credeva di convertirmi . . approfittando della mia desolazione adolescenziale.

Il prete mi trattò come se fossi un puledro recalcitrante, facendomi il ganascino e così irritandomi assai. Non mi era mai capitato di constatare che una persona mi osservasse con interesse.          

E si vede che non mi andava proprio giù l’idea di essere nessuno, se l’incontro col prete mi diceva qualcosa di nuovo.

Egli mi aveva rivolto delle domande, mi aveva ascoltato, mi aveva fatto parlare e, soprattutto non mostrava indifferenza,  pareva mi prendesse sul serio.

La domenica successiva ero lì a fare lo sconsolato, solo con la speranza di rivedere il mio interlocutore. Non fui fortunato perché egli non venne, così rimasi sconsolato davvero.   

Mi presentai in piazza anche la domenica seguente e stavolta c’era!

Gli chiesi perché si interessava a me.

Mi rispose che ero un’anima a lui affidata e di cui doveva rispondere a Dio.  

Ero estremamente povero di idee e di nozioni, ma la semplicità della risposta mi colpì indelebilmente.

Da quel giorno la sua casa divenne anche la mia, per quasi dieci anni ogni sera ero da lui.

Come me altri adolescenti del paese divennero suoi allievi.

 

IL  MAESTRO  DI  CANTO

Una sera, una quindicina di ragazzi dai dieci ai tredici

anni, si trova davanti un signore anziano, vestito elegantemente, la faccia larga con un sorriso buono: era il maestro al quale il parroco ci aveva affidati per la nascente scuola di canto parrocchiale.

Ci chiese se sapevamo eseguire la scala musicale.

Rispondemmo di no.

Allora ci raccontò una storiella semplice, ingenua, che ci divertì tanto e che catturò la nostra simpatia incondizionata.

Più tardi, dopo aver tentato di eseguire la scala musicale, il maestro si mise a fare “boccacce”, a cantare con voce di testa, ad insegnarci una canzoncina:

“O pescator dell’onda”.

Uscimmo dalla stanzetta entusiasti, felici, divertiti.

Ogni sabato sera il maestro era certo che almeno una decina di noi non mancava all’appuntamento. In quattro cinque anni finì per conoscere tutto di ciascuno di noi: ci voleva bene, ci aspettava, ci accettava così come eravamo.    

A volte si commuoveva ascoltando le nostre confidenze di storie familiari e noi intuivamo (poi l’ho saputo per certo) che anche lui aveva, da ragazzo, trascorso un’infanzia singolare e che stava ancora vivendo certi drammi personali.

Lo impressionava soprattutto il nostro stato di stanchezza legato ad un eccesso di fatiche fisiche.

Passava con noi tutta la serata, ma non solo per farci cantare: ci accarezzava con schiaffetti, ci lodava, ci considerava suoi piccoli amici coi quali passava volentieri il suo tempo.    

Ci raccontava pure qualche vicenda di vita scolastica (era anche maestro di scuola elementare), ma col tono sempre benevolo di chi vedeva nei ragazzi più intemperanti ed impertinenti soprattutto l’aspetto umoristico del loro comportamento “irregolare”.

Morì circa trent’anni dopo essere stato il nostro maestro, e fu un lutto per tutti, anche se eravamo ormai adulti.

 

IL  PADRONE  DI  CASA

Ogni tanto giungeva notizia che, forse, il padrone di casa nostra e dei nostri orti stava per venirci a trovare e a visitare le sue terre, i suoi possedimenti. Vedevo mia madre agitarsi, preoccuparsi, diventare irrequieta come, del resto, mio padre.

Si davano da fare per mettere tutto a posto e invitavano tutti a darsi da fare.

Tutti della famiglia, circa venti persone, si viveva in un momento di particolare tensione, con la speranza di conservare l’uso della casa e degli orti, ma anche con la paura di avere delle “novità”, cioè l’intenzione di metterci sulla strada (non c’era garanzia di niente) e, nel caso migliore, di aumentare l’affitto.

Quando il padrone arrivava, solo mio padre gli andava incontro e lo accompagnava: tutti gli altri, sparsi nel cortile, seguivano a debita distanza la vicenda.

I più piccoli come me, tentavano, incuriositi, di avvicinarsi a questo strano personaggio, ma venivamo decisamente allontanati per non correre il rischio di infastidire chi avrebbe potuto prendere decisioni gravi e drammatiche: non rinnovare il contratto di affitto e lasciarci senza più nulla.

Mi chiedevo perché occorressero tante attenzioni, tante premure e tanti riguardi, solo perché era impossibile, almeno per me, allora, concepire l’idea che quell’uomo ci avrebbe potuto mandar via dalla casa e dagli orti e dare ad altri il nostro “mondo”.

 

IL  PAPA’  DELLA  MAESTRA

A mezza mattina sentivamo abitualmente battere la porta dell’aula. Poco dopo arrivava sorridente e buono, un vecchio basso e grassottello con un piccolo vassoio: era il papà della maestra che portava una tazza di caffè-latte. Quando la Signorina aveva finito di bere, lui prendeva il vassoio e con l’altra mano ci salutava indietreggiando quasi per non sembrare scortese voltandoci le spalle.

Da qualche mattina il papà non arrivava, ma non osavamo chiedere alla maestra il perché.

Dopo alcuni giorni non vedemmo nemmeno più la Signorina e sapemmo che il papà era morto.

Ci dispiacque di non aver potuto partecipare al funerale perché tutto si era svolto a nostra insaputa.

La maestra riprese servizio e all’uscio dell’aula, a metà mattina, apparve una anziana domestica che sostituiva il papà.

Noi eravamo piccoli, ma capivamo che il papà era un’anima innocente, che ci voleva bene e che la domestica era curiosissima, chiedeva tutto a tutti su tutto.

La maestra leggeva sui nostri occhi il disappunto.

Dopo qualche tempo non prese più il latte e caffè: preferiva non accogliere in classe una presenza che diventava scomoda e fastidiosa anche per lei.

Un ragazzo più ardito degli altri disse un giorno alla maestra che poteva uscire a prendere la sua colazione e che lui garantiva (non si capiva come) che si sarebbe stati tutti buoni anche da soli.

La maestra ringraziò ma aggiunse che poteva fare a meno della colazione, come del resto facevamo tutti noi da sempre.

 

 

 

IL  PONTE  DELLA  PAURA

Tornavo, una notte di novembre, a casa, insolitamente solo.

Sapevo che avrei dovuto passare per un ponte sotto il quale o in prossimità, avvenivano, si diceva, fatti strani: lingue di fuoco sfioravano l’acqua, si udivano rumori disumani, erano le anime di morti che di notte manifestavano i loro desideri ai vivi.

Ero abbastanza cresciuto per capire che ciò non poteva essere vero, ma quel ponte desideravo attraversarlo sempre in compagnia di qualcuno.

Quella sera stavo per percorrerlo in fretta quando, a qualche decina di metri vedo apparire una “lingua di fuoco”.

Mi fermo, sento le gambe tremare, i capelli rizzarsi, il respiro diventare affannoso, il cuore impazzire. . .

Dopo qualche attimo (eterno),  odo la voce di un pescatore notturno che vinceva il freddo e la fatica del duro lavoro accendendosi una sigaretta con un fiammifero e che esprimeva la sua soddisfazione di fumare usando espressioni che potevano essere percepite pure come lamenti.

Mi rimetto in moto, ma con addosso una stanchezza strana, insolita, pesante: le gambe stentavano a sciogliersi, il cuore continuava a pulsare vorticosamente . . .

Per qualche ora rimasi a letto sveglio per trovare inutilmente una spiegazione alla stupida paura che ancora mi sentivo dentro.

 

IL  PRETE  “SPIATO”

Una sera, d’estate, mentre il sole tramontava dando alle cose un colore triste e allegro assieme, spinto da un normale impulso di religiosità, entrai in chiesa.

La porta era aperta e non feci alcun rumore entrando con le scarpe di gomma.

Al lato dell’altare maggiore, inginocchiato su un banco situato in un angolo buio, vidi il mio parroco con la testa tra le mani, in un raccoglimento intenso, che esprimeva anche qualche sospiro.

Rimasi un bel po’ a guardare la sua immagine, ad osservare i suoi gesti, ad ascoltare le sue preghiere, il suo modo di stare in chiesa.

Uscii in punta di piedi perché temevo che gli dispiacesse di sapersi “spiato”.

Quando fui fuori di chiesa mi prese un certo rimorso perché avevo talvolta pensato che tutte quelle cose che egli ci andava insegnando, potevano essere un “inganno” e perché avevo dubitato un po’ della sua fede, della sincerità delle sue affermazioni quando ci catechizzava.

Quella sera capii che il mio parroco poteva sbagliare, poteva anche essere ambizioso, ma che la fede in Dio era vissuta in profondità.

 

 

 

 

 

 

IL  MIO  PRIMO  LIBRO  NUOVO

Per la prima volta ero riuscito a comprarmi un libro nuovo.

Gli altri libri li avevo acquistati a prezzo ridotto o li avevo avuti in prestito.

Me lo trovai tra le mani intatto, con le pagine tutte da tagliare, Presi il coltello più affilato della cucina, mi sedetti e cominciai a tagliare le pagine evitando strappi.

Giravo le pagine leggermente leggendo i titoli dei capitoli per capire di cosa trattava, in che modo articolava il discorso.

Lo foderai per non sciuparlo.

Mi pareva più importante e più significativo degli altri libri che avevo letto.    Mi dispiaceva che gli altri non apprezzassero un oggetto così bello, così stimolante ed importante! Ero solo a godermelo sino in fondo, pagina per pagina, giorno dopo giorno, con una lettura intensissima.

Fu un libro importante per la mia autoformazione. Si trattava di “Questo è l’uomo” di Antonino Anile.

 

IL  SERPENTE  “CARBONE”

Per recarsi a lavorare in alcuni orti, era inevitabile passare per una strada dove, ad un certo punto, era cresciuto attorno ad una vecchia chiavica, un folto gruppo di acacie, biancospini, sterpi, piantine varie: un bosco in miniatura.

Circolava tra ragazzi la notizia che da quel boschetto d’estate usciva un serpente nero, lungo, forte, cattivo, pericolosissimo, che correva dietro alle persone e non lasciava passare alcuno.     

Quando io mi trovavo nella condizione di passare per la strada da solo, il pensiero di incontrare il “mostro” e di sentirmelo alle spalle, mi procurava un senso di terrore associato ad un grande disagio fisico. Anche lo stomaco a volte mi faceva brutti scherzi!          

Durante il percorso pregavo il buon  Dio di volermi risparmiare un’avventura così angosciante.

Un giorno i proprietari del boschetto demolirono tutto, lasciando pulito lo spazio.

Essi non sapevano, forse, il regalo che avevano fatto a me e ad altri ragazzi del paese che avevano la disgrazia di credere alle leggende, alle streghe, ai serpenti e ad altro . . .

Il “serpente carbone” era uno degli esseri creati dalla fantasia popolare, più precisamente isolana, che turbavano la vita dei piccoli, ma un pochino anche dei meno piccoli, o grandi.

 

INCONTRO  CON  VENEZIA

Una sera mia madre mi comunicò che il giorno seguente mi avrebbe accompagnato a vedere Venezia.

Durante la notte non ho quasi mai dormito, nell’attesa entusiasmante.

Fui vestito da “festa” e messo in barca. Avevo quattro anni circa.Da quando ci allontanammo dai canali e dai luoghi che mi erano familiari, per inoltrarci in acque e paesaggi che non avevo mai visto, fissavo gli occhi sulla città che andava avvicinandosi sempre più in fretta di quanto immaginavo.

Ero curiosissimo di vedere come vivevano gli uomini di città.

Da tre gradini sdrucciolevoli, sono salito sulla prima strada di Venezia e mi sono trovato improvvisamente tra molte persone che mi parevano una moltitudine senza fine, però, nessuno ci degnava di uno sguardo, di un saluto.

Era ben diverso dal paese dove le persone che non si scambiavano il buongiorno, avevano di certo litigato di recente.

L’indifferenza degli uomini mi deluse anche perché ognuno andava per conto suo, come se fosse solo al mondo.

Ad un certo punto mia madre mi dette uno strattone perché non dovevo stare a bocca aperta a guardare tutto: la gente, le donne stranamente vestite, le vetrine.       

Mi chiesi come mai i cittadini andavano senza zoccoli e perché avevano tutti le scarpe anche di giorno di lavoro.

Mi parve inoltre che i veneziani fossero più intelligenti degli isolani di Sant’ Erasmo perché camminavano in modo sicuro, parlavano con disinvoltura ed avevano la pelle del viso “nobile” (bianca e liscia).

Non riuscivo a comprendere il gusto di chi allestiva certe vetrine! Quale pazzo avrebbe speso il suo denaro per certi indumenti ridicoli, per certi aggeggi insignificanti!

Se mi piaceva il bel modo di vestire della maggior parte della gente, mi lasciava di stucco l’abbigliamento di certe signore che camminavano con i tacchi delle scarpe impossibili, sottoposte alla tortura di inconcepibili cinture, con gli occhi strani, impasticciate sulla bocca e sul viso da orrendi colori, con le mani da “diavolesse”.

La città così come l’ho vista la prima volta mi rimase per alcuni anni incomprensibile.

 

 

 

 

 

L’ACQUA  ALTA

Quando l’acqua alta superava la normale marea, essa ci offriva uno spettacolo emozionante: i canali sembravano laghi, scompariva la vegetazione delle barene della laguna veneziana, che diventava un immenso lago con delle isole sparse in modo irregolare, surreale.

Le isole della laguna sembravano sommerse fino ai tetti, sembravano più piccole, più ricche di colori, diverse dal solito e quasi trasfigurate: un sogno.

Quella mattina però l’acqua stava esagerando!

Ero ragazzo e mi accorsi che mio padre ed i miei fratelli maggiori si stavano agitando, parlavano in modo concitato: l’acqua cresceva a vista d’occhio sotto il ponticello di legno.    

Anch’io andai sul ponte e con la mano toccavo l’acqua della “cavanella” (canaletto che si inoltrava tra gli orti e finiva proprio davanti a casa mia) divertendomi in modo strano.

Dopo un po’ mi accorsi che l’acqua era giunta ormai proprio al livello del ponte.

Mi giunse un ordine perentorio di mia madre di abbandonare il ponte che stava ormai per essere sommerso.

Cominciò allora una mobilitazione di tutte le forze disponibili per impedire all’acqua di invadere e coprire gli orti, ancora ricchi di verdura-ortaggi, benché fossimo a metà Aprile.

Allora tutti, uomini, donne, bambini, prendemmo un badile per chiudere le infiltrazioni di acqua.    

Nel giro di un quarto d’ora, la lotta contro l’invasione delle acque risultò inutile: l’acqua si diffondeva da ogni parte e tutti abbiamo dovuto assistere impotenti allo sparire sotto acqua di tutte le verdure.

La barca di famiglia (un sandolo) fu trascinata nel cortile di casa: cosa mai vista prima.

Mio fratello maggiore mise il sacco della farina della polenta sul tavolo della cucina e le sorelle maggiori misero in salvo le “cose” del piano terra.

Le reazioni della gente del paese, mi parevano strane e non riuscivo a comprenderle: chi piangeva, chi si chiudeva in un silenzio tesissimo, chi urlava, chi diceva che nel passato si era visto anche di peggio, chi diceva cosa si doveva fare subito dopo che l’acqua se ne fosse andata . . .

Dopo qualche tempo qualcuno gridò che l’acqua stava per defluire perché si era accorto che una pianta già coperta si ricominciava a vedere . . .

Qualcuno asserì che dopo un piccolo riflusso, l’acqua avrebbe potuto risalire.

Ci fu qualche momento di dubbio, ma poi molti andarono a verificare in altri modi se era vero.

Lentamente cominciarono a riapparire gli orti, in cucina e nella cantina si notava il decrescere costante della marea in modo indubitabile. Così si poterono osservare dei lenti movimenti dell’acqua verso il canale, qualche foglia indicava il movimento dell’acqua verso la laguna.    Un po’ alla volta si formarono rivoli che parevano torrentelli, e per noi ragazzi fu anche un divertimento unico: non ci pareva vero correre in giro a vedere cose mai viste, persino dei pesci nel cortile di casa . . . .

Così dentro di me l’evento si trasformò quasi in una festa.

I paesani, abbandonata la grande paura e l’eccitazione incontrollata, si lasciavano andare a commenti di speranza.

Mi pare di ricordare che persino il Gazzettino (giornale locale), aveva parlato della nostra isola, del prodigarsi della gente, del bisogno di aiuti.

Anche a scuola l’acqua alta fu oggetto di commenti e di fantasie: quante esagerazioni, quante cose ciascuno aveva visto o solo immaginato!

Tutto era colorato e “misteriorizzato”.

                       

LA   BARCA

Mi piaceva tanto da adolescente spingere una barca che scivolava dolce nell’acqua “crescente”.

Voltavo il remo a tratti per farne un timone, lasciando alla corrente la fatica di spingerla mentre mi cullava.

Il cielo sembrava fatto per me, per goderlo estasiato; la laguna mi sorrideva coi vivaci colori; i bordi della “barena”, che sfioravo con arte, si prestavano ai miei giochi.

Era un momento magico, che rivivo talvolta, intensamente, e che mi addormenta in un sogno, rifacendomi il gran dono di sentirmi in sintonia con una realtà tanto cara e rasserenante.

     

LA  “BOTANICA”

Soffrivo frequentemente di male alle orecchie, quando ero ancora bambino. Se il dolore diventava abbastanza forte da vederlo sul mio volto, mia madre invitava un mio fratello maggiore ad accompagnarmi in barca nell’isola di Burano, per andare dalla “botanica”.

Mi ricordo che mi riceveva con ospitalità, espansione, in un locale piuttosto buio nel quale si respirava un odore acre, intenso, complesso.       

Nel giro di mezz’ora preparava un impacco che mi fissava sull’ orecchio coinvolgendo mezza faccia con fasce che mi girava attorno alla testa fin sotto il mento e di cui mia madre provvedeva per tempo. L’odore dell’alloro era prevalente, forte, e mi pareva che l’impacco fosse alloro macinato e mescolato con farina e qualche erba.

Così ho curati i miei mali di orecchio, fino a quando non ci siamo decisi a recarci da uno specialista che ha creduto di trovare la causa dei miei disturbi in una adenoide piuttosto accentuata.

Mia madre dava alla botanica qualche lira, ma non era poco per noi, lei ringraziava e mi assicurava che sarei stato bene molto presto.      Il viaggio in barca era per me anche un’evasione che mi rendeva le giornate meno angustiate.

Mi lasciavo curare, ma nutrivo qualche sospetto sulla efficacia dei medicamenti a base di alloro.

 

LA   CAMPAGNA

La vita paesana era diversa nei giorni di festa rispetto ai giorni feriali: la gente la domenica passeggiava a gruppi sparsi, con aria vagabonda, da padroni di sé e delle cose.

Durante gli altri giorni tu vedevi gente isolata, vincolata al carro, alla falce, alla zappa, al badile . . .

Lo stesso canto degli uccelli sembrava partecipare alla nostra festa, innalzando un inno alla libertà. Se stavi faticando, il loro canto suonava talvolta come una provocazione, un’ingiustizia: “tu ti guadagni la vita sudando e soffrendo, loro hanno il compito di cantare e di volare  godendosi perpetuamente ciò che a te, uomo dei campi, è dato solo nei giorni di festa”.

 

 

 

LA  “CARRIERA

Ero un giovane di ventuno anni e avevo sostenuto gli esami di ammissione alla scuola media, da privatista.

Mi ero recato all’istituto per conoscere l’esito delle prove.       

Stavo cercando il mio nome tra i molti altri, quando un bidello della scuola mi avvicinò, mi guardò, mi appoggiò  benevolmente una mano sulla spalla e mi chiese se poteva fare qualcosa per me, dato che mi vedeva piuttosto impacciato ed emozionato.   

Lo ringraziai e spiegai che avevo individuato il mio nome e che avevo constatato la mia promozione. . . .

Naturalmente glielo dissi col tono di chi è contento del successo ottenuto.

Trattenne una risata e si limitò a guardarmi dall’alto al basso, concludendo che ero destinato ad una brillante carriera.          

Lo disse tra lo scherzo e la benevolenza, ma capii che non credeva proprio nelle mie future fortune scolastiche.

Mi smontò incredibilmente: mi resi conto che non avevo il senso della misura, che non dovevo aspettarmi dei complimenti per una cosa che a me pareva importante ma che era obiettivamente trascurabile per un giovane di ventuno anni.

Salutai egualmente il mio unico interlocutore, scesi malinconicamente le scale ed informai, più tardi, i miei familiari dell’esito, col tono forzatamente staccato che ritenevo giusto anche se innaturale.

 

LA  CAVANELLA

Il contatto con la laguna di Venezia si stabiliva, da casa mia, attraverso una “cavanella” interna agli orti dalle cui sponde pendevano i rami di due fittissime siepi, costituite prevalentemente da more selvatiche.

Questa “cavanella” era un grandissimo mio amore, ma era pure la croce di mia madre. Infatti il corso d’acqua rappresentava per me e per il mio gemello una via per facili esplorazione, per avventure entusiasmanti.

Quando l’acqua era alta, ci si deliziava a far scivolare la barca per prendere i frutti selvatici delle siepi che ci sembravano gustosissimi, ogni frutto aveva un nome che solo noi conoscevamo e che ora ho dimenticato!

Quando l’acqua era bassa il divertimento era quello di pescare pesci con le mani, di raccogliere crostacei vari.

Ogni giorno cresceva la passione per questa attività-divertimento. Era frequente il caso che tra le mani, che frugavano in ogni luogo, finissero degli spini e delle carcasse di crostacei acuminati.

Meno male che bastava un po’ di terra asciutta o qualche erba per rimarginare le ferite e  . . . guarire in fretta.

 

LA  COMPRA  DEGLI  ZOCCOLI

Quando l’uva era appena diventata vino, quando il granturco era stato raccolto, quando l’ultimo fieno era stato sistemato, l’aria diventava pungente e la rugiada intirizziva i piedi scalzi.

Allora i miei genitori, inforcavano la barca e si recavano a Burano per l’acquisto, ormai rituale, degli zoccoli di legno per tutti e per tutto l’inverno (d’estate si andava scalzi).

Al ritorno della compera era una festa: nel gran mucchio degli zoccoli ognuno di noi (eravamo circa venti), vedeva i suoi zoccoli, li prendeva e si metteva in disparte per provarli. Eravamo abituati a volerli più grandi delle nostre dimensioni perché durante l’inverno ci si poteva, al bisogno, mettere dentro stracci abbondanti per scaldarsi.

Alla sera gli zoccoli nuovi, ancora uniti con apposita cordicella di cuoio, ciascuno li appendeva ai piedi del letto per ritrovarseli pronti il giorno dopo.

 

LA  GIOIA  DEL  LEGGERE

D’inverno ci si alzava, a turno, un’ora e mezzo prima degli altri, quando ancora era buio pesto, per “governare” le mucche della stalla.

Ricordo la fatica di tirare fuori le gambe dalle coperte per affrontare il freddo; ricordo l’irritazione che provavo quando pestavo una pozzanghera ed arrivavo alla stalla coi piedi bagnati; ricordo l’impazienza delle bestie che vedevano arrivare il fieno infilato nella forca, il loro sguardo riconoscente e quieto per la fame soddisfatta; rammento come cercavo di cambiare in fretta il “letto” per le mucche e come mungevo velocemente il latte, ma ricordo sopratutto il desiderio di finire i lavori per potermi dedicare alla lettura.

Leggevo adagio per non finire troppo presto il libro: mi pareva che le pagine fossero miniere!          

Restavo incantato, sentivo che tutto il libro diventava mio, che entrava a far parte del mio essere: avevo l’impressione di arricchirmi, di crescere, di trascendere . . .

Le mucche, tuttavia, non mi concedevano più di dieci minuti, ma mi pareva che mi bastassero, perché durante il giorno richiamavo alla mente quanto avevo letto e continuavo a vivere contento, più felice di quando generalmente si pensasse.

Qualche volta avrei voluto gridare a tutti le mie verità, ma mi limitavo ad importunare discretamente qualcuno dei miei fratelli, che inducevo al dialogo e che mi prestavano un po’ di attenzione anche per benevolenza.

Quello che ho imparato in quelle buie mattine d’inverno, ha orientato certamente la mia vita.

 

LA  LETTURA  NEL  CAMINO

Avevo diciannove anni quando, per fuggire dalle persecuzioni dei fascisti, mi trovai a vivere nascosto in casa di parenti in una isola, le Mesole, dell’Estuario di Venezia.

Benché non avessi avuto occasione di frequentare alcuna scuola oltre le prime quattro classi elementari, i miei ospitanti mi scoprirono a leggere qualche libro e a scrivere qualcosa su un quaderno.

Una sera il mio vecchio, buono zio padrone di casa, seduto assieme ai familiari attorno al gran focolare, mi chiese, un po’ imbarazzato, se fossi disposto a leggere qualche pagina del libro che stavo sfogliando.

Gli risposi che andare a “pescare” il libro che stavo leggendo mi riusciva piuttosto difficile e non era divertente.

Al buio andai a “pescare” il libro che avevo vicino al cuscino del letto: “fric e froc” di monsignor Flucco, scritto in dialetto veneziano.             Cominciai emozionato la lettura, ottenni la benevolenza divertita di tutti e finii dopo più di un’ora, con vero successo.

A letto dormii poco, mi giravo e rigiravo sul materasso con un pensiero e un sentimento nuovi: ero riuscito a far ridere gente che da quella sera si attendeva da me qualcosa di diverso dalle due braccia che offrivo per il lavoro dei campi.

Seguirono infatti altre letture, altre risate, altre riflessioni e altri dialoghi, che ci aiutarono a crescere sul piano della nostra umanità.

 

 

LA  “MADRE  DI  SAN  PIETRO”

Vagava tra i campi e sorprendeva i bambini durante il giorno d’estate. Era tutta bianca, accecante, non faceva nulla di male, ma incuteva smisurata paura.

Al tempo in cui mio padre mi affidava la difesa dei fichi mauri dall’invasione degli uccelli ghiotti, ladri e numerosi, giravo tra i vicoletti degli orti e speravo di non incontrare, improvvisamente, la madre di San Pietro.

Non m’accadde mai di vederla. . . , ho sempre sospettato che fosse una leggenda, ma essa ha turbato, inutilmente, le ore solitarie che avrei trascorso sereno se non si fosse parlato di essa.

(La madre di San Pietro durante tutta la sua lunga vita si era macchiata dei più gravi peccati perché superba, egoista, avara, invidiosa, menzognera e calunniatrice, disprezzatrice e persecutrice dei poveri, fu condannata alle pene dell'inferno. )

 

LA  CATEGORIA  DEL  MERAVIGLIOSO

Quando avevo quattro o cinque anni, mi accompagnarono alla messa domenicale. Udii il suono di un armonium e credetti di sognare:  mi guardai dattorno per capire e vedere da dove veniva il suono che mi stava emozionando moltissimo, era la prima volta che ascoltavo musica.

Non vidi niente, non chiesi niente: credetti che il suono fosse prodotto da angeli o da qualche genio nascosto nel soffitto, dietro l’altare, dentro i muri.

Più tardi seppi che ad incantarmi era stato un modesto dilettante del paese che, sapeva mettere assieme quattro accordi che bastavano ad estasiare i bambini come me.

 

LA  STALLA

La famiglia cresceva, i figli erano già nove, mio padre ci aveva confidato che aveva intenzione di comprare una o due mucche per assicurare il latte, specie per i piccoli: il denaro lo aveva, ma mancava la stalla.

A ridosso della casa si sarebbe potuto costruire, con la volontà di tutti e con mezzi di fortuna “qualcosa che potesse ospitare una o due mucche”.

Fu così che in pochi giorni accumulammo pietre intere, mezze pietre e pezzi di varia grandezza sull’aia di casa.

Emergevano al lato est della casa, un paio di pietre che sembravano unite da malta.

Nello sforzo di staccarle scoprimmo che esse erano la parte più esterna di un misterioso e provvidenziale muricciolo che, in breve, con badili e arnesi vari, fu del tutto demolito. Il cortile era diventato un centro di attività e di curiosità insospettate.

C’era anche chi faceva ipotesi più ardite: poteva trattarsi di qualche edificio antico e magari famoso!

Un bel giorno, come nelle favole, si diede inizio alla costruzione della stalla, con strumenti rudimentali, senza un piano ben stabiliti e senza che nessuno avesse mai, prima di allora, fatto il muratore o il manovale.

Con spaghi, ferri, pali, si tirarono su tre pareti (la quarta parete era costituita dal lato nord della casa), qualcosa che assomigliava ad una stalla.

A un certo punto le pietre finirono e così cessò la costruzione delle mura.

Per il tetto bastava fissare alcuni grossi tronchi d’albero sul muro della casa e appoggiarli obliquamente sul muretto parallelo.      

Tavole vecchie e lamiere costituirono la base per il tetto, rifinito con delle tegole regolari acquistate da un compaesano.  

Fissati con la creta i vetri delle tre finestrelle, costruita una porta, sistemata una mangiatoia, la stalla era pronta . . .

Dopo pochi giorni, era primavera, arrivarono le due mucche Fortuna e Bruna.

Fu una festa, un’emozione generale, una benedizione di Dio, un atto di coraggio.

Col tempo la stalla subì dei perfezionamenti e delle integrazioni, e le mucche diventarono quattro, sei alla fine.

Latte e formaggio per tutti erano ormai assicurati.

La stalla divenne, tra l’altro, il locale più frequentato d’inverno: per le mie solitarie letture, per scaldarsi quando faceva freddo, per giocare a carte quando pioveva o nevicava.

Ho visto la stalla qualche anno fa, con occhio disincantato e mi parve una cosa diversa da allora: non mi pareva possibile di aver potuto, là dentro, passare momenti intensi e decisivi per la mia vita.

Allora era calda, ospitale, un luogo molto familiare, mentre adesso mi pareva adibita ad infimo magazzino e molto vecchia, anzi decrepita.

Essa rimane, finché rimane, a testimoniare un passato ben diverso dal presente, ma che ha avuto un ruolo significativo per un’intera grande famiglia, me compreso.

 

 

 

LA  NAVE

Una sera come tante altre, verso il tramonto, di estate, entrava nel porto di Venezia, una nave passeggeri particolarmente affascinante.

Da un argine della “cavanella” ai confini degli orti di casa, vediamo la gente che ci saluta da lontano, ascoltiamo il suono di un’orchestra che ci giunge a tratti con una suggestione incredibile.

Noi ragazzi viaggiavamo sempre e solo su barche spinte a fatica con i remi: l’idea che una barca tanto grande fosse spinta da un motore, ci incuriosiva molto.

Il vedere tanta gente beata, godere la musica, il tramonto senza spingere i remi, ci dava il senso della differenza tra noi e loro.

Era tuttavia una festa anche per noi, che ci estasiavamo dei colori, dei suoni, della ricchezza degli altri e sentivamo un senso di riconoscenza per i saluti che ci venivano inviati da lontano con le braccia e le mani alzate.

 

LA  PRIMA  LEZIONE

La prima lezione, a pagamento, me la diede un professore giovane, pallido, magro. Le sue dita furono la prima cosa di cui mi occupai: il modo di accarezzare i libri, di voltare la pagine, di sfiorare le cose, mi risultava leggero ed insolito. Pareva che provasse piacere a lambire le pagine ed i loro bordi.

Il suo guardarmi mi intimidiva un poco, ma anche mi incoraggiava: mi pareva buono, comprensivo, quasi timido pure lui.          

Parlava con impegno, con proprietà e non commetteva errori, non deviava dal suo discorso. Ciò mi sembrò subito una straordinaria capacità.

Non riuscivo a concepire come si potesse parlare per tanto tempo senza commettere errori, senza trovarsi a corto di parole e di argomenti.

Io ero rigido, immobile, solo con le mani e gli occhi manifestavo qualche movimento.

I mobili dello studio erano vecchi, conservati con la cura che si riserva alle cose che contano: tutto era perfettamente in ordine.

L’argomento trattato dal mio professore era un canto dell’Inferno di Dante.

Deve aver svolto così bene la lezione, deve aver usato un linguaggio così appropriato che non riuscii a capire un granché, perché il mio linguaggio era rozzo.

Con tutto il rispetto per il mio professore e con una certa simpatia per lui, sono uscito deluso.

A che serviva ascoltare uno che parlava come un libro?

 

LA  RIMA  “SONATA”

Da circa due anni mi arrabattavo per imparare a suonare l’armonium, ma i progressi erano lenti, anche perché avevo solo un libro per maestro e guida.

Una domenica pomeriggio, mi misi a strimpellare sul solito vecchio strumento, anche per vincere uno stato di depressione che mi colpiva diverse volte quando non sapevo cosa fare.

Dopo circa mezz’ora, mi riuscì di suonare a tempo e con una certa scioltezza un brano adattato, semplicissimo, di Mendelssohn.             Ripetei il brano non so quante volte, con una gioia sempre crescente, quasi struggente.

Non avevo immaginato che si potessero provare certe emozioni.

Smisi le mie esecuzioni quasi trasognato, inebetito, stanco e contento, soddisfatto ed inquieto nello stesso tempo.            

Avevo la sensazione di essermi mutato profondamente in quelle due ore di accanito suonare.

Ancora oggi, quando sento quel brano e della musica che gli assomiglia, mi viene addosso una intensa nostalgia.

Mi sarei baciato le mani, avrei baciato quei tasti, quel vecchio strumento da museo, il parroco che mi “prestava” spazio . . . .

Credetti per alcuni anni di avere una particolare passione per la musica.

Mi sbagliai: fui preso da altri interessi profondi e permanenti.

Mi rimase il gusto per la musica, la gioia di suonare, specie la musica di chiesa, per circa quindici anni.

Avevo scoperto solamente una nuova dimensione della vita, in un momento in cui tutto mi pareva bello e grande!

 

LA  REGATA

Per una settimana almeno, in paese non si parlava d’altro che della regata, nella quale certamente parenti e amici si sarebbero fatti onore, superando chi non era né parente, né amico.

I lavori degli orti stagnavano un poco, l’eccitazione era generale.

I regatanti, alla vigilia della prova, diventavano piccoli idoli, vezzeggiati, ammirati e persino serviti, protetti, difesi: erano i “nostri” che rappresentavano tutti noi!

Solo in circostanze come queste un ragazzino come me poteva un tantino fare il “comodo suo”: lavorare poco!

La domenica della gara era segnata da una eccitazione che raggiungeva il fanatismo o stato isterico: si vedevano in giro volti tirati come in attesa di un avvenimento drammatico.

C’era chi giurava nella vittoria di una certa barca e che invano le altre barche avrebbero potuto starle dietro!

Nei primi cento metri della gara i vogatori davano fondo a quasi tutte le loro energie, poi si afflosciavano e le barche scivolavano lente lungo l’interminabile percorso.

La posizione di ogni barca si andava definendo e già la discussione era accesa: gli ultimi erano sempre stati “traditi” da qualcuno o da qualcosa.

Era una festa esaltante, ma che volti sconvolti, che orribili bestemmie, che litigi furibondi, che paurose ubriacature, che cocenti delusioni!

Neppure la banda musicale di Murano che suonava per tutto il pomeriggio, toglieva di dosso la grande stanchezza di tutti, il sonno pesante dei ragazzini, l’amarezza dei tifosi, la euforia dei vincitori.

Rivedo con la fantasia argini, canali, barche, amici e nemici e ricordo la mia voglia di scappare da tanto chiasso.

 

LA  “STREGA”

Un complesso di circostanze rendeva assai strana la figura di una vecchia del mio paese.       Abitava con una figlia giovane, in una casa isolata più ancora delle altre case.

Era fisicamente deformata, rideva sempre ma in modo curioso, aveva la faccia rotonda e gonfia, pallida, di un pallore unto, sporco, piuttosto ripugnante.

Ogni volta che poteva faceva delle passeggiate lungo l’argine del canale vicino a casa mia, e sembrava che il motivo determinante per cui usciva, fosse il desiderio di parlare con qualcuno: infatti si fermava volentieri con piccoli e grandi, donne e uomini.

Sul conto suo però, circolavano voci che a me, ragazzo, facevano una certa impressione: forse era una strega che cercava di non scoprirsi adottando un tono bonario.

Non andava mai in chiesa e quando, eccezionalmente vi si recava, la gente la guardava con fare sospetto.

Bisognava, si diceva, non raccogliere le forcine da capelli perché le lasciava cadere per stregare chi incautamente le prendeva in mano (era sempre spettinata).

 

 

Lavorava a ferri, a far calze su ordinazione, ma era solo un pretesto, si diceva, per entrare nelle famiglie.

Molte cose strane si andavano raccontando sul suo conto.

Un giorno, mentre camminavo per le “stradette” dei miei orti, ad una svolta, mi trovo di fronte la “strega”!

Mi fermo immediatamente, non so cosa fare.

Lei mi chiede se ho paura, se ho qualcosa . . .

Mi metto a piangere (avevo nove anni), scappo via di corsa, senza voltarmi indietro, fino a quando raggiungo i miei fratelli che stavano lavorando.

Pure i miei fratelli mi chiedono se ho qualcosa . . .

Non ho il coraggio di dire la verità ed invento una storia: avevo visto una biscia che mi ha fatto tanto ribrezzo.

Mi ero messo al lavoro da poco, quando vedo arrivare la vecchia che saluta tutti e che mi chiede perché ero scappato in quel modo.

Mi giustificai con la bugia della biscia, col fatto che avevo perso la testa in quel momento.

I miei fratelli rimasero perplessi.

Lei si mostrò dispiaciuta per me, ma lieta di constatare che non ero scappato a causa sua.

Col passare degli anni, la vecchia si fermava volentieri a parlare anche con me: mai però accennavamo a “quella volta”.

Una sera morì improvvisamente.

Scoprii che mi dispiaceva l’idea di non vederla più passeggiare lungo l’argine del canale.

Le forcine da capelli per molto tempo continuarono a farmi una certa impressione se le scorgevo per terra.

 

 

LA  TERRAFERMA

Sono nato e cresciuto a Sant’Erasmo, un’isola dell’estuario di Venezia. Per alcuni anni ho creduto che il mondo fosse costituito da isole: vedevo le altre isole vicine e pensavo che tutte fossero come la mia.

Ad una certa età mi accorsi che c’era anche la terraferma, cioè una terra che non era un’isola.

Mi dissero, gli adulti, che dalla terraferma si poteva andare camminando, fino a Roma . . . cioè molto, molto lontano.

Da quel momento la terraferma è diventata qualcosa di attraente di curioso: una realtà da scoprire.

Quando durante le ore pomeridiane della domenica percorrevo tutta la lunghezza della mia Sant’Erasmo, giocando con i coetanei, non mi riusciva di capire come si potesse camminare tanto, anche per un’intera giornata, senza trovare acqua: mi riusciva inimmaginabile anche, che un paese cominciasse là dove finiva un altro paese, senza che un corso d’acqua facesse da confine naturale.

Un giorno venni a sapere che mio padre e i miei fratelli maggiori avevano concordato di recarsi, in barca, proprio in terraferma, per l’acquisto e il trasporto dei pali di sostegno per le viti.

Si trattava di molte ore di voga faticosa, ma avrei pagato non so che cosa per poterci andare anch’io. Supplicai, piansi, ma inutilmente:  ero troppo piccolo.

Vederli partire costituì un dispiacere che forse, in parte, provo ancora . . .

Al ritorno dei fratelli ascoltai ogni parola, misi a mente ogni particolare del resoconto fattomi. . . . . . La mia fantasia si accese.

Avrei desiderato fare domande, ma da noi chiedere troppo significava o essere sciocchi, o essere scoccianti.

Ogni giorno vedevo ormai la terraferma in fondo, all’orizzonte, ma non avevo ancora un’idea precisa di cosa essa fosse: mi rimase a lungo il desiderio di un viaggio.

Nel frattempo, la terraferma venne arricchita di significati fantastici, venne amata come un frutto proibito, come qualcosa che sembrava creato apposta per turbare la quiete che avevo goduto prima di scoprire che esisteva un mondo diverso da Sant’ Erasmo e dalle isole vicine.

 

LA  VISITA  AI  PIEDI

Da aprile a fine settembre nessun ragazzo del mio paese portava le scarpe o gli zoccoli ai piedi: andare scalzi era la cosa più naturale del mondo.

A scuola, in classe terza penso, un maestro supplente volle che i suoi alunni si recassero alle lezioni con le scarpe.

Mia madre con qualche difficoltà me ne acquistò un paio di gomma.

Alla sera, di norma, tutti, grandi e piccoli si lavavano le estremità nell’acqua marina del canale vicino a casa. Ciò però non detergeva abbastanza la pelle.

Una mattina il maestro volle che mi togliessi le scarpe per verificare se avevo osservato certe norme igieniche che mi aveva pazientemente insegnato.

Mi affrettai ad assicurarlo che mi ero regolarmente lavato la sera prima, ed era vero!

Insistette e dovetti slacciarmi le scarpe.

Diede un’occhiata ai piedi, fece una smorfia e mi invitò a lavarli meglio, con più cura, adoperando sapone, acqua calda, infilandomi i calzini.

Lui aveva ragione, ma non si accorgeva quanto io mi fossi agitato e quanto bisogno avevo di spiegargli che il sapone ai piedi non si usava mai, che anche a me “seccava” non averli curati, che i calzini si adoperavano di rado: alla prima comunione e alla cresima.

Il maestro veniva dalla città e queste cose non le sapeva.

Capii che era proprio vero il proverbio “mal comune mezzo gaudio”, perché anche gli altri miei compagni di classe avevano avuto la stessa sorte.

Compresi pure che la scuola può diventare crudele, seppur con le migliori intenzioni.

 

 

LE  LUCI  LONTANE

Ho potuto vedere le luci delle strade, dei negozi, degli stabilimenti piuttosto tardi, nel mio paese non esistevano.

Quando da bambino le scorgevo lungo la strada che congiunge Venezia con Mestre e Marghera, mi immaginavo assai più bella la vita di città rispetto a quella isolana.

Mi pareva che fosse molto allegro camminare per le strade di sera o di notte vedendo esattamente dove si mettevano i piedi e non sporcarsi e bagnarsi quando pioveva.

La varietà delle luci, rosse, verdi, bianche, strane, mi dava un senso di festa, di quella festa da “paese dei balocchi”.

Pensavo che vivere a Mestre o a Marghera, tra tante luci, sarebbe stato quasi un sogno senza fine.

Ancora oggi una casa molto illuminata, una via con molte luci, mi procurano un senso di vaga euforia, una voglia di vivere più intensa. Il buio, al contrario, continua a rattristarmi.

 

LE  MELE  SOTTO  LE  FOGLIE

Quando la brina copriva i campi ed i prati, il ghiaccio induriva la terra, tra le foglie cadute dai meli, scoprivamo, noi ragazzi di campagna, le mele nascoste e protette per noi.

Le raccoglievamo, le strofinavamo sui calzoni, ci riempivamo le tasche.

Riprendevamo il lavoro, ma di tanto in tanto, mettevamo sotto i denti una piccola mela che aveva il sapore del frutto raro, quasi proibito perché fuori stagione.

Mi ricordo ancora il sapore dolcissimo che certe mele conservavano e che deliziavano i nostri palati.

 

 

 

 

LE  MUCCHE

Alcune cose mi sono parse insopportabili fin da ragazzo, ma quella di dover rimanere a “servire” le mucche durante la domenica pomeriggio, mi è sembrata, per alcuni anni della mia adolescenza, insopportabile, inaccettabile.

Veder passare per la strada la poca gente vestita da festa, sapere che al centro del paese vi erano gruppi di ragazzi che chiacchieravano, che giocavano a bocce, o a carte, che seguivano il modestissimo via vai nella piccola piazza, era un evento che mi rendeva malinconico al punto di desiderare masochisticamente una solitudine ancora maggiore, ma con un nodo alla gola. Se poi passava qualcuno che si faceva obbligo di venirmi a trovare, allora cresceva il dispiacere di non poter piantare in asso le bestie e partire in compagnia . . . Facevo ogni cosa in fretta, di malavoglia, mi affannavo: tutto mi riusciva male, pesante, faticoso.

Quando poi, finito in qualche modo il mio compito, mi vestivo da festa e mi avviavo a raggiungere gli amici, correvo per quasi tutto il tragitto; vagavo qua e là per rifarmi del tempo perduto, ma tornavo a casa deluso.

La causa della mia inquietudine, della mi insoddisfazione, la attribuivo alle mucche, ma essa erano ovviamente altrove: era il bisogno insopprimibile che sentivo di comunicare con qualcuno, di uscire per almeno un poco da un senso di isolamento e di emarginazione che mi turbava.

Solo più tardi avrei letto Leopardi e avrei trovato, quindi, una spiegazione al mio malessere.

 

LE  PAROLE  SOSPESE . . . .

Avevo un conoscente che quando si rivolgeva a me e ai ragazzi adolescenti come me, diceva spesso: “quando sarai grande vedrai”; “quando capirai . . . ”; “quando ti accorgerai”.

Una volta presi il coraggio a due mani e gli dissi che il suo bestemmiare, il suo parlare male di tutti, il suo disprezzare la religione, il suo irridere le persone istruite, non erano cose né giuste, né buone. Aggiunsi che non gli credevo per niente, che era insomma un chiacchierone.

Mi ascoltò con un sorriso ed un atteggiamento di compassione tali che mi smontarono completamente addosso la pietà, il sorriso ironico di altre persone presenti. Tutti mi giudicarono un pappagallo che aveva imparato benino una certa lezione e che ora aveva l’ingenuità di ripeterla a chi le lezioni del genere non facevano né caldo né freddo, perché le sapevano a memoria.

Mi accorsi tuttavia che mentre io mi sgonfiavo, si sgonfiava anche lui e che quando scoppiai in pianto per la rabbia impotente, per la gaffe che avevo reso, egli si avvicinò e mi disse: “capirai . . . ”.

Erano però ridimensionate la malizia e la sicurezza che per diversi anni mi pareva di aver letto sul  suo volto.

 

L’OBBLIGO  SCOLASTICO

Avevo finito di frequentare la quarta classe elementare, già nel luglio precedente, quando capitò a casa la bidella per avvertire la mia famiglia che il giorno seguente dovevo presentarmi a scuola: anche se non ero stato iscritto ed era ormai primavera.

Tutto ciò allo scopo di evitare “grossi guai”.

La mattina seguente una decina di ragazzi, che della scuola si erano dimenticati quasi tutto, si trovò presente a scuola, in un’aula comune agli alunni della classe quarta.

Eravamo intimiditi, vergognosi, ma attenti ed incuriositi.

Il maestro ci fece un lungo discorso di cui non saprei riferire nulla, ma che nella sostanza diceva: “secondo le autorità scolastiche e fasciste, anche gli alunni promossi in quinta e che non avevano superato i quattordici anni, dovevano frequentare la scuola, altrimenti sarebbero piovute multe e, forse, i genitori sarebbero finiti in prigione”.

Invidiai alcuni compagni di ventura che i quattordici anni li avevano superati e che poterono andarsene subito a casa.

Per qualche giorno frequentammo la scuola con molto disagio da parte di tutti: di mio padre che ormai era abituato a contare pure sulle mie braccia; del maestro che non sapeva cosa farci fare; di noi “richiamati” a scuola, che non avevamo alcuna voglia di studiare.

Mi pareva impossibile che la scuola avesse proprio bisogno di noi, che eravamo stati promossi in quinta, dato che in paese la quinta, fino ad allora non era mai stata fatta.

 

L’ORGANO

Visto oggi, l’organo del mio paese, sembra un rudere, uno strumento mal costruito e ormai superatissimo.

Ma visto allora . . . era un’altra cosa!

Non posso dimenticare l’eccitazione che provavo quando suonavo i “forte”, i “piano”, i “pianissimo”, ricavati da quel rudere.

Premevo con violenza i tasti per suonare e soddisfare il bisogno dell’anima, una sensazione inebriante: quella di aderire forte, di alzarmi sui pedali schiacciandoli, di desiderare un suono ancora più forte fortissimo, o più piano, celestiale, pianissimo.

E’ facile oggi, per molti, passare indifferenti davanti ad un organo, però chi lo ha suonato con passione, è legato ad esso da sentimenti inesprimibili, anche se un po’ ingenui, come quelli di un modestissimo dilettante della tastiera, come sono io.

Per questo le cose non parlano alla stessa maniera agli uomini: esse possono lasciare imperturbati o far rimescolare il sangue che mette in subbuglio i sentimenti.

 

LO  STRACCIVENDOLO

Qualsiasi ferro vecchio, straccio, vetro bianco, ossa di animali, pezzi di rame, di ottone, di alluminio, avevano un valore perché tutto ciò poteva essere venduto ogni mercoledì dalle ore dieci alle ore undici.

Infatti in quell’ora noi ragazzi di campagna attendevamo il presentarsi di un omino che faceva scorrere sull’acqua la barca con due remi grandi, che lui sapeva manovrare con molta perizia e che riempiva delle nostre “robe”.

Era lui che rendeva possibile un “guadagno” facile . . . e che aggiungeva colore alle nostre giornate di lavoro: ovunque si andava, quando capitava di imbattersi con un “pezzo” di valore, ci si curvava per prenderlo e lo si metteva in tasca dei calzoni, o lo si depositava in un posto sicuro e nascosto, per la vendita settimanale.

Così si era stabilito tra noi e lo straccivendolo, un rapporto non solo economico, ma anche affettivo: era per noi una persona cara, simpatica, cordiale, sempre pronta alla chiacchierata.

L’incontro del mercoledì aveva momenti indimenticabili: tutti erano felici,  lui di comprare, noi di chiedere notizie, di farci raccontare qualcosa, di vendere, di avere con noi qualcuno che ci sapeva ascoltare.

Quando egli riprendeva la barca e ci salutava, noi giravamo le monetine tra le mani, facevamo i nostri conti, le nostre valutazioni, e già pensavamo alla raccolta per la settimana successiva.

Se capitava che un mercoledì lo straccivendolo mancasse all’appuntamento, allora la giornata era un po’ mesta, rimanevamo delusi ed anche preoccupati. Forse che il nostro amico si era stancato di noi o che non avesse più bisogno delle nostre cose?     Per fugare i dubbi, occorreva rivedere i remi, la barca, l’omino, i sacchi, la bilancia a mano. Così tutto riprendeva il significato che noi avevamo attribuito ai nostri appuntamenti.

Anche gli adulti della famiglia vedevano volentieri questo commercio perché pulivamo la terra da tanti oggetti inutile, ingombranti, ma anche perché l’omino riusciva simpatico a tutti.

Quando oggi vedo per terra una di quelle “robe”, non sono tentato di mettermele in tasca o in borsa, tuttavia mi sento un po’ più sereno ed amo di più la realtà umana.

 

NON  ILLUDERE  E  NON  SCORAGGIARE

Il parroco e la maestra erano due persone che si trovavano nella condizione di valutare il mio “caso”.

Non andavano d’accordo per molte ragioni, ma per stabilire se dovevo o no incominciare a studiare, si erano incontrati: nessuno dei due era sicurissimo della tesi sostenuta e sentiva il bisogno di metterla a confronto.

La maestra diceva che mi aveva conosciuto a scuola, dai sei ai dieci anni, il parroco dai quattordici ai venti. La maestra rimproverava al parroco la leggerezza nell’incoraggiare a studiare un ragazzo che era attaccato alla terra, alla famiglia, ai suoi naturali interessi, creando così delle illusioni e, in definitiva, rovinando un giovane che si era ormai bene inserito nella realtà in cui si trovava a vivere.

A sostegno della sua tesi, la maestra cercava di dimostrare che ero un tipo tranquillo, felice di vivere in una famiglia rispettabile, numerosa, bisognosa dell’aiuto delle sue braccia. Non era una sorte invidiabile, ma era pur sempre una situazione tranquilla, senza drammi. Lei si ricordava di un fanciullo docile, disciplinato, attento, un po’ apatico, fiacco, distaccato, introverso.

Alle argomentazioni della maestra, venivano opposti dal parroco altri argomenti: si trattava di un giovane che amava la lettura, si destreggiava dignitosamente nella recitazione, era riuscito persino a suonare l’organo della chiesa con un certo decoro. Meritava pertanto di essere incoraggiato nella conquista di nuove mete; di una sopratutto: conseguire l’abilitazione magistrale e diventare il maestro del paese. Sarebbe stata la prima volta che un ragazzo isolano diventava un maestro.

Con la complicità della mia famiglia ebbe il sopravvento la tesi del parroco, che si prodigò per avviarmi nel mondo quasi sconosciuto dei testi scolastici.

Ottenuto il diploma, mi presentai alla mia “vecchia maestra”: avevo in cuore un’immensa gioia e desideravo comunicargliela.

Mi trattò bene, ma con qualche imbarazzo naturale, anche perché era la prima volta che salivo nel suo appartamento dove nessuno, tranne la domestica era mai entrato e dove, qualche anno dopo morì sola, come aveva voluto vivere.

Il parroco conobbe il risultato, cui mi aveva spinto, in “esilio”: aveva dovuto lasciare la parrocchia per la quale aveva lavorato molto e per la quale sognava la collaborazione di un maestro “uscito dalle sue mani”.

Anche lui poco dopo morì di tumore.

Io oggi riconosco di essere in notevole misura ciò che egli mi ha stimolato ad essere.

 

 

 

 

PIERO

Tutte le settimane, Piero passava per casa mia.

Sbuffava, stanco, lasciando cadere sul pavimento della cucina il suo grosso fagotto, dove c’era di tutto: stoffe a prezzi convenienti, anzi, diceva lui, da svendita, per alleggerire il suo carico.       

Si sedeva su una sedia senza chiedere il permesso (da noi non si usava), e decantava la bellezza della “sua roba”, in modo divertente e simpatico: sapeva di esagerare!

Poi apriva il suo “fagottone” e sparpagliava tutto sul tavolo, sulle sedie, sulla credenza, nella certezza che mia madre incominciasse a palpare le stoffe, a chiedere i prezzi, a rifiutare di trattare, a dirgli che proprio non voleva fare spese, che le sarebbe piaciuto quel capo di biancheria o di calzoni, anche se tutto, diceva lei, era esageratamente costoso e non le piaceva farsi  imbrogliare.

Piero badava poco a quello che diceva mia madre, sapeva che avrebbe lasciato sempre qualcosa in una famiglia di venti persone!

Poi Piero aggiungeva che non era giusto lasciarlo andare via con tutto quel peso sulle spalle, senza comprare nulla, senza voler aiutare un uomo che era venuto da lontano, che aveva la stima e la simpatia per tutti noi, che aspettava di essere pagato anche molto dopo, senza preoccupazione.

Mia madre ad un certo punto si avvicinava a mio padre, gli parlava piano chiedendogli se poteva darle dieci, cinquanta, sento lire m per comprare qualcosa ai figli e alle ragazze.          

Assicurava, sempre sotto voce, che valeva la pena di acquistare certi capi e che sapeva quanto onesto era Piero.

Qualche volta Piero si fermava a mangiare un boccone.

Allora si confidava, raccontava le sue pene, le sue fatiche, dei crediti che aumentavano. Diventava così anche patetico. Mi commuoveva vedere un uomo, alto quasi due metri, triste, sotto il velo di un’allegria troppo rumorosa per essere vera.

Quando egli se ne andava, a noi ragazzi dispiaceva, aveva una voce che si ascoltava volentieri, rappresentava una umanità diversa e nuova, un mondo che allargava i nostri orizzonti.

Una volta mi disse che non sarebbe più tornato.

Aveva un fagottino sulle spalle perché non era più capace di portarne uno di grande come un tempo e perché la gente non lo pagava mai.

Ero abbastanza grande quando seppi che Piero era morto, solo, abbandonato, non so per quale ragione.

La voce della sua morte si sparse per tutto il paese.

Capii allora che Piero non era un uomo comune, che era passato per le case lasciando dietro di sé  una scia di stima e di affetto.

 

RICCHEZZA

In dicembre, durante una brutta giornata, verso l’ora del tramonto color cenere, non si vedeva anima viva per la strada e per i campi.   I miei vestiti erano di qualità scadente e piuttosto leggeri (oggi mi sembrerebbe di morire di freddo), il vento mi gelava le parti scoperte del corpo; i piedi erano freddissimi, le mani violacee.

Eppure, solo ora mi ricordo di questi particolari. Allora tutto ciò aveva così scarsa importanza, che non me ne curavo affatto.

Ero preso, quella sera, da un tale entusiasmo, che mi sentivo un ragazzo felicissimo: avevo scoperto, che anche nel mio paese, non vi erano limiti per conquistare i più alti valori della vita, che bastava volerli raggiungere.

Ed io mi sentivo, in quel momento, di volerli. Mi sentivo come invasato da una forza straordinaria: ero indubbiamente in uno stato di alta eccitazione.       

Avrei quasi desiderato che il freddo e il vento fossero più forti, per dimostrare che non li temevo.    Ogni tanto mi fermavo, guardavo attorno, mi sentivo un dominatore, perché nessun evento, mi pareva, avrebbe potuto arrestarmi nella conquista di una vita nuova, avventurosa e meravigliosa.

Avrò avuto sedici anni.

 

SOLITUDINE

Era domenica. Mi trovavo a Lio Piccolo e dovevo recarmi alle Mesole.

Camminavo guardando i pesci morti dal freddo sotto il ghiaccio, seguivo i canali e le barene, alzavo gli occhi di tanto in tanto, per una visione d’insieme, lentamente mi recavo alla casa di parenti che mi ospitavano da qualche tempo: esattamente da quando ero fuggito dal distretto militare di Mestre, per non finire nei campi di concentramento tedeschi, era il 7 dicembre 1943.

Arrivo a casa e trovo lo zio che, triste come può esserlo un vecchio solo, mi invita, con affetto, nella piccola cantina di casa a bere un bicchiere di vino bianco “speciale”.

I nostri animi si distendono, lui mi parla con simpatia e bontà; lo ascolto, lo osservo mentre versa il vino come in un rito; mi porge il bicchiere con un sorriso meraviglioso, che manifesta la sua riconoscenza verso chi sta volentieri con lui.

Vorrei abbracciarlo, ma un pudore rustico ed antico me lo impedisce, e così cerco di mostrarmi allegro per nascondere la commozione.

Stava facendo buio, freddo, e perciò siamo andati a sederci sull’apposita panca di legno sistemata attorno ad un fuoco che scaldava, univa, addolciva lo spirito.

Così sono riuscito, almeno per quella sera, a far sentire meno solo un anziano e ad imparare a prestare qualche attenzione agli altri.

 

UNA  CAREZZA

Mia madre era una donna dolce e sensibile, ma non riusciva a manifestare il suo affetto in modo spontaneo, perché allora, in campagna, non si consideravano importanti i sentimenti “dolci”.

Un giorno ero triste, non so perché, forse non stavo proprio bene ed ero stanco, ero seduto su una sedia di paglia, in atteggiamento di abbandono.

Mia madre mi venne vicino e mi disse “cosa hai Nino”, era un vezzeggiativo per i momenti più belli.

Mi pose, quindi, la sua mano sulla fronte facendomi una carezza prolungata, intensa, autentica.

Ricordo il piacere immenso che mi fece, quanto essa mi consolò!

Certo, non tutte le carezze donate ai bambini hanno lo stesso effetto, ma in certi momenti, in particolari situazioni, una carezza di persona amata può confortare e rendere felice un fanciullo (e qualche volta anche un adulto, un vecchio).

 

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