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LA BERETTA 7,65

 


Era nel mese di Agosto del 1974. Ero appena reduce dalla maturità liceale e dovevo effettuare una scelta universitaria sulla quali non avevo dubbi, la mia vita sarebbe stata nei campi, non come coltivatore ma come agronomo .

Il quel periodo, dopo il famoso ’68, anno di rivoluzione ed in piena fase di evoluzione sociale, era molto sentita la necessità di autonomia, di indipendenza, di libertà ed io non potevo di certo andare contro la storia.

All’epoca non era tanto difficile trovare un lavoro, quanto valido e quanto retribuito era tutto da vedere, ma c’er una certa offerta, inoltre io venivo da una esperienza di lavoro già maturata durante le vacanze di scuola, avevo  fatto il meccanico, il cameriere di sala con servizio all’inglese, di pizzeria e all’italiana. In pratica, avendo partecipato a queste stagioni mi ero sempre trovato a confrontarmi con allievi ed insegnati della scuola alberghiera; ampia esperienza avevo nel servizio al banco e pure alla reception. Ovviamente tra Luglio, mese in cui avevo sostenuto l’esame di maturità e settembre, mese in cui avrei dovuto riprendere con gli sudi universitari, mi ero fatto sentire per mantenermi vita, studi e pure i miei extra.

L’offerta mi arrivò immediatamente: era vacante il posto di portineria dell’albergo ed ovviamente il servizio delle colazioni il mattino e la chiusura contabile dalla giornata del ristorante, della pizzeria e del bar.

Va tenuto presente che il famosissimo foglio di calcolo  denominato Lotus 123, non era ancora stato inventato ( è del gennaio del 1983 ) e quindi era tutto un lavoro da amanuense, con tanto di calcolatrice,  carta e penna. Ovviamente accettai immediatamente perché questo impegno di lavoro mi consentiva di guadagnare abbastanza bene, di farmi lavorare di notte e poter andare all’ Università di mattino, destinando il pomeriggio al riposo. La cosa era fatta. Avevo preso servizio ed iniziato pure a farmi una certa esperienza riferita specificamenta a quell’ ambiente. Prendevo servizio alle 20 e da dietro al mio banco di ricevimento, iniziavo a riordinare gli incassi, le mance realizzate fino a quell’ora e a redigere il relativo foglio giornaliero. Più tardi, all’ora di cena, riponevo tutto in cassaforte e mi mettevo in Standby o a studiare fino alle 22, 22,30 orario in cui i clienti cominciavano a rarefarsi ed eventuali conteggi tardivi si potevano segnare come incassi del giorno seguente. Raccoglievo le ultime informazioni sulla serata e grosso modo prima di mezzanotte avevo chiuso il lavoro contabile e potevo riemergermi nelle mie faccende, distolto solo di quando in quando da un cliente dell’ albergo, fosse nuovo o uno che rientrava. Se era nuovo, visto che avevo 19 anni aiutavo volentieri col bagaglio . Avevo imparato a rilassarmi ad orario, a dormire ad orario, a mangiare ad orario per cui a me non davano fastidio nemmeno le spogliarelliste dell’ Arlecchino che rientravano normalmente alle 4 del mattino, io popi mi addormentavo a comando fino alle 5,45 per dare la sveglia ai dirigenti della Coop che dovevano andare presto ad impostare un nuovo punto vendita. Dopo la Coop, man mano scendevano un po’ tutti tranne le spogliarelliste per andare al lavoro per il quale si trovavano in zona Mestre. C’era poco transito di turisti erano più habitué. Mi disturbavano molto le spogliarelliste perché quasi sempre, verso le 8, chiedevano un caffè, un cappuccino, un succo o una bottiglia di acqua; m non mi seccava per il tempo o l’orario ma perché aprivano le porte delle loro camere ( se non mi dicevano di entrare direttamente col passepartout, ed erano normalmente completamente nude sul letto. Bei corpi, nulla da ridire, ma io avevo diciannove anni ! Poi, verso le 8 arrivavano tutti, banco pizzaiolo per impastare, camerieri per preparare gli antipasti e ovviamente si animava anche la cucina. Dieci minuti per passare le consegne e confermare che il “malloppo” del giorno prima era in cassaforte con i relativi conteggi di prima nota di cassa. La domanda di tutte le mattine del pizzaiolo, come se fosse nuova ogni giorno era se le spogliarelliste avevano bisogno di qualcosa …. Quindi me ne andavo, col mio scooter, a Padova, in facoltà di Agrarie, Scienze Agrarie.  

Mi sono reso conto in pochi giorni di essere molto apprezzato ma per un motivo che a me metteva ansia profonda: i due titolari, Giorgio e Fiammetta, che avevano ricevuto la struttura completa come regalo di nozze del padre, erano in totale rottura, lui passava le seratye a giocare a poker con dei clienti che secondo me venivano appositamente per spennarlo e Fiammetta era ubriaca tutte le sere e fumava come non mai nonostante fosse incinta. Ho pure provato a parlarle perché eravamo quasi coetanei, ma non c’era nulla da fare, mi invitava a prendere un RM ( abbreviativo di Amaro Ramazzotti ) con lei. Poi verso le 23 lei andava a casa ( due passi a piedi ) e lui cominciava a giocare. Con lui gho persino dovuto chiarire che non gli avrei mai dato un acconto per il gioco dall’incasso del giorno e che io esigevo di consegnare denaro e prima nota e che avrei richiesto la relativa ricevuta. Lui mi ha pure “guardato male” ma era ancora in grado di capire.

Così una sera, presi in disparte Giorgio e gli esposi un grosso problema: tenere la portineria dell’ albergo aperta d notte era un grosso rischio perché non si poteva prevedere un possibile arrivo di malintenzionati, magari al corrente dell’incasso in cassaforte e che io avrei chiuso a chiave ed aperto solo a volti conosciuti o a persone distinte per accessi tardivi all’ Hotel. Lui mi h detto che avevo perfettamente ragione e che anzi, andava a casa a prendere la 7,65 per la quale aveva il permesso di utilizzo ma solo all’interno, in proprietà privata e da non portare mai fuori dall’ Hotel: l’aveva prevista ma mai utilizzata.

Dopo un quarto d’ora rientrava in albergo, dalla porta di servizio, con una Beretta 7,65 nuova di zecca ed una scatola di cartucce, eccitato come un bambino davanti al gelato. Ha aperto la scatola poi me l’ha mostrata come se fosse una cosa meravigliosa, importante, era lucida,col manico di legno e la canna ed il caricatori cromati, bella ma da darci troppa importanza … Gli ho detto che io non me ne sarei fatto nulla perché in pèrimo luogo non saprei usarla, in  secondo non avrei il coraggio di sparare ed in terzo perché probabilmente davanti ad un attacco armato, avrei solo fatto bene a consegnare lìincasso, ossequiare e pregare il buon Dio che tutto finisse li. Era amareggiato, credeva forse di portarmi una cosa straordinaria, eccezionale, uno strumento di potere, una pistola ! Ho annuito e l’ho presa in custodia, ho aperto la cassaforte e ho riposto arma e proiettili, quindi ho richiuso. Da quella sera, verso le 23 ho chiuso la porta a chiave e fatto il giro del locale per verificare che tutto fosse saggiamente ben chiuso.

Il disinteresse alla pistola che avevo espresso a Giorgio,, non corrispondeva esattamente a ciò che pensavo, ma io in quel momento ed in quella situazione, volevo dimostrare una maturità superiore, una capacità di riflettere prima di agire, di vedere tutte le sfaccettature di una determinata cosa prima di reagire istintivamente, ma mi ero dovuto trattenere.

Quando tutti erano andati, i clienti “normali” erano rientrati e non mi restava che attendere le spogliarelliste, ho tirato fuori dalla cassaforte la pistola per osservarla e studiarmela un po’, molto incuriosito ed un po’ spaventato: io non avevo mi sparato un solo colpo se non con la carabina ad aria compressa tipo giocattolo ma avevo già visto qualche film dove ovviamente le pistole dettavano legge. Tanto fesi che ad un certo punto ho  estratto il caricatore da sotto al manico. Mi sono chiesto come si sarebbe dovuto fare per caricarla ed ho trovato piuttosto laborioso inserire una pallottola alla volta, spingendo in giù la molla del caricatore. Ovviamente mi davo una giustificazione logica per questo mio comportamento perché continuavo nela mia esplorazione quasi morosa, ma mi giustificavo col fatto che era meglio se almeno io e la pistola ci fossimo conosciuti meglio. Ovvio che arrivato a questo punto, e sempre nella prospettiva di approfondire in caso di estrema necessità, ho messo il caricatore al suo posto, all’interno del manico. Ricordavo la mossa del poliziotto che con la mano sinistra, impugnando la pistola con la destra, tirava indietro il carrello della pistola e poi iniziava a sparare con più o meno mira ma era sempre un gesto esaltato dal regista, degno poi del primo piano a quell’uomo tanto ardito; mi ero messo nella parte quindi con gesto disinvolto e sicuro, ho tirato il carrello e la pistola era armata; facile mi ero complimentato con me stesso per l’intuito e la rapidità con la quale avevo gestito la pistola; ricordavo benissimo di quando ero fotografo per strada a Jesolo che per cambiare obiettivo della macchina, le batterie, il flash si doveva maneggiare tutto con la massima attenzione ma anche son la massima disinvoltura perché non si poteva stare in strada e far aspettare qualcuno per un cambio di accessorio. Mi sono reso conto, quando sono tornato al mio posto sulla terra, dietro  al mio bancone da ricevimento, che mi ritrovavo con una pistola carica e non sapevo assolutamente se la sicura era inserita e soprattutto, come far per scaricarla. Avrei anche potuto rimetterla in cassaforte carica, ma avrei dovuto spiegare a Giorgio come mai mi ero dedicato con interesse e in sua assenza alla pistola metre quando ero con lui l’avevo snobbata. La cosa mi scocciava veramente molto. A questo punto dovevo scaricarla, rimettere le cartucce nella scatola e poi mettere tutto via senza farne più parola. Ero spaventato più che altro dal rischio che mi partisse, accidentalmente un colpo con conseguente sveglia di tutti i clienti e migliaia di spiegazioni da dare oltre al rischio di fare danni o prendermi qualche scheggia di rimbalzo, in quella stanzetta destinata al portiere. Forza e coraggio: prima cosa togliere il caricatore e verificare quanti proiettili c’erano estrarre il proiettile in canna, ed era fatta. Il caricatore era facile, veniva fuori esattamente come era venuta fuori vuota, e fino a qui c’ero. Colpo in canna, ricordavo che nei film lo sparo faceva in modo che il carrello si ritraesse per espellere il bossolo e poi  mettesse in canna il proiettile successivo. Riflettendo, ho definito che senza alimentazione dal caricatore ormai tolto, la pistola si sarebbe riarmata a vuoto quindi a quel punto avrei potuto simulare lo sparo tirando il grilletto e metterla così assolutamente innocua. E così ho fatto, tutto bene finché si trattava di tirare il grilletto : ho contato le pallottole nella scatola una decina divolte, c’erano tutte quindi la pistola non poteva essere carica. Ho puntato verso il divanetto per ammortizzare eventuali schegge e, chiudendo gli occhi, ho tirato il grilletto. Tira e tira, non si moveva allora mi è venuto in mente che poteva anche esserci il fermo di sicurezza, e così era, via la sicura, ripetere la simulazione di sparo  vuoto totale perché ( ma io l’ho scoperto dopo) se non entra il nuovo proiettile. La pistola si auto disarma. Io comunque ero arrivato dove volevo quindi pistola e cartucce nuovamente riposte in cassaforte e cassaforte chiusa.

La famosa 7,65, per quanto ne so io, da quella cassaforte non è più uscita.