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COME ANDARE IN  BICICLETTA

 

COME ANDARE IN BICICLETTA

Si sul dire che quando uno ha imparato ad andare in bicicletta la prima volta, poi non lo dimentica mai.

Il giovedì sera, quasi ogni settimana e compatibilmente con gli impegni di lavoro e di famiglia, ci trovavamo tra amici per suonare in compagnia per puro divertimento e soddisfazione personale. Era un appuntamento fisso, sempre nei limiti del possibile,al quale tutti noi tenevamo moltissimo. Le nostre scelte musicali no erano tanto orientate da uno stile musicale quanto dall’ arrangiamento dei brano : si eseguiva o si provava a suonare un brano, se aveva una “bella batteria” per dare soddisfazione a Gianni, il batterista, 45 anni, titolare di un ristorante pizzeria in centro a Mestre, esattamente sotto quello che all’epoca era l’ albergo più importante e prestigioso della città. Si eseguiva un brano se permetteva a me e Martina, una studentessa universitaria molto impegnata e carina che la mamma non vedeva volentieri assieme ai dei marpioni come noi e spesso si irritava se duettavamo sullo stesso microfono, sconvenientemente troppo vicini. Si eseguiva un brano di Sting per esaltare le doti di Daniele, operaio specializzato della Vetrocoke, settore cristalli per auto, il bassista, che in quel brano esprimeva il massimo delle sue capacità torcendosi nell’ eseguirlo date le difficoltà che esigeva il grande artista. Zucchero Fornaciari gratificava un po’ tutti, compreso Franco coetaneo, responsabile dirigente per il reuper credito nella stessa azienda in cui lavoravo io nonché tastierista del grupppo  che in questi casi doveva variare più volte la “voce” al suo strumento per trasformarlo in pianoforte o organo secondo le esigenze della riproduzione. A Marco, commesso in un negozio di lampadari di Murano, di dieci anni più giovane di noi. il “solista” alla chitarra, erano sempre affidati degli stacchi molto tecnici, distorsore, flanger, echo, chorus erano parte integrante dello strumento  ed era fantastico vederlo suonare e contemporaneamente pestare sugli “effetti” per avere quel di più che la chitarra non riusciva, da sola, a esprimere. Poi Marco si divertiva a girare la chitarra – a fine brano – vero la cassa acustica per ottenere quell’effetto distorsione che negli anni 70 chiudeva tutte le canzoni rock. Era a totale mia discrezione il momento della serata in cui proporre il “mio” brano quello che nella vita faceva l’art director di una importante azienda tessile per arredamento, portato sempre da una chitarra 12 corde di accompagnamento con Martina da sola alla voce.  

Ognuno di noi, chi il microfono, come Martina, che la muta di corde come Marco o un amplificatore dedicato al basso, come Daniele, chi un pick-up professionale, come me per la 12 corde, chi addirittura lo strumento tutto, come Gianni il batterista  o il pedale della tastiera, come Franco, custodiva gelosamente il suo strumento e ne garantiva efficienza. Solo io avevo pensato a tutti, acquistando un mixer semiprofessionale a 16 canali e le casse acustiche principali in grado di esprimere 400 watt e tutto il materiale di cablaggio e di alimentazione dei vari aggeggi rigorosamente a 12 volt.

Per tutti noi era un momento dedicato, una volta arrivati li, nella stanza acusticamente coibentata per le prove che avevo allestito a casa mia, immersi in un caldo animale che ci auto producevamo animandoci nel nostro gioco innocuo da ragazzini adulti.

Solo Gianni, il ristoratore, portava sempre, ma proprio sempre con se il “cerca persone”, lo portava alla cintura e non lo toglieva nemmeno quando suonava: da una parte il metronomo elettronico con l’auricolare all’orecchi e dall’ altre il cerca persone che a me, per principio più che per un abuso dello strumento, irritava molto.

Quella sera a lui è stato utile perché nonostante avessimo già passato il fastidioso momento dell’ accordatura e iniziato da poco a suonare, Gianni ha smesso improvvisamente di suonare perché il cerca persone gli aveva inviato un numero telefonico da richiamare appena possibile.  Tra me e me ho pensato che prima o poi sarebbe successo.

All’ epoca non si usava ancora il cellulare come oggi per cui sarebbe stato sufficiente un minuto di silenzio, avrebbe fatto la sua chiamata ed avremmo potuto ripartire, no, abbiamo avuto sospendere, consentire a Gianni di uscire dal sempre infelice angolo in cui si chiudeva con la sua enorme ed ingombrante batteria e permettergli di andare al telefono di casa per fare questa benedetta chiamata. Ovviamente una pausa tanto lunga, lasciò il tempo un po’ a tutti di abbandonare lo strumento, ventilare la stanza e magari bere anche qualcosa. Purtroppo per noi, però quella chiamata non era fine a se stessa: appena messo giù il telefono ha assunto una espressione seria e contrita per avvisarci che al ristorante c’era una enorme emergenza, un improvviso arrivo non programmato di una marea di persone chiedeva di essere ristorata, sfamata, dissetata dopo un lunghissimo viaggio in treno e dopo aver preso una doccia in una delle camere dell’ hotel e quindi che sarebbero scesi in sala da pranzo o pizzeria oltre duecento persone e che il personale organizzato per una normale serata di un normale giovedì i una normale settimana, era decisamente sotto proporzionato rispetto all’impegno  da profondere. Molto agitato, Gianni mi chiese di poter fare altre telefonate ed intanto la pausa si allungava. Sentito il secondo pizzaiolo ed ottenuta la disponibilità, come per il secondo cuoco di recarsi al  Plaza nel giro di 15 minuti, si mise a cercare qualcuno del personale di sala ma non trovava nessuno disponibile: o proprio non  rispondevano oppure era per loro impossibile aderire ad una richiesta tanto improvvisa.

Gianni, per me, era anche un amico, avevamo fatto più di una cosa insieme, con le famiglie, al di fuori del gruppo musicale, eravamo stati suoi ospiti in alcune circostanze ed era sempre,  direi anzi quasi l’unico, che di tanto in tanto si ricordava che whisky e soda dovevamo comprarli sempre io e mia moglie e che qualche integrazione era anche gradita, per non dire dovuta.

Tanto fece, tanto disse, tanto si arrabbiò ma non  trovò nessuno disponibile e, potenziata la cucina non poteva gestire la sala, il servizio, l’ accoglienza, con il rischio di “perdere” la faccia come gestore del ristorante che deve essere sempre pronto, e come denaro dell’ incasso che nemmeno allora lasciava l’animo indifferente. insomma, erano circa quattro milioni delle vecchie lire un incasso di tutto rispetto e comunque, anche a rifiutare le troppe persone, il personale di cucina e di banco lo doveva retribuire per l’evento straordinario. Credo che a Gianni, in quel momento venisse da piangere. Per tentare di sollevargli un po’ lo spirito gli proposi di sospendere la serata e di andare noi al Plaza a servire ai tavoli. Avete presente un savio che guarda un matto ? Bene, questa era l’espressione che mi rivolse come se avessi bestemmiato ad alta voce o meglio, al microfono. Ci avrei giurato ma Franco, quasi indignato dell’improvviso capovolgimento di programma raccolse le sue cose, seguito a ruota da Daniele e augurò a tuti una buona serata, Marco e Martina almeno cercarono di spiegare che non avevano alcuna esperienza e che, anche  fossero venuti, sarebbero stati più d’ intralcio che di aiuto e mentre ciascuno andava a finire la sua serata dove meglio credeva, io ero già salito in camera mia a cercare e trovare un paio di pantaloni neri, una camicia bianca  pure una cravatta nera, anche se aveva delle righine appena visibili rosse. Un paio di mocassini, rigorosamente neri ed ero diventato un cameriere. Durante la giornata ero passato da stilista a cantante e chitarrista ed infine cameriere di sala e pure relativamente elegante. Benché senza la divisa ufficiale del Plaza, a Gianni andavo splendidamente così anzi, sorridendo finalmente un po’ sollevato, mi disse che sembravo il caposala.

Un veloce saluto alle signore e poi via, di corsa verso il centro per arrivare alla stazione di Mestre in fronte al la quale c’era il ristorante. Gianni, ovviamente non si mise in divisa, lui era il padrone, lui poteva servire in giacca e cravatta, anzi, lui prendeva le ordinazioni, dava disposizioni in cucina ed in pizzeria, senza perdere di vista il banco per le bibite; e faceva anche bene perché a sentirlo sbrogliarsi tra una nuvola di cinesi o giapponesi, riusciva a prendere delle ordinazione che fatalità corrispondevano a ciò che era disponibile in cucina. Lui era rientrato al suo posto di lavoro benché normalmente non servisse ai tavoli, ma quando io mi sono presentato al banco ed ho ordinato sei birre medie per il tavolo “X”, il banconiere mi guardò e mi chiese chi fossi e mi disse pure che non facevano servizio al banco perché quello era un ristorante. E ti pare che io non lo sapevo che ero in un ristorante, era come riprendere in mano la bicicletta.

Credo che quello che rimase più di stucco dell’ incontro con me, sia stato il pizzaiolo che dopo aver suonato il campanello, attendeva che un cameriere gli liberasse il pass; mi guardò e mi disse solo il numero del tolo a lui erano destinate e restò ad osservare come riuscivo a caricare in un solo passaggio tutte le sei pizze.

Non mi chiese più nulla fino a fine serata.

Verso la mezzanotte i giochi sembravano fatti e, siccome alcuni di loro non avevano ancora cenato, mentre noi si liberavano i tavoli e si riattizzava la sala per il giorno seguente, Gianni prese le ordinazioni di noi del personale per organizzare una cena in compagnia. All’ una e mezza circa ero a casa, stanchissimo che non avevo certo voglia di riassettare anche la “sala strumenti” e rinviando questo lavoro al giorno seguente. L mia compagna di allora, dormiva della grossa mentre io non riuscivo più a rilassarmi fino a fidarmi di andare a letto e non restare sveglio a letto ad infastidire chi riposava e così mi misi a riflettere sulle mie esperienze di lavoro, tra cameriere, portiere, meccanico,  cuoco,  responsabile di cassa, rappresentante di commercio e pure sindacale, mi rasserenai pensando che di fame,  perché non avrei trovato lavoro, di certo era un futuro che potevo tranquillamente escludere.