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Valentino Pagnin

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Alessandra, grande cotta ma niente avances

ALESSANDRA

Alessandra fu, forse, l’unica donna alla quale feci del male e me ne resi conto anche troppo tardi.

La mia vita. all’interno del matrimonio era decisamente allo sfascio, ma non solo, era proprio un litigio continuo senza soluzione e nemmeno speranza. Mia moglie oramai da parecchio tempo si vedeva,  si confidava, si riferiva, programmava il futuro con un altro uomo.

Io lo sapevo benissimo ma volevo scioccamente, tentare di rimettere insieme i cocci rotti. Alcuni eventi, però, mi misero talmente in crisi che non desideravo più allontanarmi da casa per lavoro perché sapevo benissimo che lasciavo la porta aperta ma contemporaneamente mi rendevo conto che mi sarei perso se non avessi trovato una mia soluzione personale, che prescindesse da Gina. Così decisi di accettare un importante e lungo periodo di lavoro a Parigi. Per me lungo, al tempo, all'epoca, significava una decina di giorni al massimo, sia chiaro.

Avrei dovuto partire il 12 Gennaio ma a causa di sciopero delle compagnie aeree, dovetti anticipare all’ undici, giorno tra l’altro del compleanno di mio figlio Marco. Arrivai in aeroporto col mio bagaglio ed al check-in incontrai Alessandra, una collega alla quale non avevo mai dato alcuna importanza, che non avevo nemmeno mai notato: l’azienda era molto cresciuta, adesso la sede era stata spostata a Mestre ed eravamo quasi centoventi persone quindi non ci conoscevamo se non per nome e per volto, tutto il resto era una incognita. In quella situazione non avrei potuto che fare buon viso a, forse, cattiva sorte. Ovviamente, chi aveva prenotato il volo, aveva anche curato che viaggiassimo affiancati in volo e così ci ritrovammo da perfetti sconosciuti a compagni d’avventura: anche lei veniva a Parigi a lavorare sullo stesso progetto anche se con altro ruolo: lei venditrice, io tecnico, stilista, arredatore, non avevo ben chiaro nemmeno io il mio incarico, si andava a braccio.

Quello che era certo era che saremmo stati gomito a gomito per una decina di giorni nel periodo della mostra Athmosphere, al salone del mobile di Parigi. Certamente in quest’ ambito, tra i miei impegni ci sarebbe stato l’allestimento fieristico, in quelli di Alessandra non avevo proprio la benché minima idea e comunque il problema non mi riguardava.

Decollo regolare ed atterraggio non da meno nonostante  il ghiaccio sulla pista del quale eravamo stati avvisati quindi normale, ma al secondo tentativo e quindi quando l’aereo toccò il suolo ci fu un lungo applauso. Se qualcuno avesse avuto dubbi sulla presenza di ghiaccio, avrebbe poturo toglierseli immediatamente alla base della sclaetta perché era veramente difficoltoso restare in piedi tra vento gelido e ghiaccio a terra. Il termometro, alla torre di controllo segnava -12° e non sembrava proprio un messaggio di benvenuto. Ma Parigi ci stava riservando delle altre sorprese, e no n tutte gradevoli. Uscimmo dall’aeroporto dove si stava anche bene, come temperatura, in un freddo glaciale e ci mettemmo in coda per un taxi; Alessandra aveva l’albergo in Rue de Belle Chasse mentre io ero in Rue de l’Universitè, sostanzialmente a poco più di cinquecento metri di distanza e quindi andava benissimo un taxi per due “prises en charge”. E fu così che venimmo a conoscenza del primo benvenuto che la capitale francese ci stava dando: sciopero dei taxi. Se ne vedeva uno ogni tanto comparire da dietro, a cosa non saprei dire, e logicamente era un assalto alla diligenza per cui decisi di invitare Alessandra a restare dentro alla stazione aeroportuale, al caldo, e di lasciare a me la sola valigia più piccola ed a lei le due grandi in modo che, se fossi riuscito ad accaparrarne uno libero, avrei caricato a lei avrebbe dovuto stare pronta ad uscire almeno con un’altra valigia che io mi sarei occupato della terza. Probabilmente questo fu il primo gesto gentile che òle avevo rivolto dalla partenza da Venezia perché ben poco avevamo in comune da poter chiacchierare i n aereo. Non mi bastò una mezz’oretta abbondante per trovare finalmente un taxi e procedemmo come deciso, solo che con noi e con il mio accordo, facemmo salire anche un signore francese che avrebbe dovuto scendere abbondantemente prima di noi. E così le destinazioni erano tre in totale con buona pace dell’autista che non era affatto felice della cosa. In auto, infatti, cominciò a brontolare che così non si poteva andare aventi, che loro ( i tassisti ) dovevano essere sempre a disposizione dell’utenza che avrebbe fatto più volentieri tre corse piuttosto che una corsa con tre persone e così via, finché non mi stufai di sentirlo blaterare e, siccome il francese lo conoscevo molto bene, iniziai con lui una scaramuccia dialettica sul modo sgradevole di ricevere i cittadini stranieri che delle loro questioni interne non erano al corrente ma ne subivano le gravi e pesanti conseguenze. Con questo contradditorio mi guadagnai la stima sia di Alessandra che di francese ne parlava poco, sia del parigino che era rimasto senza proferire parola in evidente stato di soggezione del lavoratore di una categoria evidentemente eletta, perlomeno a Parigi. Lasciammo scendere il nostro compagno di viaggio al Pont de l’Alma e poi diedi istruzioni al tassista di passare prima per rue de Belle Chasse e quindi all’albergo di Alessandra e poi in Rue de l’ Universitè, mi a ultima destinazione. Brontolò e non poco perché per una serie di sensi unici avrebbe dovuto fare il giro contrario per risparmiare tempo ed io gli obbiettai subito, piuttosto seccato che in auto c’erano 24° mentre fuori i termometri davano -14° ….38° di differenza, di sottile differenza. Lo zittii e fece ciò che gli stavo ripetendo. Lascia in albergo Alessandra e quindi raggiunsi il mio. Al tassista, alla fine, lasciai anche una generosa mancia in modo da sdebitarmi anche delle mia maniere poco gentili, e lui rimase gradevolmente sorpreso fino al punto che scese e mi diede una mano con la valigia fin dentro l’albergo. Un veloce saluto, presi la camera e mi preparai per recarmi al punto di incontro stabilito con Alessandra di li ad un’oretta circa. IO ero determinato ad andare a vedere com’era la situazione dell’allestimento al Gran Palais prima di godermi la giornata libera che avevo a Parigi, visto che avrei dovuto arrivare il giorno successivo, secondo il programma. Li non era altrettanto abnegata al lavoro per cui mi aveva già proposto di far finta di nulla e di non passare affatto ma io fui irremovibile; piuttosto ognuno per conto suo e poi un appuntamento per pranzare in una brasserie assieme, magari vicino a Notre Dame. Decise di venire anche lei con me. Immersi in un gelo da Polo Nord, ci incontrammo nuovamente al posto stabilito, l’interno di un bar perché, a taxi fermi e con quella temperatura ed il vento, era impossibile non muoversi che a tappe. Per fortuna il caffè francese è poco più che acqua sporca.

All’interno del Gran Palais la temperatura non era di molto superiore a quella esterna: riscaldamento spento e portoni spalancati facevano si che anche la grande fontana al centro dell’ingresso fosse una grande stele di ghiaccio quindi in queste condizioni, o si lavorava sodo per scaldarsi, o era meglio svignarsela e cercare qualcosa di più gradevole. Constatato che i lavori erano ancora indietro e che il mio arredo era ancora inscatolato, parlai con il capo cantiere per poter rispondere eventualmente a Venezia sull’ andamento dei lavori quindi salutammo tutti e ce ne andammo via di li nela speranza che di li ad un paio di giorni che mancavano all’inizio della manifestazione si fosse fatto in tempo a scaldare l’ambiente che era, tra le altre cose, veramente enorme: risaliva alla mostra del 1900 la famosissima "Exposition Universelle" della qule è figlia anche la Tour Eiffel alla quale assomiglia in tutto e per tuto come struttura architettonica, assieme al Petit Palais. Come detto, il freddo era pungente ma la giornata sembrava proporre uno splendido sole ed un’aria perfettamente tersa, niente di meglio che proporre di andare su, al Sacre Coeur, sfruttando il caldo della metropolitana e poi quello della cremagliera che portava alla colossale bianca basilica. Ebbi la netta percezione che ad alessandra andasse bene qualsiasi cosa io proponessi quindi no fece la benché minima obiezione e ci avviammo. Credo che ci avesse visto avrebbe certamente pensato ad una coppia in viaggio di nozze o perlomeno di piacere, ed invece eravamo li un giorno prima a causa degli scioperi.  Noi non si era capitati a Parigi, in verità, in un gran bel momento perché nella capitale francese gi nel 1995 ci fu un grave attentato terroristico

alla stazione della metropolitana di Saint Michel con otto persone morte e oltre centocinquanta feriti, seguito poi fino al  1998 con attentati minori ma pur sempre pesanti tanto che ci si trovava di fronte ad una città blindata, persino i cestini per la raccolta rifiuti lungo le strade erano stati chiusi e saldati per evitare le bombe buttate con indifferenza senza contare poi il pattugliamento armato che circolava. Ma a noi la cosa non riguardava più di tanto: eravamo fatalisti, se avessimo dovuto morire li, nessuno ce lo avrebbe potuto evitare. Con questo tipo di discorsi e poi sulla libertà di essere se stessi nell’abbigliamento, nel trucco, nel linguaggio. Trovarci in una città tanto eterogenea ci fece slittare anche sul razzismo, l’integrazione, i pregiudizi, insomma, a tutta una serie di chiacchierate tranquille e serene, ma non per questo leggere perché io penso che ne avremo affrontati mille di argomenti. Così volò la mattinata che si concluse in una brasserie nei pressi del Palazzo Beaubourg, e visini al famosissimo Moulin Rouge. Molto infreddoliti non avevo rinunciato a comprarmi una sciarpa rossa, un rosso vivacissimo, mi antico desiderio che non mi ero mai azzardato di esaudirlo e siccome fu argomento di discussione anche la libertà nel vestire, misi in pratica il suggerimento di Alessandra. Il dialogo, tra noi, non trovava respiro. Tra me e lei cominciò a interporsi una sottile e gradevolissima intesa e complicità, accompagnata dalla scoperta di gusti in comune persino a tavola. Era strano, sosteneva lei, che due Arieti andassero tanto d’accordo, nata il 26 Marzo lei ed il 27 io, avremmo dovuto essere costantemente in rotta di collisione, secondo gli astri, ed invece viaggiavamo in formazione. Il resto della giornata lo passammo tutto in giro, sfruttando la metropolitana e qualche bar per riscaldarci di tanto in tanto, ma la compagnia era talmente gradevole che neppure il freddo percepivamo poi tanto aggressivo.

La sera, dopo la cena ovviamente consumata insieme, la riaccompagnai in Rue de Belle Chasse e la lasciai sulla porta dell’albergo fissando un appuntamento di massima per il giorno seguente: colazione assieme al bar Della  “Gare d’ Orsay” ora sede museale.

Presa la colazione, ci muovemmo a piedi verso il Gran Palais, la giornata era ancora migliore di quella di ieri, sole, aria tersa ma non c’era il fastidiosissimo vento del giorno prima e quindi anche la passeggiata era gradevole. Riprendemmo i nostri discorsi che erano anche riflessioni interessanti ma certamente non filosofiche ma questo ci permise di arrivare a destino in un tempo brevissimo, almeno così parve ad entrambi. Dentro i lavori procedevano a rilento ed ero anche preoccupato, un po’ perché il giorno seguente ci sarebbe stata comunque l’inaugurazione ed io, anche volendo, non avrei potuto aiutare in nessuna maniera essendo cantiere vietato agli estranei.

Parlai ancora con il responsabile e mi disse che potevo tranquillamente tornare dopo pranzo, ma di prendermela con comodo ed io cominciai a mettergli pressione perché quando lui se ne fosse andato, avremmo dovuto cominciare io ed Alessandra, chi una cosa e chi l’altra ma avevamo anche noi bisogno di un po’ di tempo. Tutto sommato, il ritardo non mi dette tanta noia come altre volte, non mi innervosii, come altre volte feci e non mi mi tolsi la giacca ( anche perché comunque erano 12° sotto lo zero) per dare una mano con avvitatori e martello, questa volta mi andò quasi bene : avevamo ancora qualche ora da trascorrere insieme io ed Alessandra tranquilli da turisti a Parigi. Le proposi la Tour Eiffel da conquistare nonostante il grande freddo ed ovviamente lei accettò entusiasta. Inutile raccontare le meravigliose panoramiche ed emozioni che si provano di lassù, anche perché per me era “solo” la quarta volta che ci salivo ma finsi fosse una novità anche per me.

E si, mio caro Valentino. “Ti stai prendendo una bella cotta”, pensai mentre con l’ascensore scendevamo, ma non ero affatto preoccupato, tutto sommato riflettei perché poi Gina poteva avere un altro uomo ed io almeno una donna con la quale aprirmi un po’ di più. Lei, Alessandra, mostrava interesse per tutto quello che le dicevo, era entusiasta delle circostanze come una bambina, scherzava con una sua comicità particolare, mi prendeva in giro ed io ridevo con lei, camminavamo all’infinito senza avere male ai piedi o alle gambe; insomma, stavamo proprio bene insieme ed alla fine non avevamo ancora fatto proprio nulla di compromettente, solo amici. Ovviamente nel primo pomeriggio, dopo un boccone in brasserie, andammo finalmente a lavorare, la temperatura non era affatto aumentata e la fontana continuava a rimanere ferma, gelata con tanto di stalattiti e stalagmiti, un’ opera gradevole anche così, se vogliamo, ma rappresentava il gelo che c’era e pensare di lavorare da feri li dentro faceva venire i brividi a priori.

In ogni modo, verso le ventuno avevamo finito anche perché nel frattempo arrivarono molti altri dell’Azienda che dovevano essere operativi dalla mattina del giorno seguente. Ai me, la cena tête a tête sarebbe saltata, stasera si cena in compagnia, evviva. Noi comunque non perdemmo alcuna occasione per sederci vicini al ristorante, per mangiare insieme in fiera, per fare due chiacchiere o un caffè (brodaglia) al bar. Ovviamente non ci misero molto a circolare infamie vere sul nostro conto, solo erano un po’ esagerate perché c’era chi scommetteva che eravamo anche compagni di letto, ma questa era la sola cosa che realmente mancava, il resto era tutto vero. Certo che chiacchierare con Alessandra era proprio un altro mondo rispetto a quello che mi ero costruito con mia moglie: era divertente, talvolta triste, altre profondo, ma c’era sempre un argomento di cui parlare, un commento, una riflessione, una sensazione, una emozione e con lei mi sentivo valorizzato perché percepivo la sua stima e l’attenzione che metteva nell’ascoltarmi, cosa che io ricambiavo. Sembravamo agli antipodi eppure d’accordo, io ero il melodrammatico, lei la comica.

Io ero sempre l’ultimo a lasciare lo spazio espositivo per via che avevo le chiavi ma lei, quando andavamo poi la sera a cena in gruppo, mi “teneva il posto” vicino a lei e senza nemmeno troppi misteri, era molto esplicita : “Qui si siede Valentino” e questo mi faceva immenso piacere. Se io lasciavo li un piatto, ricordo bene che al cinese ne ho lasciati giù parecchi, lei interveniva affermando “meglio, lo mangio io” ed effettivamente se lo mangiava, era una cosa che trovavo assurda, ma lei intendeva ridicolizzarmi per farmi prendere coscienza del gran numero di cose per le quali affermavo “non mi piace” senza nemmeno averle mai assaggiate, per un solo preconcetto e questo non valeva certo solo a tavola. Questo che era gradevole con lei : ci dicevamo le cose si, scherzando, ma  a ribadire concetti espressi in precedenza.

Ovviamente l’impegno a Parigi ebbe un termine e rientrammo tutti ai nostri posti in sede e la dislocazione dei nostri posti di lavoro non consentiva certo uno scambio frequente se non al caffè. Lei, però, prese l’abitudine, di passare alle 17,30/18.00  da me ed invitarmi a smettere di lavorare e pensare a me e spesso mi capitava di cover chiudere al volo ciò che avevo avviato altrimenti si metteva sullo stipite del mio ufficio a battere la punta del piede a terra ed a guardare l’orologio. Uscivamo insieme praticamente tutte le sere ed andavamo a prendere un aperitivo in un bar un po’ fuori dal traffico pedonale tipico veneziano. La cosa, ovviamente, non sfuggì affatto a mia moglie perché avevo cominciato a rientrare tardi, più del solito ed io non avevo nemmeno intenzione di mentire per cui lei non faceva domande ed io nemmeno; lei frequentava chi voleva ed io pure.

La frequentazione assidua con Alessandra cominciò a diventare una cosa sempre più seria: anche lei conviveva con un uomo, ma fu lei stessa, per prima a propormi di mollare tutto ed andarcene a vivere a casa sua, al Lido di Venezia. Io, da parte mia, ci pensavo veramente su, anche perché mia moglie, del suo amante non faceva più nessun mistero, ma avevo due figli, minori e non mi era possibile pensare di abbandonarli. Lei diceva che potevo vederli, si ma separarsi da single conviventi è una cosa, ma da sposati con prole, è tutta un’altra. Perlomeno anche Alessandra se ne rendeva perfettamente conto e buttava li l’idea ogni tanto ma senza insistere tediosamente.

Io, comunque, mi trovavo davanti ad una importante scelta: lei o mia moglie  ed i miei figli ? Ma che clima avremmo avuto in casa in queste condizioni ? A 45 anni non ci si innamora come a 20, si è molto più attenti, riflessivi, autocritici, si analizzano i sentimenti anche attraverso valutazioni economiche, il futuro si costruisce invece di inventarlo. Per il momento andava bene così, le cose avevano trovato un loro equilibrio ed alla fine anche in casa da me c’era un clima più tranquillo, non certo sereno.

Una sera, alzandoci dal nostro tavolino all’aperto in un campiello di Venezia, dissi “bene, stasera prenderò la linea 2 “. Vidi il volto di Alessandra illuminarsi e, come ad aver detto una eresia, corressi immediatamente la mia frase, “prendo l’autobus numero due “ ed Alessandra si rabbuiò. In effetti da dove eravamo partivano due linee del servizio pubblico del numero due, ma con una enorme differenza: uno portava a Mestre su gomma, l’altro, portava al Lidi di Venezia in motoscafo, e sarebbe stato quest’ultimo che Alessandra desiderava il prendessi per andare perlomeno a cena a casa sua.  Mi dispiacque moltissimo perché mi rendevo perfettamente conto che stavo trascinando la mia decisione all’infinito e che avrebbe avuto tutto il diritto primo di non ricevere questi scherzi ma anche, e più importante, di avere una mia definizione senza ripensamenti. In questa maniera trascorse giusto un anno durante il quel fu un continuo “rilancio di sfide” tra me e lei. Per esempio, io le contestai che non avrebbe mai potuto considerarsi una venditrice completa se non avesse avuto la patente di guida e lei mi rispose che nemmeno io facevo una gran bella figura, a livello internazionale, a non parlare speditamente l’inglese e così nacque una sfida: io il corso di perfezionamento in lingua inglese, British School e lei corso per la patente. Io avevo l’obbligo di frequenza per 2 ore la sera, per 2 volte la settimana e poi li mi interrogava, e lei scuola guida e poi esami. Saremmo arrivati in pari ed avremmo verificato se e chi aveva perso o se si era pari. Allora la palla ritornava al centro.

Io, in azienda, ricoprivo un ruolo di notevole responsabilità, le direttive e le giustificazioni dei budget, le discutevo direttamente in direzione e era dal Presidente che prendevo le linee guida per gestire un capitale annuo di quasi due miliardi di vecchie lire. Una delle voci spesa, tra quelle dei vari servizi, più onerosa: sviluppo e ricerca prodotto. Per contro Alessandra, trattava principalmente con le agenzie dell’ azienda in Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo ed anche i principali clienti grossisti. Aveva però una montagna insormontabile che le bloccava professionalmente la crescita ed era una sua collega più anziana, sia di età civile che aziendale, e fino a che fosse rimasta lei, che era in rapporti privilegiati col presidente, Alessandra non aveva spazi di crescita. Cercammo insieme, di trovare dei mercato nuovi o poco coperti dove andare a sviluppare delle linee di distribuzione all’ingrosso in modo da non danneggiare la rete. La cosa era molto ben vista in quanto avrebbe potuto solo aggiungere mercati e non dirottare i mercati già acquisiti su nuovi percorsi. Avviammo quindi degli approcci in medio oriente, cercando degli studi di arredamento in Italia che lavorassero “chiavi in mano” con questi paesi e cominciammo a mettere a punto alcuni prodotti destinati a queste aree dove esiste una povertà di fondo della massa, ma chi detiene in denaro, ne ha veramente in avanzo. Pensare che in una occasione venne un cliente che voleva dei tessuti con oro zecchino, non laminette industriali o falsi dorati, proprio oro zecchino. Per questo progetto dovemmo partire persino dalla filatura a farci fare delle proposte. Tanto per la cronaca, il filato scelto alla fine e col quale siamo andati in produzione, costava, all’epoca, quasi un milione ottocentomila lire al chilogrammo quando la seta, l’organzino, la migliore, era sul mercato a ottantatremila lire. Ci prendemmo così anche qualche bella soddisfazione, come quando prendemmo l’appalto per la decorazione di un hotel Four Seasons, full extra lusso ( si parlava di sette stelle ).

Noi, stando a ragionare sui nostri rapporti, sulle nostre identità personali e lavorative, avevamo messo su un mercato ed avevamo anche trovato, qualora fosse stato necessario, ancora più argomenti per stare insieme e, ironia della sorte, potevamo farlo serenamente anche in sede, in pubblico, tanto nessuno si intrometteva nel nostro campo anche se io non potevo certo perdere di vista il resto dei servizi che il mio gruppo al completo doveva fornire.

Intanto le cose di casa, per me, stavano cambiando radicalmente: ero già con un piede fuori di casa e l’atro pronto ad uscire. Con mia moglie, quell’anno 2001, non facemmo ferie, nessuno dei due aveva desiderio di trascorrere una paio u più settimane insieme; qualche giro, però lo facemmo e fu mentre rientravo proprio da uno di queste gite fuori porta che mi fermai sotto un cavalcavia dell’autostrada per fumare una sigaretta che in macchina era giustamente proibito, Purtroppo non fumai molto volentieri quel giorno perché il fumo mi dava una stranissima sensazione di disgusto, mi provocava tosse e fastidi come starnuti e fotofobia. Non la presi troppo seriamente, pensai che, forse, era perché era da diverse ore che non fumavo, ma non era così.

Come dicevo, ero già per metà fuori casa e quindi me ne andai solo soletto, dal medico di base che indicò il fumo come causa di tutti i mali ma mi prescrisse pure un antibiotico perché il fumo certo c’entrava, ma la febbricina che mi trascinavo dietro poteva far pensare ad una infezione bronchiale. Dopo un paio di mesi, che la cosa non funzionava, voce roca, stanchezza generale, nessun desiderio di rendermi attivo, il medico mi propose di andare a fare una visita otorinolaringoiatrica per capire meglio cosa stesse succedendo. Prenotai ed a settembre ripresi a lavorare ed a ritrovare i miei ritmi e le mie gratificanti abitudini. Sapevo di dover andare a fare questa visita ed Alessandra mi sosteneva ipotizzando una laringite, una cosa che sarebbe passata da sola, di stare tranquillo. Io tranquillo non lo ero tanto fino a che decisi, una sera, dopo cena, che sarei tornato a vivere, per qualche tempo dai miei genitori, giusto per fare un po’ il punto personale. Ero diventato una persona sgradevole, sempre a pensare a questa viita incombente che, finalmente un giorno arrivò e dopo vari accertamenti in ambulatorio e poi strumentale in reparto, venne emessa la sentenza : cancro della laringe con coinvolte le corde vocali e la parte destra della bocca.

Mi isolai dal mondo come un eremita, nemmeno con i fratelli avevo voglia di parlare mentre i genitori restarono a loro volta talmente shockati da non riuscire a riflettere.

Iniziò come sempre in questi casi, un giro di verifiche di sangue urine, radiografie, risonanze endoscopie fino ad arrivare a definire che era necessario un intervento urgente.

Lo dissi ad Alessandra, ma con freddezza, nessun coinvolgimento richiesto, avrei fatto le mie cose e poi si sarebbe visto cosa e come fare tanto avevo ben capito che le cosa non sarebbero mai andate come mi aveva prospettato il primario e cioè “quindici giorni e torni come prima”. 

Il 22 Ottobre del 2001 ero ricoverato a Schio, una clinica dove operava un grande otorinolaringoiatra amico del mio grande capo e che veniva da Padova a Schio solamente per me, a mia volta presentato come amico. Con Gina avevo chiuso, con Alessandra avrei chiuso immediatamente, con i figli proprio per nulla, anzi, li cercai io, con l’aiuto – onore al merito – di mia moglie che non poneva alcun ostacolo anzi, li incoraggiava.

Gina non tornò indietro di un passo quindi avvisò subito tutti che lei non si sarebbe “occupata” di me mentre Alessandra, che si sarebbe offerta a qualunque aiuto, la esclusi io, certamente provocandole un dispiacere infinito,ma io trovavo giusto che lei andasse per la sua strada senza prendersi un uomo che (allora) vedevo  finito. E con questo ebbe fine anche la nostra grande storia d’amore, nonostante, in seguito, si sia ripreso anche a lavorare insieme.