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Il divorzio. Un po' di storia:

1970, Fortuna e Baslini festeggiano l'approvazione della legge sul divorzio.

Il 1º dicembre 1970 il divorzio veniva introdotto nell'ordinamento giuridico italiano; nonostante l'opposizione della Democrazia Cristiana, del Movimento Sociale Italiano, della Südtiroler Volkspartei e dei monarchici del Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica, e con i voti favorevoli del Partito Socialista Italiano, del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, del Partito Comunista Italiano, del Partito Socialista Democratico Italiano, del Partito Repubblicano Italiano, del Partito Liberale Italiano, venne approvata la legge 1º dicembre 1970, n. 898 -

"Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio" (la cosiddetta legge Fortuna-Baslini), risultato della combinazione del progetto di legge di Loris Fortuna con un altro pdl presentato dal deputato liberale Antonio Baslini; nello stesso anno il Parlamento approvava le norme che istituivano il referendum con la legge n.352 del 1970, proprio in corrispondenza con le ampie polemiche che circondavano l'introduzione del divorzio in Italia.

Anche allora le polemiche non mancarono tanto che si arrivò al referendum abrogativo

Gli antidivorzisti quindi si organizzarono per abrogare la legge attraverso il ricorso al referendum: nel gennaio del 1971 veniva depositata in Corte di cassazione la richiesta di referendum da parte del "Comitato nazionale per il referendum sul divorzio", presieduto dal giurista cattolico Gabrio Lombardi, con il sostegno dell'Azione cattolica e l'appoggio esplicito della CEI e di gran parte della DC e del Movimento Sociale Italiano.

Dopo un'iniziale contrarietà circa l'uso dello strumento referendario in materia di diritti civili, il Partito Radicale e il Partito Socialista si schieravano a favore della tenuta del referendum e partecipavano alla raccolta delle firme necessarie, mentre lo stesso non fecero gli altri partiti laici, che tentavano di modificare la legge in Parlamento (compromesso Andreotti-Jotti), sia per evitare ulteriori strappi con il Vaticano, sia per l'incognita di un referendum sul cui risultato parte del fronte divorzista era pessimista.

Dopo il deposito presso la Corte di Cassazione di oltre un milione e trecentomila firme, la richiesta superava il controllo dell'Ufficio centrale per il referendum e il giudizio di ammissibilità della Corte Costituzionale.

Il 12 maggio 1974, con il Referendum abrogativo del 1974, meglio conosciuto come Referendum sul divorzio, gli italiani furono chiamati a decidere se abrogare la legge Fortuna-Baslini che istituiva in Italia il divorzio: partecipò al voto l'87,7% degli aventi diritto, votarono no il 59,3%, mentre i sì furono il 40,7%: la legge sul divorzio rimase in vigore.

Ovviamente la discussione invadeva tutti i campi del sociale ed in molti casi venne affrontato come il raggiungimento della parità tra uomo e donna in virtù dell'ancora sussistente normativa riguardo al "delitto d'onore" abolito solo negli anni seguenti.

Anche la Chiesa si schierò in maniera molto forte, definendo che una persona (uomo o donna che fosse) non avrebbe mai più potuto ricevere il Sacramento del matrimonio una volta divorziato e si arrivò anche a non concedergli la Comunione. Definì anche che il matrimonio celebrato in Chiesa non poteva essere sciolto se non dalla Sacra Rota

 

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