LE MIE RADICI 

LE MIE RADICI - prima parte

LE MIE RADICI - seconda parte

 

 

 

Per raccontare quanto un

“particolare uomo”

può rappresentare un

“universale umano”

 Autobiografia di Dino Pagnin

 

Scrivo per lasciare un messaggio a chi lo vuole ricevere.

 

Dedicato ai miei figli

Lucio

Paola

Valentino

Chiara

 

LE MIE RADICI 

LE MIE RADICI - prima parte

LE MIE RADICI - seconda parte

 

 

 

Per raccontare quanto un

“particolare uomo”

può rappresentare un

“universale umano”

 Autobiografia di Dino Pagnin

 

Scrivo per lasciare un messaggio a chi lo vuole ricevere.

 

Dedicato ai miei figli

Lucio

Paola

Valentino

Chiara

PRIMO  GIORNO  DI  SCUOLA

PRIMO  GIORNO  DI  SCUOLA

Da alcuni giorni mia madre stava brigando per preparare il grembiule nero e la cartella scolastica per il primo giorno di scuola.

Ricordo che il grembiule era lungo e ampio, perché doveva durare per più anni; la cartella era costituita dalla parte migliore di un sacco, che veniva lavato, aperto, stirato, tagliato in modo che saltasse fuori un contenitore sufficientemente capace e dignitoso.

Era una giornata magnifica, piena di sole, calda, serena.

Al mattino con i vestiti nuovi fui accompagnato a scuola, assieme al mio gemello, dalla sorella maggiore e mi pareva che tutti mi guardassero perché mi sentivo bello, ordinato, interessante!

Il mio gemello ed io fummo assegnati nello stesso banco, anche perché ci tenevamo “stretti” per mano: era la prima volta in fondo, che facevamo parte di una comunità diversa e più ampia della famiglia, e ciò ci spingeva a solidarizzare, ad essere più uniti del solito.

Rammento pure di aver avuto una boccetta di inchiostro tutta per me, una penna, una matita, una gomma, due quaderni che non vedevo l’ora di usare . .

La mamma mi aveva preparato, con degli stracci morbidi, un “nettapenne” a forma rotondeggiante con un bottone al centro, mi aveva raccomandato pure di usarlo con maniera . . .

Non ricordo cosa ho fatto a scuola quel giorno! Forse ero troppo coinvolto dalle emozioni e da tante novità . . .

ESPANSIONI

ESPANSIONI

Quando venivano dei parenti o dei conoscenti a trovarci, vedendomi bello grasso mi facevano spesso il “ganascino”: mi accarezzavano il viso con le mani per sentire come era liscia la mia pelle, e mi davano, per tale ragione, un fastidio incontrollabile.

Fastidio che mi ha accompagnato per quasi tutta la vita.

Anche oggi non amo essere toccato da persone estranee.

BROSE

 

BROSE

Un evento che mi ha tormentato sino da quando risalgono i miei ricordi, è costituito dalle “brose” (ipettigini) che mi affliggevano continuamente le gambe, le braccia e il viso.

Le mosche mi seguivano e mi davano un fastidio costante. Ogni tanto mia madre o mia sorella mi fasciavano gli arti con dei ritagli di lenzuola lavati e puliti allo scopo di evitare che le “brose” si diffondessero e per proteggermi dalle mosche.

Io però non gradivo per niente le fasciature perché esse cadevano sempre, come i calzini senza elastico, e dovevo continuamente tirarle su.

Così finivo per sciogliere i nodi e quindi buttare via tutto.

I  PIDOCCHI

I  PIDOCCHI

Ben presto dovetti fare la conoscenza con un’altra realtà: i pidocchi.

A tale proposito ritengo che mia sorella abbia avuto molta pazienza e tanto amore: mi curava la testa, me la rovistava sistematicamente, mi lavava in qualche modo.    

Spesso tuttavia dopo pochi giorni eravamo daccapo: i pidocchi proprio non se ne andavano.

Allora i miei parenti pensarono ad una soluzione che doveva essere radicale: far radere i capelli a zero da un cugino allievo-barbiere.

E’ così che iniziò la pratica di periodiche rasature della testa, pratica che durò sino  a quasi tutti gli anni di scuola elementare, cioè quattro.

Arrivava mio cugino con la macchinetta, mi faceva un sorriso che voleva dire “mi dispiace, ma io non c’entro”.

A scuola provavo un grande disagio, perché c’era sempre qualche compagno di classe che mi prendeva in giro a causa della testa pelata.

“ EA  PEATA”

 

“ EA  PEATA”

Tutti i rifiuti urbani di Venezia venivano accumulati su appositi barconi, chiamati “peate”. Tali rifiuti venivano poi venduti agli ortolani di Sant’Erasmo e delle altre isole dell’estuario, per la concimazione della terra.

Ma le “peate” erano miniere per noi ragazzi.

Infatti eravamo eccitati quando, nell’ora dell’acqua alta la peata veniva accostata nell’argine del canale, la cavanella, adiacente agli orti.

C’era di tutto: ossa da vendere; stracci da utilizzare dopo averli sommariamente lavati contenitori di vario tipo come bottiglie, barattoli, cesti; giocattoli rotti ma aggiustabili; persino qualcosa da mangiare come carrube e noccioline; chiodi e ferri . . .

La puzza che emanava dalla spazzatura quando veniva scaricata e gettata sull’argine era grande, ma noi non ci sentivamo disturbati più di tanto!

Per alcune ore eravamo impegnati a utilizzare nel miglior modo possibile tutte le risorse che ci offriva la peata che, fra l’altro, veniva pagata abbastanza bene.

Speravamo sempre che papà riuscisse a comprane più di una, così da poter avere altre occasioni per la ricerca di “piccoli tesori”.

INFATUAZIONE

INFATUAZIONE

Avrò avuto sette o otto anni quando mi accorsi che giocavo particolarmente volentieri con una compagna di scuola, che cercavo sempre la sua compagnia, che mi risultava bella, simpatica, intelligente, diversa.

Sotto il corto porticato della chiesa giocavamo a palline, a bottoni, a “garegoi” con un piacere che non avevo mai provato prima. Ci isolavamo e stavamo assieme il più possibile, ci guardavamo a distanza, ci sorridevamo in modo dolce.

Qualche compagno di scuola si accorse e cominciò a prenderci in giro, a burlarsi di noi, ad insinuare malizie, a raccontare ad altri il nostro innamoramento.

Così finirono i nostri giochi, i nostri incontri, il nostro volerci bene.

Soffrii per alcuni giorni, ma poi riuscii a guardare la mia amica senza il trasporto che avevo manifestato prima.

 

PRIMO  AMORE

 PRIMO  AMORE

Non mi ricordo più il nome.

Non era bella, ma mi piaceva moltissimo incontrarla per la strada verso sera, quando io tornavo dal lavoro dei campi e lei andava a prendere il latte presso una famiglia poco distante dalla mia.

Non lavorava i campi e perciò aveva le mani morbide, non incallite come le altre ragazze del paese, il suo volto era pallido non bruciato dal sole.

Suo padre era un dipendente dello Stato e mi pareva che ciò la mettesse in posizione di privilegio.  

Insomma mi pareva una ragazza diversa per tanti motivi e particolarmente fine.

Aveva avuto pure la bontà di dirmi che io ero diverso dagli altri e che le riuscivo simpatico.

Così, quando ci incontravamo era evidente la nostra gioia, la nostra emozione, la voglia di rimanere assieme.

Però né lei né io potevamo tardare per l’ora della cena e quindi i nostri colloqui duravano una decina di minuti dopo di ché ci lasciavamo con tanta tenerezza e malinconia.

La storia durò per qualche mese perché lei si trasferì con la famiglia in altra località.

LE  TOPPE

LE  TOPPE

Sarà stata la qualità della stoffa, sarà stato il tipo di lavoro che facevo, sta di fatto che i calzoni si consumavano e si laceravano quasi sempre sulle ginocchia e sul sedere, mentre la giacca si rovinava sui gomiti e i calzini si rompevano sulle calcagna e sulle punte delle dita dei piedi.

    Fu così che vidi, per molti anni, mia madre e le mie sorelle maggiori, intente a rattoppare i miei vestiti e quelli dei numerosi fratelli di sera o nelle pause di lavoro dei campi.

Non c’é dubbio che esse si industriavano a fare del loro meglio per salvare l’estetica, per quanto possibile, e per garantire la funzionalità del rattoppo, però non erano sarte e lavoravano come potevano con i mezzi scarsissimi che avevano a disposizione.

I risultati spesso erano davvero pietosi.

Io sapevo di essere povero, sapevo che molti altri ragazzi avevano toppe sui vestiti, che non si poteva pretendere di avere vestiti nuovi ogni volta che si rompevano, ma le toppe sui vestiti mi davano fastidio, mi mettevano a disagio psicologico.

Forse è nata da qui la mia abitudine di allora e di adesso ad avere riguardo per ciò che indossavo e che indosso.

Penso di dover anche delle scuse a mio fratello gemello che veniva troppe volte rimproverato perché non aveva rispetto per i suoi indumenti come, dicevano, lo avevo io.

In realtà si trattava di due stili diversi di comportarsi di fronte alla realtà: di due modi diversi di percepire le cose e il loro uso.

CALZONI  ALLA  ZUAVA

CALZONI  ALLA  ZUAVA

Ero in piena adolescenza.

Mio fratello maggiore di due anni, mi aveva regalato i suoi calzoni alla zuava perché a lui stavano stretti.

Li indossai e mi parve che mi stessero a pennello.

Quando mi recai alla messa domenicale, mi sentivo molto più elegante del solito, più interessante, e provavo uno stato di benessere, di narcisismo acuto.         Qualcuno ebbe la cortesia di dirmi che stavo proprio bene vestito così, che parevo un altro.

Per due-tre anni fu un vestito che amai molto perché mi rendeva più disinvolto, più sicuro di me, più aperto agli altri.

I calzoni alla zuava erano molto diversi dai calzoni dei giorni di lavoro, per qualità di stoffa e per forma, e quindi mi davano la sensazione di essere proprio in un giorno di festa, non di fatica.

Da allora apprezzai chi sapeva e poteva vestirsi bene.

Più avanti con gli anni, neppure un vestito elegante mi ha mai “montato la testa”.

PESCA  DI  GO’

 

PESCA  DI  GO’

Quando la marea era molto bassa, nei mesi di gennaio-aprile soprattutto, rimanevano asciutte (scoperte) delle larghe isole del fondo lagunare. In mezzo alle alghe andavamo noi ragazzi, a piedi scalzi, in cerca di “gò”, senza rete: a mano.

C’erano degli inconfondibili buchi che segnalavano la presenza di una famiglia di gò.          

Allora infilavamo il braccio nudo nel buco e con la mano libera tenevamo chiuso l’altro buco di uscita e ci trovavamo tra le dita i pesci che tentavano inutilmente di scappare.

Uno alla volta venivano presi e depositati nell’apposito cesto di vimini.

Era bello per me comunicare a mio fratello, col quale andavo sempre assieme, che ne sentivo molti, che erano grossi, che era facile tirarli su.

Erano momenti così allegri, così vivi, che si finiva per dimenticare, o quasi, che faceva freddo, che le maniche della camicia erano bagnate, che eravamo tutti sporchi di fango, che avevamo una fame da lupi, che eravamo stremati dalla fatica.

LATTE

 

LATTE

Mi raccontava mio fratello maggiore:

quando tu eri appena nato io avevo tredici anni e provvedevo alla mungitura delle mucche. Mentre tutti dormivano io salivo le scale senza far rumore e portavo alla mamma una ‘tazzona’ di latte appena munto, senza dire niente a nessuno

Quando diceva queste cose io volevo sapere, ero ancora bambino, perché il latte alla mamma di nascosto . . . ?

Allora mi rispondeva che eravamo tutti in una grande famiglia, con i nonni, gli zii, i vari nipoti, le nuore, e non tutti erano in grado di capire che la mamma aveva il “diritto” ad una quantità di latte maggiore degli altri e doveva nutrirsi di più perché aveva due gemelli.

Lui però riteneva di non far nulla di male, che era meglio evitare discussioni, rimproveri e fraintendimenti, ed era felice di dare un aiuto alla mamma che, a suo avviso, non veniva capita ed amata.

 

BUONI  E  CATTIVI

BUONI  E  CATTIVI

Da bambino alla sera ascoltavo sempre quando potevo, i racconti degli adulti. Così venivo a sapere quanto cattivi e quanto buoni venivano giudicati i parenti ed i conoscenti vivi e morti.

Mi attraevano episodi di violenze, di astuzie, di ipocrisie per il possesso di qualcosa; o episodi di bontà, generosità, dedizione, intelligenza.

Il male e il bene stavano tutti da una parte.

Così  io dividevo dentro di me i parenti ed i vicini da amare ed i parenti ed i vicini da odiare; i parenti di cui ci si poteva fidare e gli altri dai quali era meglio stare alla larga.

Così interpretavo in modo molto radicale i gesti, le parole, i comportamenti delle persone con le quali venivo a contatto e mi dispiaceva non potermi fidare di tutti.

“STRANIERI”

 

“STRANIERI”

Erano poche le persone che venivano a Sant’Erasmo quando io ero bambino.

Essi, quindi, rappresentavano un evento molto stimolante.

Il “caregheta”, il maniscalco, il venditore di attrezzi di legno (il friulano), il venditore di stoffe, rappresentavano persone estranee ed un poco strane, soprattutto perché vivevano senza lavorare la terra (mi pareva impossibile) perché avevano un modo di parlare diverso dal nostro, perché vestivano in modo caratteristico, perché sapevano dire e fare cose specifiche ed interessanti.

Erano per me degli stranieri che mi incuriosivano proprio per la loro diversità. Di essi mi interessava quasi tutto: come trattavano noi bambini, come si rivolgevano alle donne di casa, come esprimevano le loro richieste, che colore avevano la loro pelle e le loro mani, che tipo di vestiti indossavano (quando erano puliti o sporchi), quali parole non riuscivo a capire, come si comportavano a tavola, quanto volevano di “paga” per il lavoro svolto o quanto facevano pagare la loro merce.

Raramente si accorgevano della mia indiscreta presenza, sia perché cercavo di non disturbare, sia perché avevano ben altro da fare!

DUE  MADRI

 

DUE  MADRI

Dopo la nascita di sei figli e prima di altri sei, nacqui io il 5 maggio 1924.

Mia madre mi raccontava che fu sorpresa e preoccupata quando le dissero che la mia nascita sarebbe stata seguita da un altro figlio, mio gemello.

Mio padre, invece, era orgoglioso, non solo di avere già otto figli all’età di trent’otto anni, ma anche di averne due alla volta: ciò esaltava la sua fecondità allora molto apprezzata.

La mia sorella maggiore mi raccontava che la mamma, vedendosi due figli in una volta, (dopo nove anni la vicenda si ripeterà), chiamò le due figlie maggiori di undici e nove anni e disse loro che affidava Dino, io, a Evelina e Otello, mio gemello, a Elena, invitandole ad avere cura ciascuna del proprio fratellino, perché lei non avrebbe mai, da sola, provveduto al necessario per mantenerci in vita e farci crescere sani e belli.

LA  FOTO

 

LA  FOTO

La mia salute di neonato e di bambino non è stata florida, ma mio fratello gemello stentò più di me a crescere ed acquistare la necessaria robustezza per sopravvivere, in un periodo ed in una condizione in cui il medico condotto passava una volta alla settimana e sempre con premura, le medicine erano del tutto eccezionali ed il pediatra non si sapeva chi fosse.

Il latte abbondante della mamma, forse riuscì a farci maturare in modo quasi normale. Io tuttavia rimasi un bambino linfatico ed adenoideo, mentre mio fratello superò la sua debolezza iniziale solo dopo i quattordici anni.

I primi ricordi risalgono a quando un parente di città ci volle fare delle fotografie perché riteneva che noi due gemelli fossimo “interessanti”, eravamo molto grassi e ciò corrispondeva ad essere floridi e belli.

Ci misero in diverse posizioni, vestiti alla marinara, in piedi, seduti sull’erba, assieme e da soli.

Dopo qualche giorno ci hanno fatto vedere le foto ed io ebbi la sensazione di assomigliare ad un porcellino lucido e turgido e mi spiacque constatare che ero più basso del mio gemello, anche se mi consolavo nel vedermi più grasso.

PENTOLINO

 

PENTOLINO

La mia famiglia aveva fatto conoscenza con un’altra famiglia di Venezia, che veniva la domenica a passare la festa a Sant’Erasmo.

Fu così che mi invitarono a recarmi a casa loro quando mi recavo a Venezia per qualche lezione, per consumare la mia colazione di mezzogiorno.

Accettai, ma con grande imbarazzo.

Avevo nella borsa un pentolino ermetico nel quale mia madre mi metteva due tre fette di salame da cuocere, da mangiare col pane che mi comperavo in un negozio a Venezia.      

Così tiravo fuori il mio pentolino e consumavo il pasto a tavola con gli amici ospitanti.

La padrona di casa mi chiese, garbatamente e intelligentemente, se volevo approfittare di un piatto di pastasciutta calda che lei preparava anche per i suoi familiari.    

Risposi di sì e chiesi a mia madre di portare un po’ di salame di più ed un po’  di verdura “in cambio”.

Per un po’ di tempo andammo avanti così, portavo frutta e verdura e mangiavo con loro, come loro.

Però finii per rendermi conto che la mia presenza non poteva non creare disagio, non interrompere i ritmi della loro vita familiare, non impedire quei discorsi che si fanno quando ci sono ospiti in casa.

Dissi che non potevo più recarmi da loro, inventando una frottola che loro fecero finta di ritenere vera.

Così da essi andai solo dopo che avevo consumato il mio pasto seduto in qualche parte (Venezia offre molte opportunità per sedersi) e dopo che avevano schiacciato il pisolino, abitudine irrinunciabile per i “vecchi” di casa.

Dalle tredici alle quindici, quindi, girovagavo per le calli e per i campielli di Venezia come un turista, ma con tanto sonno addosso, tanta stanchezza, tanta tristezza, almeno qualche volta.

INVERNO

 

INVERNO

D’inverno, quando faceva freddo forte, mi rincresceva moltissimo alzarmi dal letto, perché odiavo il passaggio dal tepore accumulato faticosamente sotto le coperte, al gelo dell’acqua del catino per lavarsi il viso, all’aria frizzante che passava tra le fessure delle porte e i vetri delle finestre.

Mi mettevo in fretta i calzini, i calzoni, la camicia e la giacca, infilavo gli zoccoli di legno e correvo giù per le scale per incominciare a scaldarmi.

Di solito non bevevo e non mangiavo nulla appena alzato, andavo come tutti gli altri sui campi a lavorare in attesa che arrivasse, dopo un’oretta, la colazione, cioè una tazza di latte e orzo con polenta arrostita.

Consumavo, in compagnia dei fratelli, la colazione seduto in qualsiasi posto, sull’orlo di un orto, su un tronco di un albero, su un vaso di latta, su un cesto di vimini, sulla carriola.

Poi cominciavo a lavorare come prima, fino a mezzogiorno.

Se c’era il sole riuscivo a indovinare quanto tempo mancava al suono delle campane e quindi al pranzo: l’ombra degli alberi, della propria figura, del badile piantato verticalmente, mi consentiva di sbagliare di poco, di cinque minuti circa.

A mezzogiorno quindi, lasciavo gli arnesi sul posto e, svelto, mi recavo a casa per la consumazione del pasto.

Speravo di trovare qualcosa di particolarmente gradito (una pastasciutta era il massimo), ma c’era poco da variare, si sapeva quali erano i cibi possibili: minestra di fagioli, polenta, pesce, qualche fetta di salame e anche qualche briciola di formaggio.

Il pasto era consumato da tutti in breve tempo: c’era l’abitudine di mangiare in fretta, avidamente, come chi avesse qualche paura di trovarsi senza cibo.

Il pomeriggio era breve: dopo poche ore di lavoro il sole tramontava ed allora tornavo a casa con gli arnesi per la cena che normalmente era costituita da radicchio crudo, polenta, una fetta di salame o un po’ di formaggio o un pesce o crostacei che andavamo a pescare nei  “canali”.

Consumavo la cena ancora più in fretta del pranzo, perché avevo una grande premura di uscire di casa per andare alla canonica, dove il prete mi accoglieva sempre, assieme ad altri quindici venti ragazzi, e mi faceva giocare, mi istruiva, mi intratteneva conversando un po’ su tutto.

A poco a poco questa fu la vita che contava per me: lavoravo sempre e volentieri pensando al momento di incontro serale, senza del quale nel giro di qualche anno l’esistenza mi sarebbe risultata insignificante e troppo dura, specie d’inverno.

I  GELONI  O  “BUGANZE”

 

I  GELONI  O  “BUGANZE”

Quando il freddo era grande, le orecchie, le mani e i piedi li sentivo particolarmente gelidi. Alla sera, se riuscivo in qualche modo a riscaldarmi avvicinandomi al fuoco acceso per la cottura della polenta, mi prendevano i “diavolini” ossia dei dolori acuti con fitte che si diffondevano più in profondità, oltre le orecchie, le mani ed i piedi.

Quindi mi prendeva un forte prurito che mi induceva a grattarmi sconsideratamente.            

Dopo qualche giorno apparivano i geloni o “buganze”, con gonfiori, lacerazioni della pelle, fuoriuscita di siero e sangue.

Per l’intero inverno quindi, le dita delle mani, dei piedi e le orecchie, rimanevano turgidi e doloranti.           Ma tutto ciò non costituiva un grosso problema pratico perché si faceva tutto egualmente e non occorrevano medicine. Bastava aspettare la primavera e tutto passava.

Al massimo restava qualche cicatrice che nessuno considerava un inconveniente degno di attenzione.

L’ATTESA

L’ATTESA

Per avere il necessario controllo sui progressi che andavo facendo nei miei studi solitari, iniziati a vent’anni, una volta la settimana andavo presso l’Istituto Cavanis a Venezia e attendevo che qualche professore-prete avesse un’ora “buca” da dedicare a me.

A volte dovevo aspettare più ore in uno stanzino senza poter uscire per non perdere l’occasione di una valutazione cui tenevo tanto. Non potevo muovermi per non disturbare gli studenti che lavoravano nelle aule, non potevo scambiare una parola con qualcuno perché tutti avevano da fare.

Abituato a studiare sempre da solo, in casa mia fra le mie cose e con la possibilità di uscire, mi trovavo a disagio in una stanza; mi sentivo estraneo, accettato solo per pietà, e meno male che c’era, ma mi sentivo una presenza del tutto anomala e spesso mi prendeva una gran voglia di sbuffare, di urlare, ma non sapevo far altro che aprire i libri e cercare di attendere con pazienza il momento dell’incontro.

ANNI  TRENTA

 

ANNI  TRENTA

Negli anni trenta, nella mia isola, dall’alba al tramonto era il giorno, dal tramonto all’alba era la notte.

Nessuno si sarebbe sognato di ridurre l’orario di lavoro quando il sole illuminava la terra.

Il lavoro dei bambini era di norma: ogni ragazzo si sentiva alla pari con i grandi . . .

I discorsi che si facevano potevano essere ascoltati da tutti, non esistevano segreti: le aspirazioni, i desideri, le paure, i problemi di tutti erano davanti a tutti, piccoli e grandi.

Molti eventi coinvolgevano  in modo particolarmente intenso: le semine, i raccolti, i temporali, il secco della terra, le alte maree, le stagioni, gli animali . . .

I bambini e gli anziani si stancavano prima degli altri e quindi si coricavano a letto presto, appena finita la cena.

Mi ricordo che a nove anni ho finito di frequentare la classe quarta elementare e mi sono emancipato dalla scuola per iniziare una nuova vita che veniva considerata più autonoma, più seria, più produttiva.

UNA  MATTINATA

UNA  MATTINATA

Il canto degli uccelli, numerosi e vari, la luce che entrava dalle ampie fessure delle finestre, il muggito delle mucche che reclamavano l’erba da mangiare, erano i segnali che rendevano improcrastinabile l’alzata dal letto nei giorni di primavera e di estate.

Se era un giorno di vendemmia e venivo invitato a raccogliere piselli, fagiolini, zucchine, mi sentivo apprezzato, perché ero tra i più svelti della famiglia; se venivo invitato a zappare, vangare, rastrellare, falciare, seminare, trasportare concime, ero meno contento ma facevo volentieri quasi tutti i lavori.

Dopo un’ ora di fatica vedevo regolarmente apparire, dal fondo di una stradicciola, la mamma e una sorella maggiore con la “merenda”: polenta abbrustolita e latte-orzo; ciascuno riceveva la sua parte. Versata con un mestolo di ferro su tazze di terracotta, ci si sedeva dove capitava e si consumava nel giro di pochissimi minuti il pasto per riprendere subito il lavoro interrotto.

Il suono della campana di mezzogiorno ci avvertiva che la mattinata era finita e che si poteva andare a pranzo.

SOGNO  E  VEGLIA

 

SOGNO  E  VEGLIA

Una sera, quando ero ragazzo, un gruppo di adolescenti e giovani si intratteneva col parroco in canonica per chiacchierare del più e del meno; siccome da qualche giorno avevo un problema che non riuscivo a risolvere chiesi quasi a bruciapelo:

“ma, mi dica per favore, siamo sicuri che noi uomini quando sogniamo siamo lontani dalla realtà e quando siamo svegli siamo vicini ad essa?”

Il prete mi guarda un po’ sorpreso e mi risponde:

“ma cosa ti viene in mente?

Però qualche altro del gruppo si interessò e così discutemmo a lungo senza tuttavia giungere a qualche conclusione attendibile.

Il prete riassunse il discorso dicendo che altri uomini si erano posti la stessa domanda e che altri se la porranno ma che é difficile immaginare una risposta definitiva.

Tornai a casa un poco deluso e un poco rincuorato, non avevo avuto una spiegazione, ma non avevo neppure fatto una domanda cretina o pazza.

Quando sei anni dopo lessi il discorso del metodo di Cartesio e costatai che anche lui si era posto il problema, aumentai un po’ la fiducia nei miei mezzi conoscitivi e mi sentii spinto a leggere tanto, a leggere sempre, per capire di più.

  RIVALSA

 

RIVALSA

In occasione delle grandi feste del paese veniva da Murano una banda musicale: mi faceva invidia vedere tra i ragazzi della banda alcuni che avevano la mia stessa età, sapevano leggere la musica, suonare uno strumento, ma soprattutto erano dei protagonisti ammirati e vezzeggiati.

Di fronte ad essi mi sentivo sfortunato, irreparabilmente svantaggiato, non solo perché essi facevano parte della banda, ma pure perché erano vestiti bene, da signori, avevano la pelle morbida, le mani bianche e non la pelle bruciata dal sole e le mani sporche di terra.

Mi rendeva più sopportabile la “sfortuna” il fatto che in paese tutti i ragazzi erano ignoranti, poveri, rozzi come me, o quasi o ancora di più.

Però la voglia di conoscere la musica e di suonare uno strumento mi restava dentro, al punto che più tardi tentai da solo di suonare l’organo della chiesa parrocchiale.

Quando dopo alcuni anni, mi vedevo davanti alla tastiera per accompagnare i canti religiosi delle messe e dei vespri, sentivo serpeggiare in me un sentimento di orgoglio, di rivalsa, che mi ha accompagnato stupidamente per qualche anno.

 

SCENEGGIATA

In occasione di una visita alla scuola e alla sede del Fascio da parte di un gerarca del Partito Fascista, la maestra affidò anche a me la recita di una poesiola a carattere celebrativo, davanti a tutte le autorità, sopra un palco.

Avevo otto anni, portavo abitualmente gli zoccoli di legno e non disponevo di una camicetta da balilla.      Per quel giorno potei indossare camicia e calzini speciali, procurati dalla maestra, che mi aveva raccomandato pure di lavarmi bene i piedi, le mani e il viso.

Capivo che la maestra aveva “investito” molto e che essa si aspettava le avessi fatto fare buona figura.

Quando fui sul palco la timidezza si trasformò in temerarietà: recitai con un tono e una forza sconosciuti a me e agli altri.

Ricevetti una valanga di applausi accompagnati da risate generali e rumorose.

Restai perplesso, non capivo se ridevano per la caricatura che avevo realizzato di me stesso, o se stavano in qualche modo divertendosi per la sceneggiata.

 

STILE  PATETICO

Gli occhi scialbi, la struttura fisica fragile, il “visus” adenoideo, gli arti magri, l’atteggiamento melanconico, inducevano le persone a guardarmi con una certa benevolenza mista a compassione.

Ogni tanto ascoltavo espressioni come le seguenti:

poverino, non sembra molto sveglio, mi pare un poco malato, guarda che pallido, vedi come è mingherlino . . . ”.

Capivo io e capivano anche loro che non ero vitale, esuberante, aggressivo, felice.

Mi dispiaceva essere considerato “diverso”, ma dovevo convenire che non ero tutto a posto. Tuttavia non mi dispiaceva essere notato e commentato.

Troppe volte mi trovavo a sognare ad occhi aperti, come si dice, ad essere soprapensiero, a vivere in uno stato di dolcissima malinconia.

In alcuni momenti mi sarebbe piaciuto morire tra le cose che amavo svisceratamente: gli orti, le piante, l’acqua . . .

Successivamente lo stile patetico credo mi sia rimasto, però è cresciuta in me la voglia di capire, di avventurarmi in qualcosa che smentisse l’impressione di un ragazzo rassegnato fino dall’inizio della vita.

Così ho dovuto fare i conti per tutta la vita, con la tendenza alla diversità e la tendenza all’uguaglianza.

 

FREDDO

Consumare la legna solo per riscaldarsi e per riscaldare la casa era fuori della logica del tempo e del luogo: la legna, la poca legna che si riusciva ad accatastare in autunno, doveva servire esclusivamente per cuocere i cibi e in particolare la polenta per tutti e per tutti i giorni due volte al giorno.

Se poi, qualche volta, si riusciva a scaldare la stanza-cucina, grazie alla cottura della polenta, tutto di guadagnato.  

Così si finiva, a volte, per accalcarsi attorno al fuoco, disturbando la donna di turno che mescolava il pentolone (la caldiera) della polenta.

Il fuoco, a me ragazzo, pareva bello, confortevole, un poco magico, ma non avrei mai osato chiedere che il fuoco stesso rimanesse acceso oltre il necessario per semplice diletto.

Quando il fuoco andava spegnendosi si avvertiva, d’inverno, penetrare nei vestiti l’aria fredda, umida della stanza che era chiusa da una porta e da due finestre con delle enormi fessure.

Di notte, naturalmente la temperatura delle camere era quella determinata dalla natura, d’inverno e nelle altre stagioni.

 

INCONTRO

Dopo un periodo di attesa, presso l’Istituto Cavanis di Venezia, finalmente il prete-professore veniva da me, mi invitava ad entrare in un’aula vuota ed esaminava i compiti scritti di latino, algebra, geometria e italiano.

Mi rivolgeva qualche domanda sulle cose studiate e, a volte leggevo sul suo volto la sorpresa per le risposte decisamente inadeguate che fornivo.

Mi incoraggiava a parlare, ma quasi sempre finiva per parlare solo lui, perché avevo delle evidenti difficoltà ad esprimermi in termini appropriati ed egli  voleva evitarmi troppo disagio, troppa fatica, troppa tensione.

Il più delle volte capivo pochissimo di quanto mi veniva pazientemente spiegato, tuttavia non osavo manifestare i miei dubbi, le mie distrazioni, e tutto sommato, la mia scarsa intelligenza.

Con molta carità, ma anche con evidente perplessità, il mio professore di turno mi salutava e mi invitava a tornare, cercando però di impegnarmi di più e con più attenzione.

E pensare che studiavo tante ore, tutti i giorni, al massimo delle mie energie!

L’autodidatta è un brutto affare, almeno per certi versi.

 

EVELINA

Mia sorella Evelina era contenta che io, a vent’anni, mi fossi deciso a studiare: era quasi orgogliosa. Nella sua squisita naturale e femminile sensibilità, si accorgeva quando non avevo abbastanza denaro per recarmi a Venezia a sostenere le inevitabili spese di viaggio e di alimentazioni.

Allora mi veniva vicino e mi cacciava in tasca una moneta.

Di solito la ringraziavo, ma altre volte non volevo accettare il denaro perché mi pareva di avere quanto mi bastava.

Allora lei insisteva dicendomi: “testone”, ossia stupido, nel senso più benevolo che si possa immaginare.

Non ho mai avuto dubbio sulla spontaneità dei suoi doni, sulla gioia che provava nell’essermi di aiuto. Che lezione di vita, che grandezza d’animo, che conforto mi ha dato!

Mi dispiace di averlo scoperto “dopo”.

“D’altra parte io ricevevo le tue attenzioni, Evelina, come se fossero naturali, scontate, tanto erano autenticamente generose!”

 

DIPLOMA

Quel giorno avevo visto il mio nome tra i nomi dei “promossi”.

Avevo così visto e coronato un progetto che credevo irrealizzabile: ero diventato maestro elementare!

Avevo ventitrè anni, era settembre, Venezia era bellissima per i colori caratteristici della stagione, per il sole, la gente, le barche, mi pareva di scoppiare dalla gioia!

Mi fermai per qualche minuto nella parte più alta del Ponte dell’Accademia a guardare il mondo, la realtà.

Per un po’ mi sono sentito quasi un eroe, una persona di successo, uno degli uomini più fortunati della terra, uno che poteva anche congratularsi con se stesso!

Vedevo la realtà in modo diverso da prima: non più da mendicante di qualche lezione, qualche aiuto, qualche conforto, qualche pasto caldo, ma un professionista, che emozione!

Andai a comunicare la “notizia” a tutte le persone che mi pareva avessero interesse e piacere di conoscerla.

Da quel momento ho cominciato a passare dal sogno alla realtà, dalla eccitazione alla gioia contenuta.        

Le reazioni non erano state fredde, ma non corrispondevano certo alle mie attese: non mi sono sentito abbracciato, ammirato, applaudito.

 

Ed era ovvio, solo io vedevo nel diploma una conquista quasi incredibile.

 

A  QUATTRO  MANI

All’età di sedici anni avevo appena imparato a suonare le note musicali quando una domenica la maestra mi invitò a casa sua.       

Mi fece sedere al suo pianoforte, mi mostrò quali note dovevo suonare, raccomandandomi di rispettare il ritmo, lei avrebbe suonato assieme a me . . .

Suonai come potei, ma l’accompagnamento della maestra mi diede la netta sensazione di suonare davvero il pianoforte con risultati sorprendenti.

Tornando a casa, passata l’euforia del momento, mi è venuto in mente la seguente analogia:

La mia maestra assomigliava a Dio!

A suonare realmente la musica dell’Universo è Dio,

a spingere il mio animo a imprese ambiziose,

a farmi provare entusiasmi incontenibili, è Dio.

Se manca Lui, la mia musica e quella di tutti i musicisti,  

diventa uno strimpellare banale, una stupida illusione.

Ma ho constatato che la maestra era felice di vedermi entusiasta e che era convinta valesse la pena far suonare allievi di buona volontà. Lei stessa sembrava divertirsi di più con i suoi allievi che da sola.

E tu, Dio cosa pensi?

 

VERITA’  E  CULTURA

Quando avevo circa vent’anni, credevo che le persone colte conoscessero le verità che io non conoscevo.   

Ciò mi faceva provare una grande voglia di sapere anch’io quello che sapevano loro.

Ho letto, quindi, con avidità diversi libri di diversa natura, nella speranza di recuperare il tempo perduto nell’ignoranza.           

Per molto tempo ancora ho avuto una specie di venerazione per coloro che mi parevano giganti della cultura: filosofi, teologi, sociologi, psicologi, pedagogisti famosi.

Alla fine mi è sembrato chiaro che chi sapeva molto, tanto da sbalordire numerosa gente, in fondo sapeva ben poco, quasi nulla rispetto a ciò che ciascuno vorrebbe sapere e che non saprà mai.

E’ cessata l’ammirazione incondizionata per lasciare spazio alla sensazione che tutti andiamo alla ricerca di qualche briciola di verità, che qualche granellino lo raccogliamo, ma che ci sfugge la Verità che è troppo grande per noi, per le nostre energie, per il nostro tempo, per la nostra intelligenza.

Eppure spero di trovare qualche altra scheggia di verità e continuerò a cercare, non mi resta altro da fare.

 

CHIAMATA

Io credo che ci sia stato un giorno decisivo per la qualità della mia vita.

E’ stato il giorno in cui il parroco del mio paese, venuto da poco, in un pomeriggio di domenica, si avvicinò quando avevo quattordici anni, mi parlò, si interessò di me in modo nuovo, diverso, inaspettato.

Da quel giorno ho potuto ascoltare una voce che non avevo mai sentito prima, essa mi parlava di Verità, di Bene, di Gioia, di Gesù, di Dio, della missione di tutti gli uomini, dei talenti di ciascuno di noi, della responsabilità per la sorte dei fratelli, dell’importanza dell’amicizia, di nuove prospettive, di nuove frontiere, di nuove realtà, di nuovi modi di vivere.

Da quel giorno, per tanti altri giorni (di sera), ho imparato a guardare il mondo in modo diverso: volevo capire tutto, imparare tutto, diventare santo, diventare musicista, attore, salvare tutti, amare tutti e basta.

Verso i vent’anni fui messo a dura prova: dovetti rivedere tutte le verità, tutti gli ideali, tutto ciò che mi era stato generosamente insegnato.

Stava per crollarmi tutto addosso.

Lentamente, da solo, ho valutato criticamente la mia posizione, mi sono impegnato a studiare sistematicamente ed organicamente.

Alla fine ho ritenuto che quanto mi era stato insegnato e quanto avevo sperimentato da quel giorno in poi, meritava di essere accolto e poteva costituire la base per dare un senso alla vita.

 

MAESTRO  E  PADRE

Tra i fedelissimi della nascente scuola di canto corale della parrocchia c’ero anch’io e c’erano due dei miei fratelli. Ci si trovava di sera, il sabato subito dopo la cena.

In primavera ed in estate il lavoro dei campi era così pesante e prolungato che arrivavamo all’appuntamento in uno stato di stanchezza, con le spalle curve, gli occhi scavati, il viso stravolto, per sui il maestro di canto ci guardava con una immensa compassione.

Una domenica mattina il maestro chiese di incontrarsi con mio padre.

Così con mio padre ebbe il seguente dialogo:

“Non le pare che questi bravi figlioli lavorino troppo?”

“Qui lavoriamo tutti dalla mattina alla sera e per tutti i

  giorni dell’anno quando non piove”

“Ma questi ragazzi hanno solo quattordici, sedici anni,

 hanno anche bisogno di riposare di più”

“Se sapesse quanto bisogno avrei anch’io di riposo”

“Ma questi ragazzi, questi suoi figlioli, sono anche

  bravi  cantori,  amano  far  parte del coro e imparare

 la   musica ”

“Va tutto bene, ma a patto che non venga meno la

voglia di lavorare per vivere”

      Il dialogo si prolungò anche su altri temi, ma le cose non cambiavano per nulla: avevano ragione sia il maestro di canto, sia mio padre.

 

ALLEGRIA  E  TRISTEZZA

La stagione della vendemmia era una festa non solo per la raccolta dell’uva in sé, ma sopratutto per altri motivi: venivano da Murano a Sant’Erasmo i compratori-osti, allegri, sboccati, generosi di notizie amene, mattacchioni ad ogni costo e con ogni mezzo.

I nostri familiari adulti venivano distratti, coinvolti nel clima eccitato che i Muranesi creavano, e così noi ragazzi, i miei fratelli ed io, ascoltavamo indisturbati i loro discorsi.

Tutto veniva alterato: la vita abitualmente silenziosa diventava chiassosa, gli adulti quasi sempre riservati su certi argomenti, scoprivano le loro carte e ci rivelavano aspetti inconsueti, insospettati della loro personalità.

Veniva però il momento in cui il troppo vino bevuto suggeriva l’idea a qualcuno, che non beveva, di allontanare senza troppi riguardi orecchie troppo indiscrete come erano le nostre.

Allora venivamo mandati negli orti a compiere lavori come il tagliare le piante secche del granoturco, falciare l’erba lungo i fossati, trasportare letame . . .

Ci piombava addosso così l’amarezza di essere esclusi da uno spettacolo che, per quanto discutibile, si ripeteva una sola volta all’anno.

 

 

 

 

 

 

BADILE

Nella mia famiglia eravamo una decina di persone “da lavoro”: dai dieci ai sessant’ anni. Ciascuno di noi aveva il proprio badile, mentre i rastrelli, le carriole, i coltellacci erano pochi per tutti.

Quando si andava a vangare, ciascuno prendeva, ad occhi chiusi, il proprio arnese.   

Ricordo che il mio non lo avrei mai ceduto volentieri ad altri: lo amavo, lo conoscevo, sapevo come andava preso e a quanto sforzo poteva essere sottoposto senza rompersi.

Il manico del badile era stato fatto per le mie mani e non per altre, la lunghezza era stata calcolata sulle mie dimensioni.     Il punto più delicato era il “pomolo”, ossia la parte più alta che coincideva con la larghezza della mano e del callo vistoso e duro che si era formato.

Quando però il badile era veramente logorato e il manico era irreparabilmente guasto, allora si costruiva un altro manico, un altro stile, con un nuovo callo sulla mano destra.

Il vecchio badile veniva depositato in un angolo per riserva e per lavori di scarsa importanza.          

Vedendolo mi sentivo ancora legato ad esso perché con lui avevo faticato, sudato, sofferto.

Ma avevo pure giocato costruendo “casette”, fiumi, strade, montagne, quando la terra era morbida e quando era lecito sostare per qualche minuto.

 

 

 

 

BATTIMANI  INSPERATO

Esisteva la compagnia filodrammatica della Parrocchia, che costituiva la sola attrazione periodica per gli abitanti del paese che non preferissero l’osteria.        Una domenica sera recitavo la parte del fratello buono che implorava il fratello “cattivo” a non commettere altre azioni malvagie.

Ero cieco, con occhiali neri, e stavo cominciando il mio discorso quando lui, secondo il copione, uscì seccato . . .

Allora il mio discorso divenne un monologo che doveva esprimere il dolore intenso per non essere stato ascoltato dal fratello amato.

Però finii per investirmi talmente della parte che cominciai a piangere sul serio: mi venne un nodo alla gola e le parole uscivano strozzate ed accompagnate da un respiro affannoso che era realissimo.   

Mi dibattevo contro il crollo dei miei nervi, mi scaricavo di chissà quali tensioni e intanto piangevo senza ritegno.

Scoppiò allora un battimani fragoroso.

Alzai gli occhi e vidi che molta gente piangeva con me e che continuava a battere le mani.

Qualcuno urlava “bravo!”

Ad un certo momento il “suggeritore” (il parroco) mi ingiunse di smetterla di lacrimare, di non esagerare e ricominciare a recitare secondo la norma.

L’avrei fatto volentieri, ma dovetti sedermi perché le forze mi mancavano, dovevo riprendere respiro, riordinare le idee, passare da un sogno ad una realtà o meglio ad una finzione.

Cessarono i battimani, potevo riprendere e finire.

 

 

Nessuno, forse, aveva avvertito che la mia non era stata bravura, ma reale, incoercibile commozione.

O avevano battuto le mani proprio perché anche loro avevano bisogno di piangere?

 

BELLEZZA

Nessuno, quando ero ragazzo, mi aveva detto cosa erano la poesia, il bello, i valori estetici, ma io ricordo ancora oggi come mi incantavano i tramonti che si riflettevano sulle acque della laguna, quanto mi piacevano i vari canti degli uccelli, quante volte mi perdevo ad osservare l’acqua dei canali, il nuotare dei pesci, lo scivolare delle barche, i colori particolari di certi frutti: il rosso di certe pere, il giallo di certe albicocche, il dorato di certe uve….

Quanto mi piaceva il mondo, la vita, la natura!

Difficilmente mi accorgevo del “brutto: la realtà era violentemente meravigliosa.

 

BRAVATE

Quando ero ragazzo, alcuni adulti mi inducevano a confrontare la mia forza fisica con quella dei fratelli; a sollevare pesi impossibili per non deludere le loro attese; a compiere sforzi sovrumani per meritare la stima e la credibilità, a non battere ciglio per una ferita ai piedi scalzi, per non apparire “donnetta”; a vincere i ragazzi più grandi di me nella lotta libera, per mostrare quanto valessi; a saltare da alti alberi per mostrare di non avere paura di nulla, a dare e prendere botte per fare spettacolo.

E mi pareva di non potermi sottrarre a tali bravate.

 

CANDELE

La prima candela accesa l’ho vista nella casa in cui sono nato, quando ancora non conoscevo la luce elettrica.

Altre candele accese le ho viste fin dall’infanzia in Chiesa, e mi parvero un’illuminazione strepitosa, perché ero abituato a vedere accesa una sola candela alla volta.

Un’altra candela accesa l’ho avuta per circa settanta giorni durante la guerra, quando dovevo riposare nascosto in una stanza senza luce, ma sentivo pure forte l’esigenza di leggere.

Molte candele le vedo anche oggi in cerimonie liete o tristi della Chiesa cristiana.      Ogni domenica seguo l’andare e il venire di fedeli che accendono candele durante la messa per indurre il Buon Dio e la Madonna a non dimenticarsi di loro.

Le candele accese per una cena intima io non le ho mai accese, ma ho visto che molti ci tengono per l’atmosfera che la loro luce crea.

La festa della Madonna Candelora mi ricorda quando mettevo il collo fra due candele incrociate, sperando di essere risparmiato da tutti i mali di gola.

Le processioni della “Settimana santa” di tanti anni fa, fatte di sera, quando tutti avevano una candela in mano, mi lasciarono un’impressione di solenne mistero, ma anche di divertimento, in quanto i ragazzi trovavano sempre modo per giocare anche con le candele accese, facendole roteare in mille maniere.

 

EBE

La vedo ancora con gli occhi del ricordo: sciancata, con un sorriso vuoto, docile, che tirava le sue pesanti carriole di erba fresca per le mucche, che aveva in custodia, a cui doveva provvedere.            

Era più sporca delle altre donne di campagna: aveva una vestaglia lunga, un paio di zoccoli di legno, un fazzoletto nero in testa. Tutti, in paese la chiamavano “Ebe”.

Quando la incontravo, da ragazzo, fermava la carriola, mi salutava mugugnando qualcosa di intraducibile, mi guardava con simpatia e mi raccontava le sue vicende: la carriola era troppo pesante, le mucche erano ingorde, sui prati l’erba scarseggiava, le sue gambe erano piene di ponfi da ortiche e altre cose analoghe.

Diceva tutto senza malizia, senza risentimento, senza l’aria di lagnarsi, ma solo perché quello era il suo mondo, erano quelle le esperienze che sentiva il bisogno di raccontare, sia pure ad un ragazzo come me.

Poi quasi sempre d’improvviso, riprendeva la carriola e ricominciava il cammino interrotto.

La guardavo allontanarsi, col suo solito ritmo, come un asino quando tira il suo carrettino senza essere sollecitato da alcuno.

Sembrava fosse nata solamente per fare quelle cose.

Talvolta capitava che anch’io avevo la carriola da tirare, mentre ci incrociavamo sulla strada.

Allora il dialogo era ancora più cordiale.

In fondo le nostre sorti si assomigliavano e perciò ci univano.

 

ESTASI

Una sera tornavo a casa dal lavoro dei campi pregando.

Mi sentivo molto infervorato al pensiero che Dio ed io ci stavamo intendendo; un ragazzo anche quando cammina solo, lungo l’argine di un fossato, spazia ogni limite cosmico per raggiungere, quando lo voglia, l’Autore di ogni cosa.

Non mi sarebbe importato niente di morire, la mia fede era quasi senza limite, provavo la sensazione di aver raggiunto tutto ciò che può essere conquistato da un uomo: la possibilità di superare ogni barriera di spazio e tempo.

Mi sedetti a guardare le opere di Dio: tutto mi pareva immensamente bello, e pregavo il Signore di non privarmi mai più di questi momenti divini e di volerli donare ad ogni uomo che popola e popolerà la terra.