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Valentino Pagnin

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GLI OMOSESSUALI

 

Siamo nel 1983, l’anno in cui la mia carriera stava prendendo il volo.

Ventottenne volenteroso, determinato, prendevo il ruolo di responsabile del reparto “stile” di una importante azienda tessile con pericolare attenzione al tessuto per arredamento. Avevo anche sentito dire che il mondo degli stilisti era un mondo dove le percezioni maschili si mescolano con quelli femminili e quindi non solo nell’ambiente lavorativo ma anche nel privato gli stilisti  sono persone atipiche, dotate di una sensibilità superiore ma anche, spesso, sessualmente ed affettivamente mescolato.

All’epoca si usava il termine “invertiti”, ad essere gentili.

Queste persone, in generale, erano viste come pericolosamente diverse, portatori di malattie sessuali e usi ed abusi di sostanze improprie, atteggiamento fortunatamente cambiato anche se resta molto da fare.

Ero a Parigi a lavorare e, nonostante io avessi ripetuto più volte che volevo avere una camera singola, volevo restare da solo, me e venne prenotata una doppia.

A me risultava di avere un persona molto raffinata come compagno di stanza ma non mi ci volle molto a capire che non era così.

Giornata di lavoro intenso al Gran Palais di Parigi per preparare la Biennale des editeurs textiles pour l’ameublement ” , soprattutto si arriva sempre inspiegabilmente all’ultimo momento, la sera prima dell’ apertura al pubblico.

Proprio al Gran Palais mi venne detto che ero in camera con Charles, un uomo francese di “dubbia  fama”. Al momento restai molto stizzito perché percepivo di subire oltre le bizze anche le beffe. Ma io ero un uomo moderno, uno di quelli che non parte preconcetto per cui anche se uno avesse delle tendenze omosessuali, non significherebbe automaticamente che è una persona sgradevole ne tantomeno criminale. Così, come si suole dire, feci buon viso a cattiva sorte.

All’interno del Gran Palais non avevano affatto acceso il riscaldamento e fuori eravamo a – 12°.  Un freddo ventoso difficile da affrontare. Sciopero dei tassisti, era Gennaio e per quanto uno si coprisse, l’aria gelata penetrava qualsiasi fessura anche dei vestiti. Percorremmo, con un mio  amico, la tratta che ci separava dall’albergo con un freddo ed un vento insopportabili tanto che lo facemmo a tappe infilandoci man mano dentro dei bistrò per riprendere fiato e temperatura.

In albergo, Daniele andò nella sua stanza ed io mi diressi verso la mia fissandoci un appuntamento nel giro di una mezzoretta nella hall per andare a cena.

Alla mi camera bussai prima di entrare e mi sentii rispondere, in francese, di avanzare che la porta era aperta. Così feci e, sconcertato, mi trovai davanti Charles, completamente nudo disteso con le gambe spalancate sul letto, le coperte buttate a lato e lui sopra alle lenzuola.

Uno spettacolo unico e mi auguro irripetibile. Fortemente sdegnato, ripresi il mio bagaglio e scesi nella hall per pretendere una stanza decorosa e quasi urlando che una sistemazione per la notte, almeno questa me la dovevano trovare, a costo di mandarmi in altro albergo possibilmente vicino in considerazione dell’ ora tarda, della stanchezza e del gran freddo.

Così mi recuperò una stanza al Belle Chasse nell’omonima via ad un centinaio di metri di distanza e li presi la mia stanza, solo, ma meglio che mal accompagnato.

Ne uscì “il caso” ed io spiegai che non era un odio personale contro i gay ma semplicemente una protesta per il modo scorretto di atteggiarsi manifestando una libertà di comportamento che in ogni modo andava al di la  dell’educazione.

Evidentemente chi era responsabile della logistica concordò con me perché io rimasi a Parigi ed anche al Belle Chasse mentre Charles fu fatto rientrare a casa.

Ovviamente lui si sentiva discriminato sessualmente e non avemmo più buoni rapporti. La cosa non mi disturbò affatto. Non è questione di essere di uno o dell'altro tipoi di tendenza sessuale, è solamente una questione di intelligenza.