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Valentino Pagnin

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Come in un flashback vado a ritroso

♥ RACCONTO LA MIA STORIA

Come in un flashback vado a ritroso a quel 19 marzo, giorno di San Giuseppe.

Una mattina radiosa, un profumo inebriante che sa di primavera, una tranquillità per chi come me sapeva di aver fatto tutto ciò che era da fare e che aspettava pur con ansia trepidante una risposta. L'esito dell'ago -biopsia sarebbe arrivato dopo una settimana, e di seguito avrei cominciato la chemioterapia.

Dopo tanto pensare e piangere, piano piano mi abituavo all'idea e mi convincevo di volerla vivere al meglio. Si, mi ripetevo, ci sarei riuscita. Il pensiero che mi tormentava, è inutile dirlo, era che avrei perso i capelli, mi immaginavo di svegliarmi una mattina completamente calva, quasi potessero cadere tutti in una volta sola, poi toccavo la testa e la sentivo liscia sotto la mano, poi l'accarezzavo e la trovavo fredda.

Come avrei potuto sopportare tutto questo?

Dovevo cercare una strategia veloce e farla subito mia, per sopravvivere non solo, perché sarebbe stata una forzatura e non sarebbe durata a lungo, ma per trovare addirittura il lato piacevole, un aspetto giocoso di quella condizione che a priori pareva inaccettabile. Fu così che pensai alla parrucca. Ci pensai subito e subito avrei voluto averla. Certo, era questa la strategia da seguire, cominciare ad " accettare " uno stato inevitabile, " apprezzarlo " perché comunque era la conseguenza di un'azione contro la malattia , " renderlo meno doloroso " ironizzando e giocando a ricoprire un ruolo diverso dal mio, scoprire, nonostante tutto, di piacermi lo stesso o forse anche di più.

Durante la visita medica quel mattino il medico di turno entrò nella mia stanza e sfilò dalla spalliera del letto i fogli della cartella infermieristica.

" Beh, oggi tornate a casa.", mi drizzai sulla sedia, " Davvero? ", dissi, " E per l'esito dell'ago-biopsia? ", " E' inutile stare qui ad aspettare. Quando ci perverrà sarete chiamata, non vi preoccupate. Per ora, a casa."

Dopo dieci giorni lunghi, un secolo ma volati via in un soffio, tornavo a casa. Ero felice anche se nulla era ancora risolto, riportavo indietro il " bozzo " ai miei occhi divenuto meno cattivo che manteneva sempre il suo aspetto minaccioso, me lo riportavo, bagaglio doloroso che volentieri avrei perso senza rimpianto.

Mentre preparavo il borsone, la mia compagna di stanza più anziana nel suo letto più pallida che mai, si rammaricava per il fatto che sarei andata via, perché sarebbe rimasta da sola e anche senza televisione. Su quest'ultimo punto la rassicurai... poteva tenerla per tutto il tempo del ricovero, per il resto non doveva temere perché sarei andata a trovarla, non mi sarei dimenticata di lei, così dolce, così simile alla mia mamma. Fece gli occhi lucidi e stavo per commuovermi anch'io quando dal fondo del corridoio si sentì... " La sacca non c'è più, la sacca non c'è più. " Era la voce di mio padre esultante perché aveva tolto i drenaggi, i punti ed avevano messo in dimissione anche lui. Saremmo usciti insieme quel giorno. Le nostre storie iniziate contemporaneamente prendevano due strade diverse pur continuando ad essere parallele.

Tornavo a casa!

Mia figlia al telefono esclamò, " Meno male mà, non ne potevo più! ".

Mio marito retoricamente chiese, " Che cosa vuoi che prenda per stasera... dobbiamo festeggiare! "

Mio figlio, sempre dai lunghi silenzi, venne in ospedale a prendermi e trovai i suoi grandi occhi scuri più ridenti e luminosi.

Di lì a poco la mia famiglia si sarebbe ricomposta in un'apparente normalità che in realtà era tutta da ricostruire.