accattonaggio

Con la prima midifica, si è voluto reintrodurre, all’art. 669-bis c.p., il reato di accattonaggio molesto, il quale punisce – con la pena dell’arresto da tre a sei mesi e con l’ammenda da euro 3.000 a euro 6.000 – “chiunque esercita l’accattonaggio con modalità vessatorie o simulandodeformità o malattie o attraverso il ricorso a mezzi fraudolenti per destare l’altrui pietà”.

 

A ben vedere, non si tratta di una novità legislativa, ma di una riproposizione del reato di c.d. mendicità invasiva, prima punita ai sensi dell’art. 670 c.p. (“Mendicità”). In particolare, quest’ultima fattispecie, abrogata dall’art. 18 della legge n. 205/1999, constatava di due distinte ipotesi criminose: la prima puniva, con la pena dell’arresto fino a tre mesi, “chiunque mendica in luogo pubblico o aperto al pubblico” (primo comma); la seconda sanzionava più gravemente, con l’arresto da uno a sei mesi, il fatto “commesso in modo ripugnante o vessatorio, ovvero simulando deformità o malattie, o adoperando altri mezzi fraudolenti per destare l’altrui pietà” (secondo comma).

 

Prima dell’abrogazione del reato, si era a lungo dubitato della costituzionalità dell’art. 670 c.p. Se, in un primo momento (sentenza n. 51/1959), la Corte Costituzionale aveva escluso l’illegittimità costituzionale della fattispecie, rilevando che “la libertà di prestare assistenza in forme private e ad iniziativa privata non comprende in alcun modo la libertà di accattonaggio”, in un secondo arresto (sentenza n. 102/1975) la Consulta andava a limitare sensibilmente la portata della norma incriminatrice, sostenendo la non punibilità ai sensi dell’art. 54 c.p. (“Stato di necessità”) di chi, debilitato e privo di coloro i quali,  per legge, dovrebbero provvedere ai bisogni essenziali, si determini –  per non aver potuto usufruire dell’assistenza pubblica, a cui pure avrebbe avuto diritto – alla mendicità.

 

Infine, con la sentenza n. 519/1995 la Corte Costituzionale giungeva a dichiarare costituzionalmente illegittimo il primo comma dell’art. 670 c.p., per contrasto con il principio di ragionevolezza.

 

A giudizio della Corte, l’ipotesi della mendicità non invasiva “integrava una figura di reato ormai scarsamente perseguita in concreto, mentre nella vita quotidiana, specie nelle città più ricche, non è raro il caso di coloro che – senza arrecare alcun disturbo – domandino compostamente, se non con evidente imbarazzo, un aiuto ai passanti. Di qui, il disagio degli organi statali preposti alla repressione di questo e altri reati consimili – chiaramente avvertito e, talora, apertamente manifestato – che è sintomo, univoco, di un’abnorme utilizzazione dello strumento penale. (…) In questo quadro, la figura criminosa della mendicità non invasiva appare costituzionalmente illegittima alla luce del canone della ragionevolezza, non potendosi ritenere in alcun modo necessitato il ricorso alla regola penale. Né la tutela dei beni giuridici della tranquillità pubblica, con qualche riflesso sull’ordine pubblico (sentenza n. 51 del 1959), può dirsi invero seriamente posta in pericolo dalla mera mendicità che si risolve in una semplice richiesta di aiuto”. Valutazione di segno differente veniva invece svolta dalla Consulta in relazione al secondo comma dell’art. 670 c.p., che riguardava una serie di figure di mendicità invasiva, osservando che “per le forme in cui prende corpo, questa disposizione rimane fattispecie idonea a tutelare rilevanti beni giuridici, fra i quali anche lo spontaneo adempimento del dovere di solidarietà, che appare inquinata in tutte quelle ipotesi nelle quali il mendicante faccia impiego di mezzi fraudolenti al fine di destare l’altrui pietà”.

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