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Categoria: ero adolescente
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Qualche giorno dopo il tema di italiano, fummo chiamati allo scritto di matematica. Sapevo bene, prima di cominciare che non era proprio la mia materia preferita, ma non avevo alternative al "tentare al meglio " l'esame. Ancora busta ma per matematica non venne letto ma trascritto su una lavagna. Ricordo bene solo che il compito era diviso in cinque parti ma i dovevano svolgere tutte e cinque, non uno a scelta. Il corridoio e la disposizione era la stessa del compito di italiano solo che il professore passò avanti ed indietro nel corridoio tra i banchi per consentirci di verificare, ravvicinati, ciò che avevamo copiato da lontano. In un primissimo momento mi sentii perso. Guardavo e riguardavo le formule scritte e trascritte ma non riuscivo a trovare il bandolo della matassa; d dove partire ? Dal più facile, ovviamente. Portai a termine le cinque prove ma, riservandomi per ultime le più difficili, non mi sentii tranquillo ed anche dopo, confrontandomi con i compagni, parve chiaro che eravamo arrivati a risultati differenti, restava da definire chi era arrivato a quello giusto. Anche la seconda prova scritta era andata ed oramai non restava che affrontare, per quanto possibile, serenamente la prova orale.

Se fossi stato il primo chiamato all'orale, sarei stato felice mentre  molti compagni e compagne, speravano di poter avere ancora qualche giorno per studiare. Io era convintissimo che oramai era anche inutile stressarsi con lo studio, o ci si era arrivati oppure non erano un paio di giorni in più di studio che potevano fare la differenza. Venne anche il mio turno e mio padre mi disse che, se non disturbava me, sarebbe venuto ad ascoltare la conversazione, io ovviamente lo invitai ben volentieri anche perché chiacchierando con lui l mia ora arrivò senza che me ne accorgessi. Cominciò ad interrogarmi il professore di italiano, con argomento la mia tesi di presentazione e quella volò rapidissima, poi mi chiese la mia opinione su Giovanni Pascoli, autore che conoscevo bene ma che proprio non mi piaceva. Ovviamente partii dalla sua vita e dalla perdita dl padre, ucciso, e della cavallina rientrata storna a casa, evento che condizionò tutta la sua vita e di quanto soffrì per questo grave evento he condizionò l'intera sua vita. Lui mi interruppe chiedendomi se secondo me tutti i bambini orfani del padre hanno seri problemi da grandi. Io mi limitai a sostenere che non avevo una ricerca statistica e che mi limitavo a riportare quanto crivevano u di lui i libri:

 

 

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