UN SECOLO DI VITA

Introduzione.

 

Non è né un merito, né una colpa vivere per quasi un secolo ed essere testimone e protagonista di tanti mutamenti da far venire un po’ di vertigini.

Avendo ancora del tempo a disposizione (nessuno sa quanto!), e non rassegnandomi a "far niente" del tutto, mi sono proposto di scrivere una storia di storielle relative a ciò che ho provato e provo, guardando il mondo di ieri e di oggi  quello che ho visto e quello che sto vedendo.

Vivere per quasi un secolo significa che si possono raccontare cose  che  aiutano a guardare meglio il presente  ed il futuro disponibile.

Per chi avesse la possibilità o curiosità di leggere questa storia, troverà qualche motivo per rivivere la sua storia e magari raccontarla ad altri ancora. . .

La mia storia è vera anche se assai limitata: é la storia di un secolo che si riflette nella vita di una persona.

Cerco di richiamare alla mente quali vicende del mio secolo mi hanno plasmato, stimolato, condizionato, aiutato od ostacolato a vivere abbastanza a lungo e, tutto sommato, abbastanza volentieri.

 

Dalla  povertà  al  benessere

Negli anni della mia infanzia e giovinezza, quando stava per arrivare un temporale durante i mesi estivi, eravamo tutti preoccupati per i danni che avrebbe potuto recare alla nostre coltivazioni, ai frutti degli alberi.

Un raccolto mancato o molto ridotto significava entrare in difficoltà sia per pagare l'affitto al proprietario della terra che coltivavamo, sia per comprare ciò che era necessario per la sopravvivenza o per vivere senza troppe privazioni.

Se poi la siccità dei mesi estivi si prolungava, vedevamo con ansia seccarsi le piante degli ortaggi, che dovevano garantirci ciò che era necessario per sopravvivere o vivere senza troppe privazioni.

Anche quando andavamo a pescare nelle acque della laguna veneziana, soffrivamo assai se dovevamo tornare  a casa senza pesce, o con troppo poco.

I fenomeni meteorologici erano molto importanti per noi e ci creavano stati d'animo angosciosi oggi impensabili.

Se ascolto oggi le previsioni del tempo, constato che spesso vengono valutate in rapporto alla possibilità o meno di godersi una buona vacanza, ai monti, al mare, sulla neve, in barca.

Sembra una catastrofe dover rinunciare ad una "meritata" e necessaria vacanza per le cattive condizioni del tempo.

Una volta si cercava di risparmiare qualche moneta per garantirci il minimo necessario per alimentarsi e vestirsi; oggi, spesso, per un anno intero si cerca di risparmiare il più possibile per delle buone vacanze e per viaggi turistici.

Molti proprio non ne potrebbero fare a meno!

Mi chiedo quali problemi sono stati superati nel mio secolo e quali altri problemi siano sorti.

Quasi tutti noi oggi non soffriamo la fame o l'estrema povertà, ma ci troviamo di fronte ad un consumismo irragionevole che sta prendendo la mano ad un sempre più alto numero di persone.

Una volta molti di noi erano proprio poveri, ma oggi quasi tutti si sentono poveri anche quando devono ridurre le vacanze, comprarsi meno vestiti, non praticare regolarmente una palestra o una piscina, non poter viaggiare tanto, molto di più. . .

Il benessere attuale non sembra rendere più sereni e più felici i giovani in particolare, e la povertà di molti giovani del passato non li rende sempre infelici e insoddisfatti.

La maggiore esistenza, per gli anziani è incomparabile con l'esistenza del passato, ma molti anziani si lamentano più che nel passato della loro solitudine, della carenza di una vita parentale, delle difficoltà di socializzare con i vicini di casa, della perdita di autorevolezza che veniva riservata ai loro genitori.

Dalla  dittatura  alla  democrazia.

Sono nato e cresciuto quando in Italia governava il fascismo, senza sapere bene che esisteva anche la democrazia.

Durante la scuola elementare mi è stato insegnato che "Il Duce ha sempre ragione", che noi italiani eravamo fortunati di avere una persona tanto illuminata da somigliare a Dio.

Nei libri di scuola il Duce era dichiarato un "Uomo della provvidenza", un condottiero coraggioso, illuminato, buono, generoso, insostituibile!

Solo qualche anno dopo, verso i quindici anni, sentivo i paesani adulti parlare di Benito Mussolini anche in termini negativi: era un esaltato, un violento, un matto  da legare.

Raggiunti i diciannove anni ho capito cosa voleva dire dittatura anche nei miei riguardi.

Provai l'esperienza di essere preso in giro, dileggiato perché frequentavo i preti. Sono stato minacciato di essere preso a calci se non indossavo la camicia nera mi hanno fatto intendere che anche la mia famiglia avrebbe potuto avere delle "conseguenze" se non provvedevo di fare di me e dei miei fratelli dei balilla o dei giovani fascisti.

Ricordo pure un episodio odioso verificatosi durante la frequenza della scuola elementare. Era facoltà data all' insegnante di classe di premiare l'alunno che risultava il migliore della classe.

Per il mio comportamento docile, per l'impegno scolastico e non so bene per cosa altro, la maestra propose il mio nome.

Poi però la maestra doveva verificare se ero o no iscritto come "Piccolo balilla" e, costatato che non lo ero, sono stato sostituito da un compagno di classe, bravo e anche balilla!

Più tardi, quando lavoravo nella scuola come direttore didattico , ho avuto occasione e interesse a leggere cosa scrivevano sul registro di classe i docenti sul fascismo, sull'educazione fascista, sul futuro luminoso dell' Italia nel mondo, sul perché delle guerre coloniali in nome del Duce. !

Diversi erano d maestri che scrivevano, ai tempi del duce, certe cose odiose solo perché qualche gerarca fascista avrebbe potuto leggere quanto scrivevano  e avrebbe potuto "provvedere" in merito. . . , premiando e castigando i fedeli e gli infedeli.

Per fortuna tanti maestri scrivevano certe cose, ma riuscivano a garantire un'adeguata educazione ai propri alunni.

L'otto settembre 1943 facevo il soldato a Gradisca e mi era giunta notizia della caduta del fascismo e del regime fascista. Il colonnello convocò tutti i soldati per comunicare che, essendo caduto il regime fascista, ogni soldato era libero di scappare o di aspettare nuovi ordini.

Decisi di scappare (assième al mio fratello gemello), ho tirato fuori dalla valigetta i vestiti "borghesi", ho lasciato la divisa militare ed il fucile a gente di campagna che, in cambio, mi ha dato del pane e del companatico per affrontare il viaggio verso casa.

Giunto a Sant'Erasmo incominciarono tante peripezie per non farmi trovare in casa dai fascisti fedelissimi che avevano il compito di consegnarci all'esercito tedesco o di adibirci a lavori di costruzione di "fortini”.

Il due giugno del 1946 furono indette elezioni democratiche. Ho fatto parte del seggio elettorale in quanto ero diventato studente autodidatta, capace di leggere, scrivere, fare di conto e quindi idoneo.

Il due giugno ho sperimentato cosa significava democrazia: confronti, scontri, sentimenti forti, idee nuove. .

Tutto ciò a me, giovane di appena ventidue anni, creava uno stato di tensione e di eccitazione, sia per i contrasti violenti, sia per costatare che tutti volevano avere ragione, ad ogni costo.

Ho percepito la fatica di vivere in un mondo nuovo di libertà per tutti, di affermare le proprie idee con accanimento inusuale e su ogni problema della vita sociale.

Il mio futuro non poteva più essere simile ad un passato, al mio passato, e che pertanto era richiesto a tutti di lasciarsi coinvolgere, di scegliere un orientamento politico e un partito.

Da allora gli eventi politici e sociali divennero per me oggetto di riflessione continua e di impegno anche culturale; da allora ad oggi la vita democratica ha avuto un'evoluzione tale da rendere sempre più impegnative le scelte politiche, sociali ed etiche.

In questo ambito non mi sono risparmiato ed ho cercato di partecipare e portare il mio contributo sul piano delle idee e dell'impegno culturale.

Tutto ciò mi ha fatto bene mi ha spinto a capire meglio, a maturare una visione del mondo fondata sulla responsabilità personale e sulla corresponsabilità di ogni gruppo.

Dall'analfabetismo  diffuso all'alfabetizzazione aggiornata

Nel paese in cui sono nato e cresciuto, Sant'Erasmo di Venezia, gli analfabeti o semianalfabeti erano la maggior parte degli adulti.

Anch'io dai nove ai quindici anni sono riuscito quasi a dimenticare le poche cose che avevo imparato frequentando le prime quattro classi della scuola elementare:

Ero quasi incapace di leggere, di fare i conti, di parlare in lingua italiana, perché non avevo più contatti col mondo delle conoscenze, né di libri, di giornali, né di altro. . .

La maggior parte degli adulti sapevano solo mettere una firma ma non a scrivere.

Anche quando giungevano lettere o cartoline dai giovani soldati di leva, erano tutte misere di contenuto e ripetitivo: "Io sto bene e così spero di te", "Tanti saluti a tutti". . .

Ricordo la povertà di linguaggio abituale. Se qualcuno di noi giovani usava parole inusuali, veniva giudicato uno che voleva "darsi arie", essere più intelligente degli altri. . .

L'uso assai povero di parole mi impediva di dire qualcosa di importante come gli stati d'animo di gioia, di dubbio, di paura di tristezza. Mi mancava del tutto un linguaggio confidenziale, mi vergognavo di parlare di molte cose che mi stavano nel cuore.

Da adolescente diverse parole usate dal prete giungevano in paese e suscitavano in me una grande voglia di chiarire, di chiedere spiegazione, di approfondire, di intrattenermi, di raccontare, di dialogare.

 Cosi succedeva per diversi dei miei coetanei che stavano scoprendo che fuori di Sant' Erasmo c'era chi parlava in modo diverso dal nostro !

Il lessico familiare a volte era di una incredibile povertà

Un po’ alla volta senza accorgermi anche nel mio paese arrivò la voce radiofonica, alcuni giornali, una bibliotechina parrocchiale, una mini-sala per proiezioni cinematografiche: tutti sentimmo nuove voci, nuovi linguaggi, nuovi vocabolari. . .

La storia dei libri da leggere per me è stata singolare: in pochi mesi ho letto tutti i libri della minibiblioteca ed ho imparato a leggere correntemente e correttamente.

In tre anni ho letto moltissimo per prepararmi all'esame di abilitazione magistrale e ogni volta che passavo davanti ad una libreria ci lasciavo. . . il cuore.

L'impegno a laurearmi e a prepararmi per i concorsi scolastici mi aprì la mente a nuovi linguaggi, a nuovi “Modi di leggere”, e sono finito per diventare un lettore accanito di testi che rispondessero ai miei interessi di vario tipo.

Oggi mi trovo qualche volta un po’ a disagio nello scegliere tra i tanti libri che vorrei comprarmi quelli che realmente riuscirò a leggere.

Poco tempo fa ho visto tra i materiali eliminati in seguito ad un'alluvione molti libri gettati nei cassonetti senza che fossero stati mai o quasi mai letti e utilizzati: erano solo un "materiale qualsiasi"! Sono diventato un poco triste!

Scoperta  del  teatro e  della musica.

Verso i sedici anni mi è stata offerta dal parroco la possibilità di recitare delle commedie col gruppo di coetanei e mi è sembrato incredibile: avrei avuto occasione di studiare le mie parti, di memorizzare, di muovermi in un palcoscenico, diventare un "attore" davanti a tutti i miei paesani!

Ho superato, o piuttosto vinto momentaneamente, la mia naturale timidezza e mi sono impegnato a parlare, a gestire, a muovermi sul palco, a sentirmi protagonista apprezzato, a volte persino applaudito.

Che sogno!

Per cinque - sei anni mi sono sentito un'altro: uno che non ha paura di nessuno e che stava diventando qualcuno!

Analoga esperienza l'ho avuta con la musica.

Un amabilissimo maestro per diversi anni, al sabato sera e alla domenica mattina intratteneva anche me con un gruppo di ragazzi che formavano il coro per i canti religiosi.

Siamo diventati un gruppo solidale che andava scoprendo le emozioni del cantare insieme, a più voci, del vedere i parrocchiani felici di ascoltare musica mai sentita prima.

In seguito ho osato anche chiedere di suonare l'organo della chiesa. Mi sono buttato come un pesce e, con incredibile audacia e incoscienza, a suonare anch'io in chiesa, col coro e gli amici cantori.

Essere riuscito a recitare, a cantare, a suonare, mi diede un impulso insospettato: ad avere fiducia in me stesso, a sperimentare quanto sia bello fare qualcosa anche per gli altri, a sentire l'apprezzamento sincero di diverse persone.

A considerare da lontano nel tempo le mie "imprese" mi pare di essere stato come invasato, illuso, ingenuo.

Penso di essere stato fortunato perché mi è parso di essere normalmente intelligente, dotato di vari e veri sentimenti, di avere una volontà decisa.

Credo che da queste esperienze paesane sia nata pure la determinazione di studiare il più possibile, di dedicare tutto il tempo disponibile a qualcosa che mi pareva anche superiore all'onesto lavoro dei campi.

C'era il mondo del lavoro, che amavo, ma c'era anche un altro mondo che mi appariva in tutte le dimensioni umane, spirituali, culturali.

Più tardi, da adolescente, constatai quanto le esperienze giovanili fatte in parrocchia mi aiutarono ad affrontare la scuola, gli alunni, i colleghi, con entusiasmo quasi incosciente e con una certa ingenua sensazione di avere una specie di missione: aiutare i ragazzi a scoprire e ad amare il valore e la bellezza dell' imparare, del dialogare, del sentirsi solidali, del darsi una mano in ogni situazione.

Ho quindi creduto, per tutta la vita, che ogni persona ha un suo ruolo nella società umana, anche quando non sappiamo bene da dove viene questa voglia di vivere anche o soprattutto per gli altri.