ero giovane padre

Ero proprio un papà giovanissimo. Quando fu il momento, mi mossi on la mia moto per andare fino da mio suocero a chiedergli in prestito la macchina per accompagnare Gina all'ospdale ed entrambi, madre e padre, avrebbero voluto venire con noi osa alla quale mi opposi perché mi ritenevo adulto, maggiorenne ed in grado di assolvere ai miei doveri di padre  marito. Facendomi coraggio, accompagnai Gina fino in camera dove si stese a letto, aveva le doglie e io ero preoccupato che nessuno la stesse seguendo. Nel vederla soffrire, mi prese un senso di colpa e mi sentii responsabile di tanto dolore, erea stato bello star insieme, ma adesso era solo lei che ne "subiva" le conseguenze. Ad una certa ora, penso verso mezzanotte, venne una infermiera che annunciò il trasferimento in sala travaglio. All'epoca non era nemmeno considerata l'ipotesi che il marito potesse assistere al parto per cui mi dissero di andare via che comunque, fino  mattina, non sarebbe cambiato nulla e di riposare tranquillo. Io mi sentii escluso e chiesi di poter restare in ala d'attesa ma mi dissero di no, di andarmene e di tornare il giorno seguente. Me ne tornai a casa, rimisi la macchina in garage dei suoceri e, fopo aver riferito , me ne andai a casa. Non trascorsi una notte del tutto tranquilla, ovviamente, e il giorno dopo, di buon mattino, presi la mia moto e partii per l'ospedale per vedere come era la situazione. Era l' 11 Gennaio e c'era un freddo polare per cui, in moto, arrivai in ospedale con le mandibole semiassiderate e come arrivai mi presentai in portineria ( all'epoca agli accessi erano controllati) e chiesi di poter accedere a reparto maternità perché mia moglie, nella notte, avrebbe potuto o dovuto partorire. Ricordo bene il sorrisetto ironico col quale mi guardò il poprtiere che mi disse "ma non potevi inventarti una bugia migliore per entrare in ospedale ? Proprio a sottolineare che alla mia età non avrei proprio potuto essere marito e padre. Io sorrisi e gli risposi che, se avesse avuto tempo e oglia, avrebbe potuto accompagnare e verificare. Mi fece passare, ovviamente anche perché non avevo alcuna intenzione di recedere. Salii al piano e chiesi lumi ma nessuno sembrava credere alla mia storia finché non diedi nome e cognome di mia moglie, solo allora mi venne riferito che non aveva ancora partorito. Poi, la classica scena in maternità : "Chi è il marito di Baroffio  Gina ? Ed io" Eccomi ", l'infermiera mi squadrò e mi ribadì é lei il marito della Signora Baroffio?" Non potei che riconfermare ed allora mi fece i complimenti per un bel maschio di Kg 3,860. Ignorante che ero, non capii immediatamente che si trattava di un bimbo ben piazzato. Gina non uscì subito, fecro in tempo ad arrivare nche i miei suoceri, dopo la messa, quindi verso le 11 del mattino ma Gina non si era ancora vista. Chiesereo a me ed io riportai ciò che sapevo, quindi poco, ka abbastanza per dire che era tutto andato benissimo. Verso mezzogiorno uscirono sia Gina che Marco, in braccio, l'infermiera lo prse e me lo sporse dicendomi "questo è suo figlio, se vuole può conoscerlo" Eccome se volevo conoscerlo, fino a quel momento lo avevo solo sentito agitarsi e scalciare nel pancione di Gina. Lei era stravolta, persino difficile da riconoscere, la accompagnammo in camera ma ci invitarono a lasciarla riposare e, fuori dalla stanza, ci piegò che si era trattato di un travaglio lungo e doloroso e solo all'arrivo del Primario era stato possibile eseguire il cerchiaggio, manovra decisamente dolorosissima.(questo lo seppi dopo)

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Mentre Gina era in ospedale, non che ici sia rimasta molti giorni, io mi sentivo un po' smarrito: chiunque incontrassi si spendeva in complimenti per il figlio, io sinceramente ero molto più preoccupato che felice, andavo ovviamente tutti i giorni a vedere il bimbo ed  trovare Gina, ma il mio pensiero era sul riscaldamento della casa : avevamo solamente una stufa a legna, di quelle con i cerchi di una volta, per scaldare l'intera casa e per noi adulti poteva anche andare bene dormire con tre coperte ed alzarci e lAavarci al freddo, ma per il piccolo questo non andava affatto bene e poi, dove avrebbe dormito Marco che la sua camera non avevo ancor fatto in tempo a finirla, come al solito, non riuscivo a vivere il momento di felicità a sentendomi caricato di troppe responsabilità, e il fasciatoio ? e questo, e l'altro ? Ero un vulcano di pensieri per capire cosa fare al rientro delle mia nuova famiglia. Per fortuna Bruno, mio suocero, aveva già pensato al riscaldamento e si era fatto regalare un antico bruciatore di olio combustibile fluido, un combustibile maledetto denso e sporco, sempre pieno di scorie che da allora e per diversi anni, mi fece impazzire. In ogni modo serviva una caldaia ed un impiantista che collegasse il tutto, per l'impianto elettrico mi sarei arrangiato io. Chiedemmo in prestito il  Ford Transit ad un amico ed andammo a prelevare la caldaia a casa di una famiglia che l'aveva da poco dismessa. Caricarla ee scaricarla furono due sfori enormi  per posizionarla poi dentro al locale caldaia ricavato nel frattempo, aspettammo l'impiantista ma ci pensò ( evidentemente anche lui molto preoccupato) mio suocero, col sollevatore del trattore agricolo. Forse era per tutta questa serie di impegni che non comprendevo i complimenti per il figlio, magri mi aspettavo quelli per l'avvio dell'impianto di riscaldamento

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Marco era un bellissimo bambino ma, come tutti, quando arrivammo a casa, era decisamente da cambiare. Mio suocero si affacciò al bordo della carrozzina ed ordinò a sua figlia di cambiare il bambino, mia suocera fuggì urlando" Oddio, e adesso, cosa si fa ? " Gina era oggettivamente molto stanca e guardò me chiedendomi - con lo sguardo - un aiuto. Non mi tirai certo indietro e pensai che certamente Maro non era fatto di porcellana e che sarebbe stato sufficiente un briciolo di delicatezza per eseguire l'operazione e quindi mi atteggiai a colui che "sapeva", solo perché avevo osservato i movimenti delle infermiere in ospedale, erano molto disinvolte e non sembravano affatto preoccupate di "rompere" i bambini. Tolsi il vecchio pannolone e chiesi a Rosetta, la suocera, di farmi arrivare un po' di acqua calda o al rubinetto del bagno o a quello dl lavello che ritenevo meglio lavarlo piuttosto che pulirlo con le salviettine. Quando Marco fu spogliato, Rosetta ebbe un gesto di profondo disagio non tanto per lo sporco quanto per il cordone ombelicale del quale era rimasto un pezzetto di circa tre centimetri, cosa assolutamente naturale. Lavai Marco sotto acqua tiepida corrente, lo asciugai pe bene e  li misi un pannolino nuovo. Fine, mi guadagnai un sacco di "punti " Per me non fu una operazione particolarmente difficile ma colsi le congratulazioni di tutti i presenti, compreso mio suocero che rientrò e chiese di poterlo tenere in braccio per un attimo, ma non aveva tenuto in braccio nemmeno i suoi neonati r quindi apparve subito in difficoltà e quindi Rosetta lo invitò "caldamente" a passarlo a me o rimetterlo in carrozzina.

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Bene, la degenza dopo il parto era terminata, si trattava ora di andare all'ospedale e portare a casa tutti. Le difficoltà dl parto avevano obbligato i medici ad impiegare diversi punti di sutura e Gina ne lamentava il dolore. Io non avevo la benché minima idea di come poter fare in modo che il viaggio, seppur di una ola quindicina di chilometri, potesse essere fatto nelle migliori condizioni. Mi chiedevo, un cuscino, forse uno grande ed uno piccolo, un guanciale, e per Marco ? In braccio alla mamma ( Non c'erano regole he lo vietassero) ma, io pensai ch sarebbe stato meglio che Gina si potesse muovere liberamente e trovare le sua migliore posizione sul sedile senza un bambino in braccio. Chiesi ( non c'era internet) a suocera e mamma dei suggerimenti ma entrambe avevano partorito in casa chiamando la "levatrice" e quindi non sapevano ch dirmi se non che qualcosa andava fatto. Io ci pensai ed alla fine gonfiai un salvagente di plastica di quelli da spiaggia, lo coprii con un telino e lo misi al posto del passeggero. Smontai il pezzo sopra della carrozzella che ovviamente mi avevano prestato e la misi ul sedile dietro, fermata da un guanciale piegato a metà ad evitare che, in caso di frenata si rovesciassero carrozzina e bambino, a portarlo dal piano maternità alla macchina avrei provveduto portandolo avvolto in una coperta, in braccio. Arrivai all'ospedale con ampio anticipo e mi presentai in portineria col macchinone grigio di mio suocero e spiegai che avrei dovuto salire fino al pronto soccorso per rilevare moglie e figlio ed evidentemente questo look più signorile, non ebbi alcuna battutina relativa alla mia età. La macchina l'avevo riscaldata al massimo, devo dire pure soffrendo un  po' il caldo e la parcheggiai a fianco di una ambulanza lasciandola col motore acceso  quando fui ripreso da un conduttore , spiegai che volevo tenere l'auto calda più per il piccolo che per noi adulti e ricevetti il benestare. Nel frattempo si era scaldata anche la "culla" per Marco. Quando scendemmo , Gina si mise a ridere quando vide la ciambella, mi ringraziò ma mi disse che non era necessaria, la spinse dietro e si sedette tranquillamente, io prima mi occupai di mettere Marco in culla e poi salii, ponto per partire per casa, non so perché ma quelle due manovre mi avevano fatto sudare tantissimo. Il caldo in macchina, poi, lo abbassò Gina che anzi quasi mi rimproverò che non si respirava. Partii ed ogni frenata era un'ansia e con la destra andavo a "proteggere" Gina e col retrovisore, regolato appositamente, a controllare l posizione dll carrozzina. E poi, finalmente a casa, dei suoceri, ovviamente.

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Il solito giro in macchina, andata e ritorno a casa e poi con la mia moto rientro definitivo Gina spinse in casa il passeggino e poi si stese-ovviamente - a letto. Finalmente io e lei e nostro figlio, tutti cari, tuti gentili, tutti disponibili, per carità, nulla da recriminare, anzi, ma la quiete e l'intimità della casa propria non ha prezzo ne paragone. Misi a fianco del letto, dalla parte di Gina, un supporto e tolsi la culla della carrozzina dalle ruote per sistemare - seppur provvisoria - una culla  fianco al letto. Ci stendemmo l'uno a fianco all'altra e provammo  a rilassarci. Era fatta o meglio, Gina era riuscita a diventare mamma, si perché questo tema mi accompagnò poi per tutta la vita: lei aveva già vissuto con Marco per nove mesi mentre io lo conoscevo ora e mi trovavo una spiegazione al perché essere mamma è un'altra cosa rispetto all'essere padre.  Loro si conoscevano molto bene già d molto tempo e se c'era un "terzo" non dico incomodo, quello ero io. Forse per questo mi ritrovavo molto più disinvolto nel "maneggiare" il piccolo, cambiarlo, coccolarlo, alzarlo dalla culla e tenerlo al mio fianco senza paura di  schiacciarlo era perché io non lo avevo curato con dovizia i nove mei prima, non dico che lo trattavo come se non fosse mio ma per la mamma, lui era molto più prezioso che per me, lei sapeva molto melio di me quanto le era costato, le rinunce, la dieta, smettere anche quella unica sigaretta dopo pranzo, le visite, non sempre gradevoli i dolori le nausee ed il peso del pancione che aveva portato con diligente attenzione, ovunque fosse stata richiesta la sua presenza. Io, cosa avevo fatto per quel bimbo ? Si, ero il papà, ma aveva fatto tuto Gina in realtà. Quello che potevo fare ora era di fare in modo che non ci fossero problemi. All'epoca lavoravo solo io ed il mio stipendio bastava appena per sopravvivere, senza farci mancar il necessario ma anche senza alcun extra. L'arrivo di Marco poteva porre dei problemi anche i natura economica ma sapevamo di poter contare in parte, su un supporto da parte dei neo nonni anche se, secondo loro, crearsi dei debiti non era mai una cosa positiva. Ed infatti, eravamo sempre in "rosso". Io avevo "solo" il mio vespone verde pe andare a fare le spese ma, nonostante avessi montato un portabagagli, non potevo caricare più di tanta merce. Per poter spuntare dei prezzi migliori, andavamo a fare le nostre spese  in un supermercato a Mestre, a circa quindici chilometri dalla nostra casa d'altronde non erano tanto diffusi come oggi e si potevano risparmiare diversi soldi sulla spesa fatta in supermercato e quella della bottega vicino a casa. Normalmente andavo io a fare le spese, e quando uscivo dal supermercato caricavo tutto il possibile sulla moto ed andavo a scaricare tutto a casa dei miei genitori che abitavano a meno di un chilometro e quindi pochissima strada e soprattutto periferica dove era praticamente impossibile trovare un pattuglia i polizia, poi mi facevo prestare la macchina e portavo tutto in un colpo  Tessera. A casa scaricavo la macchina, tornavo dai miei genitori, riconsegnavo l'auto  e me ne tornavo a casa con la moto scarica. Obbiettivamente era una sfaticata ma stavamo attenti anche alle mille lire

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