CENA AL SIGMA

 

Un tempo giravo molto per l’ Italia per elaborare e generare i prototipi degli studi fatti a Venezia.

Oramai in numerosi alberghi ero diventato una cliente abituale, uno di quelli che quando entra non ha bisogno di presentarsi o di lasciare un documento ma che al contrario era ricevuto con un sorriso, una augurio di buona sera e con l’assegnazione, laddove possibile, della mia camera preferita: tranquilla, adatta a fumatori, con la televisione; non mi interessavano accessori tipo frigo bar o vasche ad idromassaggio. Quasi mai, però, mi fermavo a cena nel ristorante dell’ albergo e questo perché non volevo  assolutamente che dalle portinerie avessero modi  di studiare i miei comportamenti abituali; non avevo proprio nulla da nascondere, ma avendo fatto il portiere, e pure di notte, sapevo bene quante chiacchiere, anche controvoglia, gli operatori dovevano sostenere e quante domande sugli ospiti vengono poste al portiere, sempre in clima di confidenza diventava tutto di pubblico dominio.

Quella sera avevo fatto veramente tardi, erano le 21 che ero entrato nella hall dell’albergo. Presa la camera e salito, mi chiedevo allo specchio se avessi voglia di uscire o se, come eccezione, avrei potuto fermarmi al ristorante del pianoterra. La stanchezza prevalse e quindi scesi al ristorante disotto. Ebbi subito la conferma che i ristoranti degli alberghi lavorano normalmente molto poco ragione per cui, generalmente, si mangia male : la sala da pranzo era praticamente vuota, c’era una coppia appena entrati ed un altro “lupo solitario” più avanti. Oramai mi ero esposto, avrei anche potuto andarmene, ovviamente, ma mi rassicurò il fatto di poter eccezionalmente bere anche un bicchiere di vino in più considerato che dopo cena non avrei dovuto guidare. Ero abituato, tra le tante altre varie cose, mentre cenavo, a fare un breve riassunto mnemonico della giornata, sia a riflettere sul programma del giorno seguente per ottimizzare i miei tempi di lavoro e di viaggio. Venne il cameriere e feci la mia ordinazione: io non collego mai un ristorante con il cibo servito in quel ristorante, ricordo normalmente se si mangia bene o no. Qui ebbi la precisa percezione che si mangiava male quando mi arrivò il primo piatto e mi domandai come mai un ristorante che fa 6 coperti a sera, non possa permettersi di fare le paste espresse invece di usare le precotte che di fatto poi saranno quelle del giorno prima. Ma impiega 10 minuti e butta in pentola 4 spaghetti crudi e fai una cottura espressa, magari un po’ al dente.  Vedendo il primo, decisi di cambiare l’ordinazione del secondo in un pezzetto di formaggio grana ed un po’ di patatine fritte, il grana confidavo su un taglio fresco e le patate surgelate, ma espresse, calde. E al contrario, mangiai il solo formaggio perché la friggitrice era “ferma”, e non si poteva metterla in moto per una sola frittura … Alla fine chiesi al portiere se hotel e ristorante erano della stessa gestione e lui mi confidò subito il no secco e soprattutto che lui non lo avrebbe certo consigliato a me.

Ma torniamo a me ed alle donne. Stavo aspettando il mio formaggio quando da dietro una colonna della sala, spuntò una ragazza che non avevo notato quando ero entrato. Venne direttamente da me e mi chiese se poteva sedersi in compagnia per la cena. Io le dissi che ero già a buon punto ma lei mi replicò che aveva già finito, era solamente per stare un po’ in compagnia. Io non sono un asociale, ma in quel momento era irritato del servizio in generale, e lo stare in compagnia mi obbligava pure a reggere una conversazione con una estranea e soprattutto non potermi fare il mio programma per il giorno seguente. Io, sinceramente, l’avevo squadrata mentre arrivava al mio tavolo ed avevo ben notato che si trattava di una donna piuttosto gradevole, molto ben vestita ed elegante nel portamento. In ogni modo feci buon viso ad una sorte che poi tanto cattiva non potevo definirla. Lei mi raccontò un po’ di cose della sua vita, specialmente lavorativa, spiegandomi che non era spesso mandata in missione esterna all’azienda e che era molto contenta al contrario di farlo e confidava sull’incremento di questi mandati. Io le dissi che, al contrario, mi muovevo piuttosto spesso, anche tutte le settimane e le spiegai il senso dei miei viaggi. Lei continuava a guardarmi affascinata, suggestionata dall’aspetto creativo oltre che tecnico, del mio lavoro e mi riempiva di elogi cosa che da una parte mi metteva in difficoltà, dall’altra mi faceva inorgoglire. Chiacchierammo abbastanza a lungo, ala fine e devo dire che la ragazza era anche molto disinvolta e simpatica. Si fece anche tardi, considerato che l’indomani  entrambi  entrambe avremmo avuto una giornata impegnativa. Ma arrivò come una doccia fredda, per me, la sua proposta di “trascorrere” la notte insieme. Non saprei nemmeno io cosa mi prese, un senso di delusione, di amarezza, di inquietudine o di agitazione; lei si accorse e cercò quasi di tranquillizzarmi spiegandomi che non avremmo fatto nulla di male perché – non amandoci – non avremmo tradito, la nostra non sarebbe stata una storia ma una avventura. Ma come, pensai io, se a tavola mi ha detto che   già altre volte mi  ha visto cenare da solo sempre in mezzo a carte ed appunti, mi aveva avvicinato perché la incuriosivo con i miei modi, ora era solo un’ occasione concessa. Non avevo paura, assolutamente, mi sarei sentito all’altezza senza troppi problemi, anzi, ma certamente impreparato ad una proposta tanto esplicita.

Alla fine decisi per un no definitivo, ciascuno nella sua camera ma ci si sarebbe potuti vedere a colazione, avendone desiderio. Così non fu perché lei lasciò l’albergo molto prima di me ed io, da allora, non mio sono più fermato a cena nel ristorante di quell’ Hotel. Non la rividi mai più.