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Io, le fotografie ed i miei interessi

Quando ero bambino, e poi fino ai 13, 14 anni, della fotografia in generale, non mi importava proprio nulla. Non faceva parte della cultura familiare, nessuno in casa si occupava di farle, di svilupparle, di conservarle ed anche di proporre di rivederle. Trascorrevamo, io, i miei fratelli ed anche gli amici, molto del nostro tempo in strada a giocare, a parte gli impegni scolastici. Non c'erano tanti corsi, doposcuola, o altre attività ricreative, al massimo la dottrina, in parrocchia. Per il resto eravamo alla periferia di una Mestre che doveva ancora svilupparsi: anche Via Bissuola, oggi quartiere cittadino, era una strada sterrata a fianco della quale scorrevano due fossati e da casa nostra bisognava passare "il ponte" per raggiungere la strada. Noi giocavamo con tutto, realmente qualsiasi oggetto diventava una scoperta ed una invenzione.

Con 5 Lire riuscivamo a comprare un bastoncino di liquirizia ed il limone ce lo portavamo da casa per farci il nostro long-drink pomeridiano. Ricordo che hanno portato degli enormi tubi in cemento per predisporre l'impianto fognario del quartiere e noi ragazzini ci giocavamo dentro. 

Io, in particolare, avevo un mio "laboratorio" dove costruivo archi, frecce fatte con le aste degli ombrelli liberate da tutti i fili di cucitura, appesantiti in punta ed affilati, diventavano delle frecce micidiali per andare a caccia di rane. Andavo a recuperare dei cuscinetti a sfera per costruire dei carrelli in legno, e funzionavano molto bene, l'unico problema era trovare un pezzo di strada asfaltata perché sullo sterrato non era possibile farli correre. Un'altra attività che mi portava anche di piccoli introiti, era quella di costruire delle fionde. Con un pezzo di tondino di ferro, sagomavo con il martello il manico, l'archetto e quando ero giunto ad un punto per me soddisfacente, rivestivo il tutto son del filo di rame ricoperto, rosso, giallo/verde, blu, secondo quello che trovavo in giro per il quartiere. Alla fine dovevo procurarmi un pezzo di camera d'aria per fare gli elastici ed un pezzo di pelle per fare il caricatore dei sassi. Tutto doveva essere ritagliato perfettamente per poi poter reggere le legature che facevo a spago tendendo con molta forza gli elastici. Il "prodotto finito" andava certamente a ruba, ma la mia capacità produttiva era scarsa per via dell'approvvigionamento delle materie prime. Io, poi, non avevo un grande spirito commerciale per cui restavo sempre deluso dall'importo che riuscivo a realizzare: a trattare erano tutti più bravi di me. 

Gran parte del nostro tempo lo passavamo a scovare cose sempre più "assurde" (se viste oggi) come riempirsi le tasche di sassolini, salire su un traliccio della corrente ed attendere l'arrivo di un gregge per lanciarli sopra a pecore ed asini e ridere delle reazioni dei poveri animali. I falò erano la nostra passione, bruciavamo di tutto solo che una volta, con un vecchio stivale, roteandolo con un bastone, mi sono ustionato tutta la gamba destra e con buona pace, mia mamma dovette medicarmi a lungo, ma senza punirmi. Un barattolo di pomodori pelati, da far scoppiare a forza di sassate finché uno di noi, il più intelligente, non ha preso un macigno e lo ha scaraventato sopra al barattolo di latta che è letteralmente esploso irrorandoci di salsa di pomodoro.

Ricordo che una volta siamo andati in un cantiere edile ed abbiamo sottratto un mezzo sacco di carburo. Qualcuno di noi sosteneva che, spargendolo nella vasta pozza d'acqua del campetto, gli si poteva dare fuoco. E si poteva fare a meno di provare ? Il gas prodotto si chiama acetilene, ma lo so adesso, ed il fuoco era davvero tanto, uno spettacolo meraviglioso: vedere l'acqua bruciare ... Finì con una chiamata di qualcuno ai pompieri e con una nostra fuga strategica.

 

 

 

 

 

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