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Valentino Pagnin

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Mariti gelosi ? Certo più che le donne.

LA GELOSIA DEI MARITI

 

Di mariti e fidanzati gelosi ne ho conosciuti diversi, convinti senza motivo, che io insinuassi la loro compagna, alcuni lo erano di tutti e non solo di me, altri si erano convinti che solo la forza delle loro compagna teneva testa ad un latin lover come me ( che non mi sono mai ritenuto un bell’uomo).

 

Due sono i compagni di cui vorrei  parlare ed una la storia di una donna assoggettata. Ma, mi domandavo quanto alle donne poteva essere pesante avere il compagno geloso.

 

Cristina era una bella ragazza, più o meno mia coetanea. Io, quando la conobbi, ero già sposato da un paio d’anni e con un figlio. Intendo dire che conoscevo molto bene i problemi che mensilmente affliggono o le donne ed anche il malessere nervoso che precedeva il ciclo e quello fisico del “primo giorno”; avrei anche potuto suggerirle i farmaci eventualmente perché provvedevo regolarmente io anche per mia moglie.

 

Le scrivanie del open-space dove lavoravamo, erano molto vicine tra loro, circa sessanta centimetri di distanza, giusto lo spazio per passarci, uno alla volta, però. Lei mi stava, durante le ore del giorno, di fronte ma spostata sulla mia destra. Per uscire dal suo posto, doveva obbligatoriamente passarmi a fianco e poi dietro.

Premetto che mia moglie aveva dei cicli particolarmente dolorosi ed io  ne conoscevo abbastanza bene le razioni, dal grande nervosismo del giorno prima al grande dolore che talvolta sfociava in un potente mal di testa per tutto il “primo giorno” tanto che talvolta prendeva una giornata di ferie che la malattia non era contemplata per questa che non era considerata una patologia.  Spesso la sera quando tornavo a casa la trovavo a letto, al buio ed in silenzio.

Così osservavo Cristina quel giorno, pallida, tesa e contemporaneamente ammosciata, lenta nel ragionamento ed un po’ confusa nel muoversi. Lei si alzò dal suo posto, tentò di passare tra la sua scrivania e me e cominciò ad accasciarsi barcollando come farebbe un ubriaco. Io all’epoca ero decisamente molto più scattante e reattivo ed ero arrivato a prevedere la inevitabile caduta e soprattutto a prevenirla perché riuscii a prenderla, in qualche maniera e distenderla a terra evitandole il grosso rischio di battere la testa o altre parti del corpo contro gli spigoli vivi delle scrivanie in truciolare bilaminato. Fatto il mio grande gesto per il quale mi stavo ancora gustando il merito che mi riconoscevano le altre colleghe, lei riprese i sensi, rinvenne e si guardò attorno. Si rese conto di quello che era accaduto e che l'avevo trattenuta prendendola di peso sotto alle ascelle. Le prime parole che espresse furono usate per inveire contro di me. Nessuno introno comprendeva perché inveiva e perché ce l’avesse con me che tutto sommato le avevo evitato un grosso pericolo. Ce l’aveva con me perché le avevo “messo le mani addosso” e nel prenderla, potevo anche averle sfiorato il seno.

 

Lei percepiva che io avevo approfittato dell’occasione per palpeggiarla.

 

Io la guardai con espressione incredula ma ovviamente diedi la precedenza alle colleghe che vollero tranquillizzarla e portarla a stendersi su un divano che c’era in sala vendite.

 

Trascorsa una buona mezz’oretta, andai anch’io a vedere come stava, se avesse preso botte o comunque come si sentisse, se le fosse passata la stizza e per cercare anche di spiegare che il mio era stato un gesto di aiuto non certo guidato da secondi fini. Non ne volle sapere. Restò della sua idea e mi chiese in modo estremamente esplicito di lasciarla cadere se si fosse verificato ancora perché lei avrebbe preferito raccontare a Claudio ( il marito ) di essersi fatta male piuttosto che essersi fatta toccare da un altro uomo.

 

Con lei io mantenni, da allora, sempre rapporti più che civili, ma estremamente riservati fino a che entrambi non arrivammo più o meno alle pensione. Ci ragionammo anche su nuovamente ma lei, ridendo, mi disse che adesso le preoccupazioni di Claudio erano tutte dedicate alla figlia.....  Povera figlia, pensai io, il giorno che troverà un fidanzato, come accetterà il padre che la figlia venga palpeggiata da un altro. Per me la fa diventare una suora di clausura.

 

La sede di lavoro era proprio nel centro storico di Venezia, un antico palazzo sul Canal Grande, sede prestigiosa quanto Piazza di Spagna  Roma o Via Monte Napoleone a Milano però era terribilmente scomoda da raggiungere per quelli, come me, che abitavano in terra ferma, a Mestre o nei paesi dei dintorni. Io, in particolare, vivevo vicino all’aeroporto Marco Polo, zona paradossalmente disertata dai mezzi pubblici ma ben servita dai taxi.

Ovvio che io non me lo potevo permettere ogni mattia ed ogni sera per cui per i primi anni mi arrangiai andando in moto fino a dove si poteva arrivare e quindi in Piazzale Roma e di li, messa giù la moto, a piedi fino a San Tomà, Frari ( località veneziane ) poi traghetto sul Canal Grande fino a palazzo Corner Spinelli. Si trattava di un’ora circa la mattina ed altrettanto le sera. La moto la lasciavo in un magazzino di proprietà dell’ azienda che ovviamente mi aveva chiesto in cambio il trasporto in andata ed in ritorno, dei documenti da e per il magazzino centrale. Nulla viene dato gratuitamente. A me andava bene, non pagavo nulla e lasciavo la moto al coperto con sopra la sella il casco e le salopette contro il freddo o il vento. Era oramai tardo pomeriggio quando Adelina si rese conto di aver completamente dimenticato che aveva un appuntamento in Corso del Popolo, a Mestre, col marito ed un notaio per il passaggio di proprietà della casa che avevano appena acquistato. Dapprima la si prese in ridere ma poi, vista l’angoscia che aveva assalito la povera collega, mi proposi di accompagnarla più veloce del vento, con la mia moto.

Avremmo dovuto solo raggiungere Piazzale Roma e di li, in dieci minuti al massimo, saremmo stati dal notaio che tra l’altro conoscevo. E così facemmo perché se attendeva i mezzi pubblici ci avrebbe impiegato almeno il doppio. All’epoca non era obbligatorio il casco e quindi anch’io lo lasciai in deposito per correre veloci verso l’appuntamento. Corso del Popolo è una delle strade, come dice il nome, più lunghe e larghe di Mestre. Con Neria lo imboccammo ed io sapevo bene che avremmo dovuto percorrerlo tutto per arrivare dal notaio ma circa cinquecento metri prima del nostro  punto di arrivo, mi ingiunse di fermarmi subito. Temevo avesse perso o dimenticato qualcosa ed invece no, era preoccupata di farsi vedere dal marito accompagnata da un uomo. Io tentai di dirle che mancava ancora parecchio e che in moto ci avremmo messo un attimo ma lei scese quasi in corsa e quindi cominciò a correre sul marciapiede pregandomi di girarmi e non seguirla. Restai li, come un salame perché non riuscivo a capire come e quale tipo di mentalità potesse far ammalare così tanto la logica di un uomo. Cominciai a contrapporre, alla mia logica, quella che potevo immaginare in suo marito: mi dicevo che avrebbe dovuto a sua volta ringraziarmi di avere aiutato la moglie ma poi pensai che se era tanto geloso, poteva anche avere i suoi motivi. Eppure, pensai, Neria mi sembrava una persona tanto per bene, si ma se il marito la tiene sotto controllo, forse tanto seria non lo è, alla fine. Si va bene tutto, ma io non avevo fatto niente, mi sarei anche presentato a suo marito, molto correttamente ? Ma perché, pensai ingenuamente ?

E con i miei pensieri arrivai fino a casa dove trovai mia moglie solamente sorpresa di un rientro tanto  anticipato rispetto al solito. Le raccontai tutto l’accaduto e lei si mise a ridere dandomi perfettamente ragione: si trattava di una coppia con seri problemi, magari era anche solo uno ad averli, ma l’altro ne era contagiato …

 

Talvolta, comunque, a complicare lo spostamento da casa al lavoro, si metteva di mezzo anche l’acqua alta, fenomeno molto amato dai turisti di Venezia ma molto meno dai lavoratori che spesso partivano da casa ignari che avrebbero dovuto portarsi dietro un paio di stivali se non di stivaloni, quelli che includono il pantalone e le bretelle. Quando capitava, per me era un mezzo dramma: si creava una staffetta per cui dalla sede, tramite una terrazza, ci venivano buttati giù degli stivali in zona non ancora invasa dall’acqua e di li si poteva poi attraversare un tratto, secondo quanto era alta l’acqua, breve o lungo. Il problema era sempre che le persone che dovevano salire erano sempre in numero superiore a quello degli stivali, senza calcolare il problema delle misure e del fatto che spessissimo l’acqua alta si accompagnava a pioggia e vento. C’era chi, però aveva trovato una sua soluzione personale: farsi trasportare in groppa dal sottoscritto, Tutto iniziò una mattina con un’acqua alta particolarmente elevata. Dall’alto arrivarono degli stivaloni da pescatore, con tanto di braga e bretelle, e solo con quelli, sfiorando l’acqua che arrivava al cavallo dei pantaloni si riusciva a passare. Così, messi fuori servizio gli stivali sotto al ginocchio, cominciai il mio turno di traghettatore. Andava tutto bene fino a che le persone da trasportare erano mingherline, ma quando erano un po’ grassottelle diventava un po’ impegnativo anche perché normalmente il pavimento, con l’acqua alta, è particolarmente viscido. In ogni modo, tra commenti spiritosi ed imprecazioni, arrivammo a buon punto anche perché arrivò anche Paolo, più alto, più massiccio di me. Tutto bene fino a che non arrivò il turno di Grazia. Paolo la aveva “lasciata a me” perché era minuta e molto magra e quindi di facile trasporto. Mi girai verso Grazia, invitandola a salire sulla mia schiena e tenersi ben stretta al mio collo. Ovvio che avrei dovuto a mia volta prenderle le gambe e portargliele davanti a me trattenendole alte con le braccia. Lei montò, come fossi un cavallo, ma non accettava che io le “toccassi” le gambe perché non lo trovava conveniente. Io mi girai decisamente sorpreso anche perché si trattava della undicesima o dodicesima persona a cui facevo il Caronte ed ero anche abbastanza stufo perché l’acqua continuava a salire. Mi disse che si sarebbe appesa lei a me e cha avrei dovuto solo “lasciar fare tutto a lei”. Obbiettai che se non le avessi alzato le gambe sarebbe andata a bagnomaria con i  piedi, ma non volle sentire ragioni. La voglia di lasciarla li stava aumentando anche perché stavo facendo tardi anch’io anche se sapevo bene che il ritardo mi sarebbe stato giustificato. Destino volle che arrivasse Lia, la caricai in groppa, le presi le gambe sotto le braccia ed attraversai. Quando tornai, Grazie era ancora devastata dal dubbio. Mi disse che si sarebbe appesa lei da sola. Io non mi spiegavo come avrebbe potuto farlo ma per non litigare la lasciai aggrapparsi al mio collo ed avvolgermi i fianchi con le gambe, senza che io “toccassi” nulla. Così, però, anche l’equilibrio diventava incerto tanto che ad un certo punto, per evitare di finire tutti e due a bagno, le afferrai le gambe e proseguii fino al punto dove si poteva proseguire senza stivali. Un finimondo, inviperita per essere stata toccata da me,  nemmeno si fosse poi trattato di  una palpata vogliosa e vigorosa. Altro che ringraziamento come tutti e tutte le altre, un furioso improperio contro il maniaco che era nascosto in me. MI fece sorridere per un verso ma anche mi innervosiva molto il suo comportamento. Più tardi, a bocce ferme, andai da lei e le dissi che se non le andava bene così, se si ripresentava l’acqua alta avrebbe fatto meglio a portarsi gli stivaloni perché ne io ne Paolo, con il quale ci eravamo sentiti, la avremmo traghettata.

Certamente ci fu una volta seguente perché quando comincia il periodo, l’acqua alta arriva un giorno si ed un giorno anche ma non ci furono più scenate, per fortuna. Eppure l’anziano ragioniere era convinto che per noi maschietti fosse un mezzo gaudio.

Nel grande salone dove lavoravo io, eravamo stipati in sedici, ciascuno con la sua scrivania, il suo armadio metallico ed in comunque avevamo solamente il telefax che per allora era lo strumento più all’avanguardia che avevamo. Ovviamente le macchine da scrivere ed i telefoni erano condivisi due a due, mentre di calcolatrici, allora ancora prezioso strumento di lavoro, ne avevamo una èper ciascuno. Di queste persone, quattordici erano donne e due i maschietti: io a Silvano. Lui era molto riservato, lavorava come fatturista cioè compilava le fatture clienti dalla mattina alla sera; in pratica era uno stenodattilografo. Io, invece, mi occupavo degli acquisti all’estero e principalmente in Francia. Il mio era un lavoro molto più in comunità in quanto o per il telefono o la macchina da scrivere o il fax vivevo assieme al gruppo mentre a lui le carte arrivavano e lui le trascriveva quasi senza parlare mai durante l’intera giornata.

Per me essere fedeli alla propria compagna o moglie, non corrisponde esattamente al doversi mettere due fette di prosciutto sopra gli occhi oppure un paraocchi come si fa per i cavalli. Voglio dire che il bello è bello, basta goderselo per quanto e quando viene donato senza interferire o procacciarlo. Quando Vittorina, in piena estate arrivava al lavoro in minigonna, camicetta e reggiseno, considerato che non era proprio per niente una brutta donna, era un piacere vederla gironzolare per le scrivanie ed ancora più gradevole se con la sua innata impudenza, posizionava un raccoglitore proprio sopra all’ armadio di metallo di fronte a te. Ma lei era molto disinvolta: si girava e mi diceva “ e allora, Valentino, scusa se ti ho distratto “ ben sapendo che io ero stato attentissimo di proposito e proprio non mi ero distratto un solo attimo. Ovviamente questo succedeva solo d’estate e probabilmente solo la prima estate perché alla fine, anche lei divenne una specie di consuetudine ed alle provocazioni non rispondevo nemmeno più. Riflettei, comunque, sulla differenza tra Vittorina, Cristina, ed un po’ tutte le donne dell’ufficio e mi chiesi perché c’erano donne a mio avviso, normali, donne con le quali si poteva parlare un po’ di tutto senza tabù e sempre nella correttezza, altre, sempre a mio avviso, un po’ bigotte ed altre ancora, molto disinvolte si potrebbe dire disinibite. Finalmente, un giorno, mi feci io una casistica riferita ai loro caratteri: c’era una matura signorina, ovviamente la segretaria emancipata del grande capo e responsabile di tutto l’ufficio, Nella, proveniente da Milano un po’ sballata in tutte le sue cose, dal cibo alle convinzioni religiose e sociali, Cristina, di cui ho già parlato, succube della gelosia di suo marito Claudio, Lella, una donna cicciottella, senza pretese ed anche un po’ insipida, per lei doveva solo dominare l’ordine e la disciplina perché era fin troppo evidente che ambiva al posto di Elsa. Frau Galimberti, massiccio tedesco che preferiva restare al telefono con qualche tedesco che scambiare con noi, italiani servi della plebe, Adelina, minuta, veneziana pura, di quelle che non le scalfisci nemmeno con una accetta, irremovibile nei suoi principi e non disposta a discuterli, Maria, non molto intelligente a lei andava bene tutto purché non si litigasse: lei era sempre dalla parte della maggioranza. E poi altre, come Lucia, archivista, veneziana si, ma del popolo, quella che se serve ( ma anche se non serve) una parolaccia la infila dentro, Teresa, ne pepe ne sale, la sua frase più celebre era “questo non mi compete” e piantava li, non c’era sistema di farle fare ciò che non era di  sua pertinenza che, però, mai nessuno aveva chiare quali fossero.