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Valentino Pagnin

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Forse non dovrei dirtelo

♥ RACCONTO LA MIA STORIA

 

Ero appena entrata in casa, lo avevo salutato con un bacio e mio padre esordì...

"Forse non dovrei dirtelo, ma se non parlo sto male. Dobbiamo andare fuori, a sentire altri."

"Che cosa vuol dire, dobbiamo? Al limite, devi, perché io non voglio e quindi, non devo."

"Ah, è così??! Allora farai quello che ti dico io!"

Mio padre da sempre, fin da quando eravamo piccoli, aveva preteso, imponendosi, di gestire la nostra volontà e controllare ogni movimento. Era autoritario e severo ma gli ubbidivamo tranquillamente e senza turbamenti perché pensavamo comune agli altri genitori quel tipo di atteggiamento. Se vogliamo, tutto ciò poteva passare fino ad una certa età, ma con l'avanzare degli anni, anzi alle soglie della terza età e in questo caso specifico poi, era inaccettabile. Comprendevo benissimo la sua ansia e i suoi buoni propositi, ma per me, alla vigilia della prima chemio già così difficile tra il dubbio e il batticuore, era giunto il momento di essere ferma nella mia scelta fatta precedentemente in piena coscienza. Non potevo tornare indietro, si trattava della mia vita e nessuno doveva avere la pretesa di farmi tornare sui miei passi. Avrei sbagliato? Non so e del resto altri neanche potevano saperlo, pur non conoscendo quello che mi sarebbe successo, sarei andata avanti assumendo le mie responsabilità. Queste considerazioni elaborate ad alta velocità dalla mente provocarono in me un'aggressività mai vista prima, la reazione che ne venne fuori lasciò tutti di stucco ed io stessa che parlavo stentavo a capire che senso avessero quelle parole e fino a che punto le pensassi veramente.

" Basta!!", urlai, "Non voglio curarmi più! Non voglio più operarmi! Lasciatemi in pace, finché è destino che io viva vivrò, poi sarà quello che deve essere."

Scoppiai in un pianto dirotto, singhiozzavo e non riuscivo a frenarmi nonostante i tentativi di chi mi era più caro. Oggi, ripensando a quel momento, considero la mia reazione di allora spropositata e senza senno, ma è chiaro che era stata causata da tanta tensione accumulata, giunta ad un punto critico, quando già da sola mi ponevo tante domande senza poter dare delle risposte, avrei avuto bisogno di una mano che mi accompagnasse in silenzio ad affrontare una prova sicuramente difficile per tutti.

Per il resto del giorno mostrai una calma apparente. Mi vergognavo come una ladra e così alla tensione avevo aggiunto anche il senso di colpa per aver scatenato un putiferio e guastato la festa a tutti.

Ma perché mai non avevo seguito il mio istinto quella mattina e non ero rimasta a casa? Parlai poco e niente anche sulla strada del ritorno, mio marito che ben mi conosce, sapeva che era molto meglio non aprire alcun argomento o, peggio ancora, farmi domande sull'accaduto del giorno, tutto il malumore, allora, si sarebbe scaricato su di lui.

Giunta a casa, mia figlia mi chiese di quella giornata e inevitabilmente tutto ciò che avevo nel cuore venne fuori con rabbia e dolore. Non ce l'avevo con nessuno e ce l'avevo con tutti, anche con me stessa perché non riuscivo nonostante lo sforzo immane, a vincere la paura, perché di paura si trattava, paura del dolore fisico, paura di restare senza capelli, paura di non farcela. Inveii a parole contro i miei familiari che cercavano di confortarmi ridimensionando ogni mio timore. Eh già, tanto ero io che dovevo affrontare tutto mentre per loro era facile limitarsi a guardare... questo era il mio pensiero e glielo vomitavo addosso con crudeltà, incurante di quanto potesse esser grande anche la loro sofferenza. Piangendo andai in camera da letto e di nuovo come qualche giorno prima, svuotai l'armadio e gettai con foga maglie, gonne e pantaloni sul letto, poi, asciugate le lacrime, rimisi tutto a posto con calma.

Si era fatto ormai tardi, si concludeva una delle giornate più brutte.

Mi preparai una camomilla e mi misi a letto, credendo che avrei stentato a prender sonno. Chissà come sarebbe andata l'indomani, a quella stessa ora come mi sarei sentita!? Piano piano gli occhi già appesantiti dalle tante lacrime, tendevano a chiudersi, mi addormentai pensando finalmente che comunque ogni cosa sarebbe passata lasciandomi un'esperienza in più per continuare a... vivere.