Mi sentivo come una erbaccia nella sabbia, incredibilmente attaccato alla vita, mi ero rialzato, spogliandomi, mettendomi il pigiama  e prendendo possesso della "mia camera", il "mio comodino", il "mio armadio ", altro in quella stanza non c'era se non un apparecchio che scoprii dopo essere un aspiratore ed una mensola spessa, cole le luci e gli attacchi di ossigeno, vuoto, aria. Ed una presa di corrente. Non conoscevo minimamente l'ospedale e quindi nemmeno dove potermi andare a prendere un bottiglietta d'acqua. In corridoio passavano rarissime ombre radenti il muro che dovevano essere gli infermieri ma nessuno sembrava disponibile a darmi una indicazione. Quando chiesi mi dissero che le "macchinette" erano giù, al piano terra e che ci voleva della moneta. Mi avventurai verso l'ascensore venni richiamato e rientrare al più presto nelle mia camera perché era imminente la visita del primario.

Pensai che venisse per tranquillizzarmi un po' e spiegarmi, magri con calma, cosa sarebbe successo "dopo" e difatti, mi disse che dovevo rasarmi bene la barba, con la lametta perché l'intervento sarebbe stato fatto "a cielo aperto", consolante perché significava aprire la mia gola a metà, passando sopra al pomo d' adamo fino quasi al petto, per mettere all'esterno, appunto, a cielo aperto, le aree tumorali e rimuoverle. Mi salutò con "coraggio" e se ne andò e  con questo mi stese nuovamente: ero preoccupato per tutto, l'infermiere arrivò col mitico cartello "a digiuno per intervento" che fu il segno di buon notte. Certo, quella sera mi sono alzato ed ho camminato, tanto, su e giù per il corridoio, non era nemmeno servito che qualcuno me lo dicesse "alzati e cammina". Camminai fino a che non mi tornò la sete che placai in un bagno e rinviai la rasatura alla mattina seguente.

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