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La supponenza contagiosa dei virologi

La supponenza contagiosa dei virologi bulli che si sfidano a chi la spara più dura
22Apr 2020, 04:12

Davvero qualcuno si stupisce per l’uscita del nostro uomo all’OMS, Walter Ricciardi, che scientificamente si sollazza con quelli che sfondano il pupazzo di Trump? Per quell’altro, l’epidemiologo Lopalco, “nominato dal governatore Emiliano responsabile delle emergenze in Puglia”, che si diverte sulla sfiga di Boris Johnson mezzo accoppato dal virus (e l’amico Burioni pronto gli mette il like)? Uomini di scienza ma di sicuro personaggi vanitosi, dai comportamenti a volte superficiali, da social bulli (il ragazzo Ricciardi è stato attore nel film “L’ultimo guappo” con Mario Merola, si vede che gli è rimasta addosso la polvere del personaggio). Sono questi a tenere per le palle il Paese, si sfidano a chi la spara più dura, più drastica, chissà, l’Italia non dovrebbe riaprire mai più o almeno non prima che le beghe politiche vengano definite: deve passare il Covid o il Mes?

Perché c’è un acre afrore di potere che traspira da certe prediche, da certe indicazioni. Ricciardi, il nostro uomo all’OMS nonché al Ministero della salute, è per forza di cose collegato alla politica che conta: già con il benefattore Monti (Scelta Civica), poi sotto la Lorenzin, è passato in eredità all’attuale Speranza ed ha incarichi nella Ue. La sua furia iconoclasta verso Trump potrebbe suggerire acrimonia verso la decisione del presidente americano di tagliare i fondi all’OMS cinese, diretta da un ex del Fronte di Liberazione del Tigrè, vale a dire il marxismo leninismo maoismo in salsa sanitaria. Sacrosanta decisione, quella di Trump, visto che l’OMS è stata più zelante di una guardia rossa nell’occultare allarmi, sintomi, sviluppi e degenerazioni della pandemia. Ricciardi proviene da uno scazzo giudiziario con il Codacons, che lo accusava di conflitti d’interesse con l’industria farmaceutica, e dal quale è uscito perdente in giudizio: il 10 luglio 2018 il Tribunale di Roma ha prosciolto il Codacons e il suo presidente Rienzi dal reato di diffamazione, constatando che Ricciardi “aveva effettivamente svolto consulenze per diverse case farmaceutiche anche produttrici di vaccini”.



Con Scelta Civica di Monti, evidentemente una attrazione fatale per i virologi, pure Ilaria Capua, la virologa sempre con quell’aria dolente e il sorrisetto enigmatico via satellite (risiede da tempo in America, dove si è spostata al termine di una campagna mediatica denigratoria patita qualche anno fa, definitivamente smentita in giudizio).

Burioni è il re delle pubbliche relazioni: oggetto di corte asfissiante – lo ammise lui stesso – da Renzi, è uno dei Fazio Boys, di fatto una dépendance leopoldina, col Matteo rosso che non perde intervista per citarlo, nominarlo, venerarlo (se son rose rosse fioriranno). È celebre per il ciuffo e per la supponenza con cui liquida i contestatori, e anche per l’agilità con cui resta in sella: ha ipotizzato sperimentazioni sui gatti, sui giovani, e una sorta di polizia del pensiero scientifico affidata all’Ordine dei Giornalisti, nientemeno, per verificare chi diverge dalla linea scientifica: la sua, par di capire. Il problema è che è inguaribilmente ondivago, prima dava degli scemi a tutti quelli che si ostinavano a restar chiusi in casa, adesso dà degli scemi a quelli che vogliono uscire, tutti scemi tranne lui; l’Ordine questurino come dovrebbe comportarsi, in caso?



Di Lopalco si è detto. Di Maria Rita Gismondo si può dire che, dopo averne cannate alla grande, è stata fisiologicamente arruolata da Travaglio al Fatto Quotidiano dove, a fior di labbra, regala spunti grillini sullo scibile umano (tutto tranne la virologia, vi prego). Si potrebbe continuare, ma il punto è chiaro: non la scienza ma gli scienziati, ormai in fama di totem e tabù, guai a criticarli, si passa per untori, stragisti e, soprattutto, sovranisti: a difenderli più di tutti le bimbe di Conte, i grillini convertiti nell’arco di una luna. Dal novax al supervax.

Ma ecco una imperdibile rassegna, lo scoppiettante “Archivio Contagioso” meritoria opera di Michele Arnese su Twitter: 27 febbraio, Ricciardi: “La strategia del Veneto non è stata corretta perché ha derogato all’emergenza scientifica” (no, ha derogato al modello cinese di Ricciardi ed è stata la sua fortuna, anche grazie ad un virologo preparato e coraggioso come Andrea Crisanti); 23 febbraio, Gismondo: “Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale” (voleva farsi fare un ciondolo a forma di coronavirus: l’orafo ha provveduto, nel frattempo?); 26 febbraio, Matteo Bassetti, infettivologo a Genova: “È meglio annullare i viaggi? Se uno li ha programmati li deve fare, cerchiamo di non fermare un Paese, ci stiamo facendo del male da soli” (adesso che i suoi colleghi vogliono ridurre l’Italia come la rocca di Cagliostro a San Leo, non ha niente da dire? Chiedo per un amico recluso); 5 aprile, Franco Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di Sanità: “Usare le mascherine? Quello delle mascherine è un argomento in cui non esistono evidenze fortissime” (certo, se le sue premesse fossero non infondate, le sue deduzioni sarebbero attendibili); 25 febbraio, Fabrizio Pregliasco, virologo in Milano: “La malattia provocata dal nuovo coronavirus, rispetto ad altre, è banale e non è contagiosissima, come possono esserlo, ad esempio, il morbillo o la varicella, ma è piuttosto comparabile all’influenza” (applausi); 14 marzo, ancora Walter Ricciardi circa le strategie adottata da Lombardia e Veneto: “È una questione molto complessa. Delle due strategie una segue le indicazioni di organismi internazionali, come l’Oms” (cioè la Lombardia; notevole l’insistenza citazionista dell’Oms).



Voilà. Si dirà: ma uno scienziato può sbagliare, nessuno è infallibile, la scienza procede per tentativi, per errori. Giusto, ma allora il virologo utilitè non se la tiri come una popstar, specie dopo che ha passato giorni a ironizzare perché “dobbiamo avere paura del coronavirus così come abbiamo paura dei fulmini“, copyright Burioni da un’altra conduttrice golosa d’involtini primavera, Myrta “maga” Merlino. E magari accetti anche l’ipotesi divergente dei colleghi anziché spedirli al Sillabo e al Confino, sempre Burioni, contrariato su Twitter perché Bruno Vespa ha osato invitare Giulio Tarro, secondo il quale esistono alternative al vaccino di massa. Certo, anche Vespa: poteva invitare Burioni, che non lo si sente mai. Poi Burioni, che forse si sente dr House, ha carinamente rincarato la dose: “Se Tarro è virologo da Nobel, io sono Miss Italia”. In effetti, gli manca solo quella trasmissione lì, ci starebbero bene a presentarla lui e la stessa Gismondo, così ritrosa, così a disagio quando la interpellano. O perché no l’allegra virologa Capua, che ieri gettava acqua sul virus, “pochissimi i casi al di fuori della Cina”, “è un virus molto meno aggressivo di tanti altri che conosciamo” (pensa se lo era di più) e oggi getta benzina sul lockdown: riaprire il 4 maggio è un suicidio di massa, i nonni non potranno più stare coi nipoti, e altre profezie da buonamorte.



Domanda: davvero questi meritano la fiducia cieca, fanatica e incondizionata che pretendono? Anche il virologo è un uomo, direbbe Gianni Minà, e quindi erra; qui, però, hanno errato più dell’ebreo errante, il che consiglierebbe un minimo di umiltà. Ma vai, con più spocchia di pria, il coronavirus ha disvelato una profonda verità: c’è una supponenza contagiosa, un’arroganza baronale, di casta, molto provinciale, tipicamente italiana, che rende questi virologi influencer, questi studiosi mediatici, degli oracoli costruiti, irreali, avulsi dall’umanità comune. Il nostro uomo all’Oms, per spiegare il suo imbarazzante tweet (poi rimosso) su Trump ha detto: non sono stato capito. E giù libri, interviste, rubriche, pubbliche relazioni, moniti, anatemi, scazzi, fronde: non sono d’accordo neppure tra loro, si curano, si spiano, fanno malattie se uno ha addosso un riflettore più dell’altro. E troppo influenzati dalla politica che non rinunciano a influenzare.

E intanto siamo qui, a non saper che fare di noi, da due mesi: la gaia scienza le ha ciccate tutte, ha inanellato sfondoni, scivoloni di dubbio gusto, ha palesato, anche in forma volgare, le proprie militanze, le pubbliche relazioni, ma su una cosa è (quasi) graniticamente unita, e non transige: incamiciarci, applicarci, monitorarci e vaccinarci tutti, a vita, su tutto. E se poi non moriremo di contagio ma di inerzia e di inedia, tanto peggio per noi, asini da vax, come ci vede voscienza Burioni.

 


assati 4 mesi dalle prime notizie che arrivavano dall'Oriente su un nuovo misterioso 'virus cinese' che stava iniziando a contagiare la popolazione e a preoccupare le autorità della provincia dell'Hubei, capitale Wuhan. Quattro mesi nei quali l'Italia si è aggrappata sempre più forte alle parole di virologi ed epidemiologi, categoria di cui la stragande maggioranza degli italiani ignorava pure l'esistenza. In un primo tempo per capire cosa fosse questa minaccia ancora lontana e poi, una volta che l'epidemia avanzava veloce verso la pandemia, per definirne la pericolosità.


Centoventi giorni in cui gli esperti, oggi più che mai 'registi' nella progettazione della cosiddetta 'fase 2' della crisi Covid-19, hanno assunto posizioni non sempre convergenti, spesso in contrasto con la politica, in accordo e in disaccordo sulle scelte degli esecutivi degli altri Paesi. Dopo una vita nell'ombra, ecco la ribalta mediatica, interviste su interviste, dall'alba al tramonto, giornali e televisioni, dichiarazioni a raffica sui social, un carico di responsabilità enorme che ha diviso l'opinione pubblica e diviso la politica che a un certo punto è sembrata farsi da parte. Parole rassicuranti e altre meno, disquisizioni scientifiche inattaccabili e scivoloni di vario tipo, incluse battute infelici sulla Roma o la Lazio, su Trump e via discorrendo.

 


Il virologo Roberto Burioni, notissimo per le sue battaglie contro i no vax, è stato uno dei primi a prendere di petto la questione nuovo coronavirus: il 21 gennaio scriveva che "il rischio virus Cina in Italia non è minimo. Al momento non sappiamo né quanto sia pericoloso (ovvero quanti degli infettati sviluppano sintomi gravi) e neanche quanto sia facile il contagio (anche se su questo punto i primi dati non autorizzano l'ottimismo). Non c'è da allarmarsi, ma bisogna alzare immediatamente la soglia di attenzione, perché al momento non abbiamo un vaccino (per la gioia dei cretini antivaccinisti) e neanche una cura efficace, per cui l'unico modo di combattere il virus è impedirne la diffusione". E già 27 gennaio evidenziava che "l'unica cosa oggi che può difenderci veramente è la quarantena, non c'è altro modo", oltre alla "diagnosi precoce" sulla cui importanza insisteva anche a febbraio.

Ancora prima, il 18 gennaio, a parlare era stata Ilaria Capua, che ricordava come questo fosse "il terzo coronavirus a fare il salto di specie dall'animale all'uomo in 17 anni". E a metà febbraio la virologa - 'cervello' italiano spinto a espatriare negli Stati Uniti dopo un'inchiesta giudiziaria che l'ha vista prosciolta "per mancanza dell'evento" contestato - con il suo monito "arriverà in Italia, le aziende si preparino con il telelavoro", scosse un Paese che ancora non immaginava l'imminente arrivo del 'paziente 1 di Codogno' e lo tsunami che ne sarebbe seguito. Tanto che il 9 febbraio anche Burioni diceva "in Italia siamo tranquilli. Il virus non c'è. E' lecito preoccuparsi solo per l'influenza".

Ed è stato proprio il confronto tra Sars-CoV-2 e influenza ad animare lo scontro più forte di questi mesi, scontro che ha finito per coinvolgere elementi di spicco della politica e delle istituzioni, ma anche opinionisti famosi, e i tanti tuttologi del web. Un dibattito culminato nella diffida legale che l'associazione Patto trasversale per la scienza (Pts) - co-fondatori Roberto Burioni e Guido Silvestri, patologo in forze negli Usa - ha annunciato il 22 marzo contro Maria Rita Gismondo, microbiologa dell'ospedale Sacco di Milano, per affermazioni come quella postata su Facebook il 23 febbraio: "Si è scambiata un'infezione appena più seria di un'influenza per una pandemia letale".

Posizione sulla quale Gismondo non si sentiva affatto sola: "La mia frase sul virus come influenza? Altri virologi, ad esempio Fabrizio Pregliasco, hanno detto la stessa cosa - replicava la specialista - e lo diceva anche il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). In quel momento avevamo un piccolo focolaio a Codogno e due casi dalla Cina. Si attacca solo me - protestava - quando invece c'erano altre persone che dicevano le stesse cose, fra cui" qualcuno tra "chi firma la diffida. Vale la fonte o il contenuto?".

Capitolo influenza archiviato, si è poi aperto il fronte ancora caldo della gestione di pazienti, contatti e casi sospetti. Ospedale o domicilio? Un botta e risposta in materia si è consumato sull'asse Veneto-Lombardia. Da Padova il virologo Giorgio Palù faceva notare che "in Lombardia hanno ricoverato tutti, esaurendo ben presto i posti letto. Il 60% dei casi confermati. Da noi, i medici di base e i Servizi d'igiene delle Asl hanno fatto filtro: solo il 20%. Tenendo a casa i positivi asintomatici, si è evitato l'affollamento degli ospedali e la diffusione del contagio". E da Milano Pregliasco ribatteva: "Io non voglio sminuire il lavoro prezioso dei colleghi veneti, ma bisogna capire che la situazione non è paragonabile. Così come è sbagliato pensare di adottare in Lombardia le stesse soluzioni".

E poi i tamponi: quanti e a chi? A fine febbraio sul tema non tutti sono d'accordo. Massimo Galli, infettivologo del Sacco di Milano, in prima linea nell'emergenza Covid-19 e ospite frequente di molte trasmissioni televisive di approfondimento, prende di mira la scelta di eseguire i tamponi solo sui casi sintomatici: "Andrebbero fatti anche agli asintomatici, come ha fatto il Veneto", affermava in linea con altri colleghi, ma in controtendenza con le direttive ufficiali. Perché fin dall'inizio della pandemia gli esperti del Comitato tecnico scientifico nazionale per l'emergenza Covid, con in testa nomi fra cui quello di Walter Ricciardi, hanno sempre ribadito che il tampone va fatto solo se ci sono riscontri sui sintomi legati al coronavirus e non agli asintomatici.

Ancora, i test sierologici: quando e perché? Sull'argomento si possono ricordare due voci, quella di Fabrizio Perno dell'ospedale Niguarda di Milano e quella di Palù. Per Perno "il tampone naso-faringeo è l'unico mezzo che abbiamo oggi per misurare la presenza virale", ossia per diagnosticare l'infezione da coronavirus. "Gli anticorpi misurano la risposta dell'organismo all'attacco del virus", dunque "per definizione arrivano dopo". "Il posizionamento del test anticorpale non può che essere 'a valle', dopo che l'epidemiologia dell'infezione è andata avanti" per un certo periodo. Secondo Palù invece "quello di misurare gli anticorpi specifici contro il virus, quindi in grado di riconoscere Sars-CoV-2 dal virus della Mers, da quello della Sars e dai 4 virus del raffreddore che sono coronavirus umani con noi da migliaia di anni, è uno dei modi di fare la diagnosi". "La diagnosi in virologia si fa in modo diretto, cercando e isolando il virus e poi sequenziandolo, o i suoi antigeni, o misurando la presenza di anticorpi specifici".

Persino sulle mascherine la 'battaglia' è apparsa lunga, partecipata e non senza contraddizioni anche da parte dell'Oms: "L'uso esteso di mascherine da parte di persone sane nell'ambiente della comunità non è supportato da prove e comporta incertezze e rischi - ribadiva l'Agenzia in un documento del 7 aprile - Non esistono al momento evidenze secondo cui indossare una mascherina (sia medica che di altro tipo) da parte di tutta la comunità possa impedire la trasmissione di infezione da virus respiratori, incluso Covid-19". Salvo poi leggere di David Nabarro, portavoce Oms, secondo il quale "questo virus non andrà via. Non sappiamo se le persone che l'hanno avuto rimarranno immuni e non sappiamo quando avremo un vaccino". Per questo "qualche forma di protezione facciale sono sicuro che diventerà la norma, almeno per dare rassicurazione alle persone".

Intanto in Italia Andrea Crisanti - docente a Padova, ideatore del sistema dei tamponi diffusi in Veneto e fra i primi ad ammonire sul rischio dei contatti intra-familiari - lanciava la proposta di tenerle sempre, anche a casa. Con Pregliasco che invitava a considerarle "cardine insieme al lavaggio frequente delle mani". Anzi di più: "Dobbiamo iniziare a considerarle come un vero indumento, perché le porteremo a lungo". E ancora Francesco Broccolo, università degli Studi di Milano, precisava che "il virus passa in tutte le mascherine, ma è comunque una prima barriera e ha una sua funzione primaria".

I tanti volti che gli italiani hanno imparato a conoscere ogni giorno in tv si sono espressi dunque con altrettanti voci. Fino ad arrivare a oggi, con la necessità di far ripartire il Paese definendo la fase 2 post-lockdown. Un momento delicato al quale lavora la task force guidata da Vittorio Colao e in cui tutti concordano: sbagliare è vietato. Il fronte dei virologi sembra essersi ricompattato adesso sull'invito alla cautela, a evitare passi falsi che potrebbero causare una nuova impennata di contagi. Burioni indica "prudenza" perché si "devono evitare ripartenze selvagge"; Ranieri Guerra dell'Oms predica molta attenzione perché "sono inevitabili nuovi micro-focolai"; Galli osserva che, seppure l'epidemia "ha perso vigore", allentare ora le restrizioni "sarebbe un grave errore". E ha fatto discutere il mondo dei social l'uscita, venerdì, del rappresentante italiano del board dell'Oms e consigliere del ministro della Salute, Ricciardi, che si è detto sicuro "di una seconda pandemia" in "assenza di un vaccino".

Lo stesso Ricciardi protagonista nelle ultime ore di una querelle sulla sua qualifica. E' Guerra, intervistato da Rainews24, a fare nel merito "una precisazione: il mio collega Walter Ricciardi non è dell'Oms". Contattati dall'AdnKronos Salute, i due chiariscono. "Walter Ricciardi è il rappresentante italiano presso il board dell'Oms - dichiara Guerra - Non ha niente a che fare con l'organizzazione. E' un supercampione della sanità pubblica nazionale, ma non parla a nome dell'Agenzia" delle Nazioni Unite per la Sanità. Ricciardi conferma: "Io sono il rappresentante italiano nel Comitato esecutivo dell'Oms, designato dal Governo per il periodo 2017-2020. Non sono cioè un dipendente dell'Oms", puntualizza l'esperto. "Credo - chiosa Guerra - che la confusione l'abbia fatta la stampa, non lui".

Sul tam tam di dichiarazioni che spesso hanno involontariamente disorientato l'opionione pubblica ha provato a riflettere Silvestri, ammettendo che sì, "gli scienziati a volte discutono, magari anche animatamente come si usa in accademia, ma parlano la stessa lingua e lo fanno sempre allo scopo di aumentare la conoscenza per ridurre le sofferenze dei nostri simili". "Uno sforzo" che medici e ricercatori fanno "volentieri, per dovere verso il pubblico". Altra cosa, ha avvertito l'italiano ad Atlanta, è "il pollaio degli esperti 'fai-da-te'", dove "starnazza gente che non ha mai lavorato su un virus in vita sua" e dove "rosiconi in cerca di visibilità social" cercano di "provocare diatribe pubbliche tra esperti. Gli scienziati, per fortuna, non ci cascano". Vanno avanti e lavorano, consigliano i decisori politici che a loro si affidano fra le accelerazioni delle Regioni e del mondo imprenditoriale. Mentre il 4 maggio si avvicina.

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