Un passo importante, alla fine l'esame di terza era andato bene, devo dire che la serenità di mio padre mi aveva rassicurato moltissimo. Ovviamente avevo fatto tutti i test  attitudinali per la scelta dell'indirizzo di studio più  adatto  al mio profilo personale e studentesco. C'è da considerare che tutti, in casa, a parte la  mamma, infermiera, avevano scelto indirizzi umanistici: papà, dottore in pedagogia, il fratello maggiore in psicologia dell'età evolutiva, la sorella, sempre maggiore, in psicoterapia ed infine la più piccola, Chiara alle magistrali in contemporanea al conservatorio. Io volevo differenziarmi , studiar qualcosa di profondamente diverso per cui, un po' ad intuito e contro tutte le indicazioni dei professori, mi buttai nel liceo scientifico. Oltretutto era veramente a due passi da casa, ma non fu questo il motivo dominante. Si apriva un mondo nuovo dove ci si sentiva molto più responsabili. In casa cominciarono a dirmi che dovevo arrangiarmi da solo, di non attendermi di essere costantemente stimolato allo studio, che prendevo materie sulla quali nessuno poteva aiutarmi. Un po' ero spaventato ed un po' mi sentivo sfidato e quindi mi autosuggestionavo di avere delle capacità superiori a quelle che mi attribuivano. Non ero affatto convinto che il quoziente di intelligenza (peraltro valutatomi abbastanza buono) fosse un elemento fortificante. Io durante i test, ero certo di aver dato più risposte "furbe" che intelligenti, assecondando i desiderata dello psicologo. Avevo fatto "carte false" per riuscire a rientrare tra le classi che come lingua straniera avevano "l'inglese" ma non ci fu nulla da fare, sezione "", lingua: Francese. Davanti all'istituto c'era un caos incredibile, saremo stati in circa milleduecento ragazzi e ragazze più i professori, in qualche maniera riuscirono a comporre le classi. A noi venne assegnata un'aula con i gradini: la prima fila era all'altezza della cattedra e l'ultima sarà stata un metro più alta, a noi faceva effetto università. Sembrava volerci dare molta più importanza. Ognuno scelse il suo posto, inutile dire che tutti volevano andare in alto, lontani dal professore, a priori. Dopo un bel po' venne in aula un professore, si sedette in cattedra e cominciò presentandosi, poi chiamò l'appello e ad uno ad uno, ci salutò.... dandoci del Lei e Sig. Fu la prima ( ma poi anche l'ultima in classe) in cui mi sentii chiamare "Lei, Signor Pagnin, è qui di Venezia, o viene da fuorio volevo rispondere che abitavo dietro l'angolo ma poi mi parve poco serio, era un uomo piccolino, con la "" moscia ci disse che lui era il professore di storia e di filosofia. e ripeté il suo nome e cognome. Comprendemmo solo dopo che era l'uomo più formale, ma solo formale, non certo morale, della scuola. Io pensai, tra me, "cominciare lo scientifico con storia e filosofia.  speriamo bene. Cominciò  parlare ed onestamente diceva cose interessanti  restando sul vago e spiegandoci perché studiare la storia e soprattutto la filosofia però a me parve che facesse di tutto per essere benvisto perché con battutine cercava di annullare la differenza tra profssore ed allievo ma non riuscì ad essere realmente "uno di noi ", non ci credeva e non ci ha creduto nessuno.

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