♥ RACCONTO LA MIA STORIA

 

Al mercoledì santo arrivò il tanto sospirato e temuto esito dell'ago biopsia, me lo consegnò il chirurgo stesso.

"Siete contenta? Beh, io direi che dovreste proprio esserlo. Al seno sinistro non sono noduli maligni, ma frustoli di ghiandola mammaria." "Allora me lo lascerete?"

" Perché si può mai togliere qualcosa di sano? A meno che non si è pazzi..."

Certo ero contenta, ma più che altro mi sentivo alleggerita solo in parte, come se da una grossa zavorra fossero stati tolti alcuni pesi, se fosse stato possibile gettarla a mare per intero allora si che sarei stata più che contenta e non avrei rischiato di affogare.

Avevo tanto atteso quel foglio di carta e ora me lo guardavo con sospetto, sapevo di non poter tornare più indietro e quello che intravvedevo nel mio immediato futuro non mi piaceva affatto.

Quel giorno erano venuti con me e mio marito anche i nostri figli e tutti e quattro insieme andammo a pranzo alla mensa dell'ospedale. Non saprei dire che tipo di atmosfera c'era fra di noi, o forse si, di una serenità forzata perché comunque un altro passo avanti era stato fatto, e di tensione tenuta a freno nata dal timore che quel passo fosse nel vuoto.

Era il compleanno di mio figlio e come venticinque anni prima mi trovavo in ospedale... due situazioni diverse, due stati d'animo totalmente opposti. Tanti anni prima ero lì, piena di gioia per dare alla luce una vita nuova, ora invece nel buio dell'angoscia cercavo di tener stretta la mia di vita. Il giorno dopo vi sarei tornata per il prelievo prima dell'inizio della chemio e la mia storia andava avanti mentre il tempo per me scorreva lento tanto da sembrare essersi fermato. Gli avvenimenti, gli eventi, le ricorrenze si susseguivano regolarmente, ma io non vedevo né sentivo niente, pensavo solo a ciò che avevo e a quello che avrei vissuto mio malgrado.

Il giorno dopo, giovedì santo, ero di nuovo lì in ospedale, al quinto piano, l'unico vicino al Cielo. Con me c'era questa volta mio padre, infatti anche per lui visita oncologica, prelievo e forse... chissà...chemioterapia. Non ne voleva sentir parlare però, diceva di sentirsi bene, che ormai avevano tolto tutto, e in assenza di metastasi a che cosa doveva servire quel tipo di terapia? Cercai di spiegargli che era una forma di prevenzione per un'eventuale ulteriore neoplasia, la chemio lo avrebbe in un certo modo protetto insieme con l'età avanzata e lui avrebbe potuto dormire sonni tranquilli. Poi non doveva preoccuparsi perché, secondo me la terapia che avrebbe fatto sicuramente sarebbe stata in compresse e non per infusione, quindi davvero non se ne sarebbe quasi accorto. Restò tuttavia poco convinto e fu con un atteggiamento tra il pensieroso e lo scettico che si presentò dall'oncologo. Il dottore parlò a mio padre, ripetendo in pratica il discorso fatto a me in precedenza e cercando di rassicurarlo riguardo la terapia, certamente non sarebbe stata pesante come la mia, sia a causa dell'età sia per la diversità dello scopo. Entrambi però quel giorno avremmo fatto il prelievo e il martedì dopo Pasqua avremmo iniziato la chemioterapia.

Avevo altri quattro giorni di "libertà", pensai, libertà da quel pensiero, libertà di fingere che nulla fosse accaduto, libertà di cercar di vivere la Pasqua imminente nella maniera più normale possibile. Certo non sarebbe stato per niente facile, è vero, ma avrei cominciato con la ferma intenzione di non parlare affatto della mia malattia in quei giorni di festa.