pv3

Valentino Pagnin

DAL MONDO

Notizie, commentate senza pretese

SALUTE

Un bene prezioso, sottovalutato ?

SCRITTURA E LETTURA

Due attività che possono salvare la vita

CANCRO AL SENO e non solo

Persone che anche se ferite rinascono

LE COSE DEL "SOCIALE"

Come la rete snatura i rapporti sociali

OPINIONI A CONFRONTO

Opinioni, non insulti (che sono di moda)

A+ R A-

La giovane stilista americana

LA GIOVANE STILISTA EMERGENTE

 

Avevamo appuntamento con i responsabili di una importante azienda americana, un grossista, ma con una sua collezione in distribuzione esclusiva mondiale ma non era un produttore. Dovevamo proporci noi con dei tessuti molto moderni, effetti metallici, derivati dalla pietra, dai materiali in genere, sabbie, Sali, niente di organico come foglie o fiori, uniti o falsi uniti non operati ne stampati.

La collezione si sarebbe chiamata, per l’appunto “Materials” e sarebbe stata affidata, perché negli U.S.A. è molto diffuso creare una collezione di tessuti e lanciare il nome di uno stilista di volta diverso. Alla fine risultava qualcosa del genere “Collection Materials ® AZIENDA by Valentino. a seguire l’evoluzione della progettazione era incaricata una giovane donna, decisamente molto bella, riservata ma piuttosto decisa, insomma, un bel tipetto.

Dopo la partenza dei responsabili che avevano tracciato le linee guida della collezione, lei, la giovane stilista si fermò a Venezia per un paio di giorni, dissero,  ma io non sapevo quanto effettivamente si sarebbe fermata e dove aveva preso alloggio.  Ovviamente lavorava principalmente con me ma sempre assieme a Sabrina, una mia collaboratrice a studio. Lei, Anne, venne in studio relativamente poco e poche ore tanto che tra noi si considerava che era molto comoda la sua posizione in quanto a lavorare eravamo noi mentre lei si godeva il soggiorno a Venezia ed attendeva di avere la gloria, ma noi eravamo abituati a questo ruolo.

Comunque i nostri pettegolezzi poco contavano, ciò che ci interessava era diventare fornitori di un grosso importatore americano.

Tutto andava bene, ci si riusciva ad intendere e soprattutto lei sembrava molto convinta. Lavorammo per diverso tempo su questa collezione che avrebbe dovuto essere pronta, come prototipi, per i primi di Gennaio dell’anno successivo, in occasione della biennale di Francoforte.

E venne anche Gennaio ed i prototipi erano pronti per essere consegnati inclusa una importante gamma di colori.

Ci vedemmo come previsto in Germania, il primo giorno della mostra, lei, Anne, venne assieme all’intero staff della sua azienda. Ci fu un mezzo trionfo perché le nostra realizzazioni sembravano aver soddisfatto appieno le indicazioni fornite. Il problema divenne mio perché Anne non mi lasciò più in pace fino al mio rientro a Venezia. Me la trovavo allo stand il mattino, per andare al caffè a fare una colazione assieme, a metà mattina, per un break sempre insieme e poi a pranzo dovevo inventare ( ed in parte era vero ) che mi sarei fermato a mangiare al volo un panino direttamente in stand. Arrivò persino a chiedermi se potevo far avere un panino ed un bicchiere di vino anche a lei. La sua compagnia, devo dire, non fu sgradevole, era brillante, sempre allegra ma anche senza motivi, sembrava avere delle batterie inesauribili. Pesai anche volesse andare a cena, sempre insieme, ma non me lo chiese. Per forza lo aveva già chiesto al mio titolare di unirsi a cena tra noi e fatalità me la trovai sulla destra del mio posto a tavola.

La sua insistenza, ovviamente, non sfuggì ai miei colleghi e quelli più in confidenza mi chiesero pure come era a letto, domanda alla quale non ero in grado di dare risposta. E dove l’avessi conosciuta, e perché non mi interessasse, se il mio silenzio mirava a farmi una scappatella da casa ma senza testimoni, insomma, una posizione decisamene imbarazzante. Lei sembrava non accorgersi di nulla perché per tre giorni, tre mattine, tre pranzi, tre pomeriggi e tre cene, ancora non si era stufata, ma io si tanto che arrivai a chiederle di lasciarmi in pace. L’avessi mai detto, scoppiò in lacrime arrabbiate e iniziò  a scaricarmi una sequenza di epitaffi dei quali sinceramente riuscivo a capire ben poco tra la lingua non mia e la convulsione con la quale venivano dette. Nemmeno questo, amplificato dalla sua reazione, sfuggì agli occhi ne alle orecchie di molti curiosi, ma dico io anche giustamente incuriositi da quello che succedeva all’interno del mio ufficio all’interno dello stand: non è che la stanza fosse insonorizzata, a tre metri da terra era tutto aperto fino alla cupola della sede fieristica.

La vicenda mi aveva decisamente innervosito perché ero cosciente che sarebbe stato difficile credere a me e non a lei: come avrebbe fatto un uomo a rifiutare delle avances tanto esplicite e pesanti quasi ossessive ? Non ero per niente felice della cosa tanto che, pur non avendo fatto niente di male, mi sentivo in dovere di giustificarmi, di spiegare ma a persone che a priori sembravano non credermi. Ero veramente dispiaciuto perché ala fine di tutto, ciò che mi preoccupava maggiormente  era che la cosa on arrivasse a mia moglie ed ai miei figli perché veramente sarebbe stato troppo.