Qualche giorno dopo il tema di italiano, fummo chiamati allo scritto di matematica. Sapevo bene, prima di cominciare che non era proprio la mia materia preferita, ma non avevo alternative al "tentare al meglio " l'esame. Ancora busta ma per matematica non venne letto ma trascritto su una lavagna. Ricordo bene solo che il compito era diviso in cinque parti ma i dovevano svolgere tutte e cinque, non uno a scelta. Il corridoio e la disposizione era la stessa del compito di italiano solo che il professore passò avanti ed indietro nel corridoio tra i banchi per consentirci di verificare, ravvicinati, ciò che avevamo copiato da lontano. In un primissimo momento mi sentii perso. Guardavo e riguardavo le formule scritte e trascritte ma non riuscivo a trovare il bandolo della matassa; d dove partire ? Dal più facile, ovviamente. Portai a termine le cinque prove ma, riservandomi per ultime le più difficili, non mi sentii tranquillo ed anche dopo, confrontandomi con i compagni, parve chiaro che eravamo arrivati a risultati differenti, restava da definire chi era arrivato a quello giusto. Anche la seconda prova scritta era andata ed oramai non restava che affrontare, per quanto possibile, serenamente la prova orale.

Se fossi stato il primo chiamato all'orale, sarei stato felice mentre  molti compagni e compagne, speravano di poter avere ancora qualche giorno per studiare. Io era convintissimo che oramai era anche inutile stressarsi con lo studio, o ci si era arrivati oppure non erano un paio di giorni in più di studio che potevano fare la differenza. Venne anche il mio turno e mio padre mi disse che, se non disturbava me, sarebbe venuto ad ascoltare la conversazione, io ovviamente lo invitai ben volentieri anche perché chiacchierando con lui l mia ora arrivò senza che me ne accorgessi. Cominciò ad interrogarmi il professore di italiano, con argomento la mia tesi di presentazione e quella volò rapidissima, poi mi chiese la mia opinione su Giovanni Pascoli, autore che conoscevo bene ma che proprio non mi piaceva. Ovviamente partii dalla sua vita e dalla perdita dl padre, ucciso, e della cavallina rientrata storna a casa, evento che condizionò tutta la sua vita e di quanto soffrì per questo grave evento he condizionò l'intera sua vita. Lui mi interruppe chiedendomi se secondo me tutti i bambini orfani del padre hanno seri problemi da grandi. Io mi limitai a sostenere che non avevo una ricerca statistica e che mi limitavo a riportare quanto crivevano u di lui i libri:

 

  • 1855. Giovanni Pascoli nasce a San Mauro di Romagna.
  • 1862. Entra nel collegio degli Scolopiti a Urbino, dove riceve una formazione classica.
  • 1867. La morte del padre rompe la serenità familiare, l’anno successivo muore la madre e poi la sorella e due fratelli.
  • 1873. Pascoli studia Lettere a Bologna e si avvicina al Socialismo.
  • 1979. Viene arrestato durante una manifestazione e trascorre alcuni mesi in carcere; questa esperienza lo allontana dall’azione politica.
  • 1882-95. Insegna in vari licei italiani. Vive con le sorelle Ida e Mariù, con cui ricostruisce quel nucleo familiare che aveva perso da ragazzo, ma questo lo allontana dal mondo esterno e lo fa chiudere nel suo pessimismo.
  • Lui mi disse che si trattava di "luoghi comuni" perché, per esempio, anche lui era orfano di padre ma non si sentiva affatto inquadrato nella tristezza e sconforto profondo di cui parlavo io. Chiri che parlare egli assenti era facile, ma parlare della vita del Presidente di commissione, senza nemmeno conoscerlo, non mi dava la possibilità si argomentare per cui cominciai a balbettare che Pascoli era una cosa ma che la sua esperienza di vita non faceva testo come regola di vita ma lui insistette sul tema e sul personale, fino a mettermi seriamente in imbarazzo: avessi realmente potuto dire quello che pensavo, gli avrei fatto presente la sua frustrazione ed il suo complesso derivato dalla morte del suo padre, unico elemento che poteva spiegarmi tanto ardore e pure accanimento, ma non lo dissi, ovviamente. Passammo quindi alla lingua straniera, orale, un invito a nozze, con la professoressa di classe andai sul sicuro in un dialogo in francese molto disinvolto tanto che entrò a dialogare anche la professoressa di matematica che evidentemente conosceva bene il francese. Matematica orale fu semplice e distensivo, probabilmente la professoressa ritenne che fosse ora di alleggerire l'interrogazione tanto che saltò alle domande di scienze e fisica E con questo terminai il mio esame. Dovetti attendere, ovviamente il termine di tutti gli orali e poi le valutazioni finali della commissione, prima i fine Luglio esposero i tabelloni, il mio era uno splendido 54 .Quell'anno non ci fu nemmeno un sessantino, il voto massimo del Liceo fu un 56 poi una sfilza infinita di 36  praticamente non fu bocciato nessuno. Diciamo che chi se lo era relmente guadagnata la maturità , invece del 36 su assegnato un 38, un po' meno "politico" d uguale per tutti.

 

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