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Vivevamo senza fotografie

I nostri giochi, anche i più eccentrici, non erano mai documentati fotograficamente. Oggi si farebbero fotografie o video di qualunque cosa ma noi avevamo solamente un telefono, quello di casa e pure, spesso, col lucchetto, ma non ci interessava proprio noi eravamo li, in campetto, sempre in campetto e ci dividevamo gli spazi tra i vari gruppetti dediti ad attività diverse, anche in base all'età.

Il calcio, ovviamente, faceva da padrone ma si poteva giocare solamente su una porta perché quasi sempre l'altra metà del campo era occupata da altri bambini o ragazzi oppure era pieno di buchette predisposte per un altro gioco. Nonostante infiniti tentativi di piantare due pali per la porta, risultava sempre segnata con maglie, pietre o altri materiali perché non si riuscivano mai a trovare due pali decorosi. Spesso l'area piccola, quella del portiere, insomma la mia perché io ero grande ammiratore di Dino Zoff (28/2/42) soprattutto perché si chiamava come mio padre, era piena di fango e diventava molto impegnativo tuffarsi per fare le parate spettacolari. Andavamo, allora in una falegnameria artigiana vicina a farci regalare della segatura e ne cospargevamo un abbondante strato prima di iniziare il gioco. Ill problema era che spesso, in mezzo alla segatura si trovavano dei chiodi, non certo messi appositamente, ma il riutilizzo di assi vecchie era consueto anche da parte dei falegnami di professione. Non ho una idea di quanti me ne sia fatti togliere, in totale, da mia mamma tra quelli presi sotto i piedi e quelli dei glutei o dei polpacci, so che di tanto in tanto rientravo a casa a farmi medicare. Ma si sospendeva la partita giusto quei cinque minuti perché poi era da riprendere. Chi si fermava per un banale chiodo ? Il proprietario del pallone giocava sempre ... chissà perché. Ma io non avevo soldi per comprare un pallone e allora mi mettevo in porta, ruolo disdegnato da tutti mentre a me piaceva anche se talvolta prendevo di quei calci da far paura. Capitava, poi, che i "grandi" decidessero di fare una partita e decidessero di monopolizzare l'uso del campetto. Noi "piccoli" ovviamente soccombevamo e ci dovevamo trovare una alternativa. Ma era facile.

Ai fortini della guerra - Poco lontano da casa, allora non c'era nulla di costruito, erano tutti campi, si potevano trovare dei fortini della prima guerra mondiale che oggi rientrano nel grande Parco Alfredo Albanese, era una zona pressoché abbandonata, una sorta di discarica ma di elementi "naturali" nel senso che si potevano trovare dalle riviste pornografiche alle biciclette rubate (sempre mezze sfasciate), cavi elettrici, apparecchi radio, magari una poltrona vecchissima abbandonata ma che ci avrebbe fornito delle "belle molle". Ci piaceva anche entrare, se non erano allagati, e simulare la "nostra guerra attraverso le feritoie oppure anche solamente stare li, seduti, a costruire storie immaginarie sulla vita che si era svolta tra quei cubi di cemento.

Iniziavano a costruire due grandi palazzi, le prime case di edilizia popolare, vele nel deserto dove noi poi avremmo  potuto procurarci materiali vari per le nostre attività. Non li consideravamo "furti" ma prelievi logici di materiali che ci servivano, tanto "loro" ne avevano tanto e non capivo perché i miei genitori si arrabbiassero tanto per queste mie e nostre incursioni.

Non ricordo esattamente dove, ma c'erano anche delle aree coltivate, normalmente a mais, le pannocchie ed anche li, nella giusta stagione, andavamo a prelevarci le nostre, scelte con cura, da cucinare poi sul fuoco all'aperto. Non piacevano a nessuno, ma era molto da cowboy che  io nemmeno conoscevo perché non avevamo ancora la televisione in casa e quindi, forse, dai fumetti o dal semplice racconto dei compagni che raccontavano di pistole e frecce. E poi, vendevano le pistole, con anche le capsule solo che io non avevo mai i soldi e mia mamma non voleva che giocassi con le armi, diceva che era una cosa brutta che non si deve fare.

 

 

 

 

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