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Camion betoniera sbanda e precipita da un ponte: Giuseppe Cerminara è morto a 44 anni


Drammatico incidente stradale per ragioni ancora da chiarire nell’Alessandrino: un camion betoniera si è schiantato a terra dopo essere precipitato da un ponte. Morto un uomo

Si teme sia stato colpito da un malore improvviso anche se tutte le ipotesi sono ancora al vaglio dei Carabinieri, l’uomo alla guida di un camion betoniera deceduto dopo essere precipitato con il suo mezzo pesante da un ponte. La tragedia è avvenuta il 3 luglio intorno alle 9 del mattino nella zona del comune di Predosa, nell’Alessandrino e la vittima aveva 44 anni, era originario del Cosentino e lavorava come autotrasportatore. Secondo la ricostruzione dei fatti Giuseppe Cerminara avrebbe iniziato a sbandare e il camion betoniera, fuori controllo è precipitato andando a finire nel greto del torrente Orba dopo un volo nel vuoto di diversi metri. Sul posto, allertati da alcuni automobilisti, sono arrivati i soccorritori ma quando i vigili del fuoco sono riusciti a raggiungere il mezzo ed estrarre Giuseppe dalle lamiere lo hanno trovato già senza vita ed i sanitari del
118 non hanno potuto fare altro che dichiararne il decesso.
Sul posto una maxi gru per rimuovere la betoniera Sul posto, data la gravità dell’incidente, era stato inviato anche l’elisoccorso del 118 da parte della centrale operativa ma il mezzo ha fatto rientro alla base vuoto. Il corpo è stato rimosso dal luogo dell’incidente per poi essere portato in ospedale. Più complesse sono state le operazioni per la rimozione del camion data la zona difficile da raggiungere e particolarmente impervia. Ci sono volute ore e le operazioni si sono protratte fino al tardo pomeriggio, inviando sul posto una enorme gru per agganciare il mezzo pesante e spostarlo. Di conseguenza è stata provvisoriamente interrotta la circolazione sulla Strada provinciale 179 nel tratto compreso tra la rotatoria di Predosa e la strada
per Novi Ligure-Ovada.

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MONTICELLI D'ONGINA - Stavano tornando da Parma, dove per conto della ditta edile Mapen di Corte Franca (Brescia) erano impegnati in un cantiere da un milione di euro, per la realizzazione del Parma Food Business Incubator al Campus Scienze e tecnologie dell’Università degli studi. Ogni mattina la sveglia all’alba, poi almeno un’ora e mezza di strada fra A21 e A1 per raggiungere la città Ducale. E nel pomeriggio, sfiniti dal lavoro, il tragitto di ritorno. Che lungo il rettilineo della bretella, poco prima di Cremona, sembrava quasi terminato: la sensazione di essere alle porte di casa. E invece alle 18 dell’altro ieri, fra San Pietro in Cerro e Monticelli d’Ongina, il loro Fiat Doblò si è schiantato come un missile contro un tir di una ditta di trasporti di Ancona.


Furgone contro tir lungo la bretella A21-A1, cinque mortiLe vittime sarebbero 3 italiani e 2 stranieri. La Polstrada di Cremona per i rilievi

LE VITTIME

A perdere la vita nell’inferno di lamiere dell’autostrada sono stati il 55enne Maurizio Signoroni di Adro che era al volante, il 39enne Simone Abeni di Corte Franca, il 67enne Bruno Bracchi di Adro, il 51enne Az Eddine Er Rahhali di Capriolo e il 40enne Hassan Seddiki di Covo in provincia di Bergamo. A casa, ad attenderli, c’erano mogli, figli, genitori. Bracchi, il veterano del gruppo, sarebbe andato in pensione fra poco. Abeni, il più giovane, l’A21 la conosceva bene perché la percorreva spesso per raggiungere il fiume Po dove coltivava la sua passione per la pesca. Seddiki, di nazionalità marocchina così come Er Rahhali, era papà di tre bimbi. Storie e vite diverse, unite dalla società edile bresciana che ieri è rimasta chiusa per lutto. I famigliari si sono recati all’obitorio di Piacenza per il riconoscimento delle salme; i messaggi di cordoglio sono arrivati dai luoghi di residenza ma anche dalle tante località in cui gli operai sono stati lavorativamente impegnati nell’arco degli anni.


Furgone contro tir lungo la bretella A21-A1, cinque mortiUn furgone, con a bordo 3 italiani e 2 stranieri, si è schiantato contro un tir fermo in colonna a causa di un altro sinistro
LE CAUSE
Velocità, distrazione, stanchezza, la frenata troppo tardi: impossibile risalire con certezza alle cause della tragedia. Di sicuro l’autoarticolato era fermo in colonna a causa di un precedente incidente, a confermarlo anche i dati del cronotachigrafo scaricati dagli agenti della Polstrada di Cremona. Fra le ipotesi più avvalorate, c’è quella del colpo di sonno. Oppure il malore, ecco perché è stata disposta l’autopsia per il conducente. A lasciarlo supporre, anche la testimonianza dell’agricoltore della Bassa Piacentina che si trovava in un campo adiacente all’autostrada e ha assistito alla terribile scena: ha parlato di frenata tardiva, solo pochi metri prima del punto dell’impatto. «Ho pensato ‘Ma cosa fa? Non si ferma? E poi il boato», ha raccontato ancora l’agricoltore di San Pietro. L’uomo avrebbe anche riferito che il camion aveva le quattro frecce accese.


Tragedie della strada, incontro al vertice per la sicurezzaIl Prefetto gagliardi: "Istituzioni e gli Enti in campo con tutte le forze e le misure a tutela dei cittadini"

 

ALTRI SCHIANTI
Ieri pomeriggio altro schianto sul tratto piacentino dell’A21 all’altezza di Castelvetro, fortunatamente con conseguenze meno gravi. Un ulteriore incidente mortale, invece, si è verificato lungo l’A4, che è stata chiusa da Ospitaletto a Brescia Ovest: a perdere la vita, l’autista di un camion che si è scontrato con un altro mezzo pesante. Anche questa, di fatto, una morte sul lavoro.

 

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Aquileia, manovale egiziano cade dal tetto e muore sul colpo
La vittima, 32 anni, è caduta da un'altezza di sette metri mentre lavorava in un cantiere
Credits © RaiUn'ambulanza del pronto soccorso
Un'ambulanza del pronto soccorso
Infortunio mortale sul lavoro nel pomeriggio della vigilia di Pasqua in un cantiere di Aquileia. Un manovale di 32 anni di origini egiziane, Mohamed Munged Hussein, è caduto mentre stava lavurando su un tetto in eternit di una casa in ristrutturazione. L'ipotesi, ancora da verificare, è che la copertura abbia ceduto, facendolo cadere da un'altezza di 7 metri.

L'uomo, che risulta residente a Milano, è morto sul colpo. Sono stati i colleghi di lavoro a dare l'allarme; il personale sanitario ha provato a praticare la rianimazione, ma senza esito. Sul luogo dell'incidente sono intervenuti anche i vigili del fuoco e i carabinieri. Ulteriori accertamenti saranno effettuati sul rispetto delle misure di sicurezza.

Se parliamo di un edificio residenziale, in Italia l'altezza utile interna minima dei locali sono 2,70 m. A questa misura aggiungi uno spessore di solaio di almeno 35 cm totale 3,05 m per ogni piano. 3,05 X 4 piani = 12,20. se ti butti dal quarto piano farai un volo di più di 12 metri. 3.05 per 2 =6.10 evidentemente l'incastellatura eccedeva seppur di poco, il secondo piano

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La morte in ospedale dell’operaio nuorese di 66 anni precipitato da un ponteggio.

Gli organi donati trapiantati a pazienti in Sardegna e a Palermo

NUORO. Non ce l’ha fatta, ma salverà altre vite. Mario Sini, 66 anni, è morto nella notte tra venerdì e sabato: donati i suoi organi, destinati ora a una nuova vita per almeno tre persone.

Sini era precipitato da un ponteggio nel pomeriggio di giovedì scorso, mentre aiutava un amico a svolgere alcuni lavori di manutenzione in casa, in via don Gavino Lai, nel quartiere di Funtana Buddia, alle spalle della zona commerciale di via don Bosco. Il 66 enne nuorese, sposato e padre di famiglia, era prossimo alla pensione. Ha lottato per quasi tre giorni tra la vita e la morte, ricoverato nel reparto di Rianimazione al terzo piano dell’ospedale San Francesco. Non è ancora chiaro se per un malore improvviso o perché abbia messo male un piede, fatto sta che l’operaio è precipitano nel vuoto da un’altezza di circa sei metri  battendo violentemente la testa al suolo. Cosciente in un primo momento, la situazione è degenerata subito dopo.

Pur nella tragedia consumatasi all’alba delle festività pasquali, Mario Sini ha concluso il suo calvario con un atto d’amore verso il prossimo, verso chi ancora lotta per poter condurre una vita migliore. I familiari dell’operaio, infatti, hanno autorizzato la donazione degli organi. L’espianto è stato portato a termine nelle prime ore di ieri. «Si è proceduto all’espianto del fegato e dei reni – spiega Peppino Paffi, direttore del reparto di Rianimazione dell’ospedale San Francesco –. Grazie alla generosità del defunto Mario Sini e dei suoi familiari verranno salvate altre tre vite». Gli organi della vittima del tragico incidente sono già arrivati a destinazione: «Il fegato e uno dei due reni sono stati trasportati a Palermo – dice ancora il primario – mentre il secondo rene è rimasto in Sardegna ed è a disposizione di chi ne ha più bisogno nell’isola». Imponente il lavoro svolto dall’equipe del blocco operativo di Anestesia e Rianimazione: medici, infermieri e oss disposti anche a sdoppiarsi pur di venire incontro a tutte le esigenze: «Il successo di queste operazioni viene garantito grazie ai due reparti di Rianimazione del nostro ospedale – afferma Paffi –: quella cosiddetta “non Covid” allocata al terzo piano con sei posti letto e quella “Covid” che conta invece sulla presenza di 12 postazioni. Il tutto è garantito soprattutto dalle fatiche del personale che continua a lavorare instancabilmente pur non avendo avuto implementi di organico a seguito dell’avvento della pandemia. È la Rianimazione del terzo piano a garantire le attività di espianto ma anche l’attività chirurgica che non viene mai meno in alcun caso». Sul tema non poteva mancare l’intervento di Tonino Mura, classe 1939, il primo trapiantato di Barbagia, che il 18 aprile festeggerà i primi 30 anni trascorsi dal primo trapianto: «La donazione degli organi è un fatto importantissimo, se io stesso sono qui a raccontarlo dopo tre fegati, un rene e una cornea, è merito di chi ha una cultura ma soprattutto una nobiltà d’animo così elevata. Per me è stato un grande regalo senza il quale la mia vita sarebbe terminata moltissimi anni fa, senza il quale non avrei potuto gioire dei successi personali e di quelli della mia famiglia. Non ci sono parole per ringraziare le persone che nel 1991, in Francia, mi diedero questa possibilità. La gente dovrebbe fare una riflessione sull’importanza di questa azione e campagne di sensibilizzazione dovrebbero essere attivate ovunque a partire dalle scuole di ogni ordine e grado. La donazione degli organi deve assolutamente diventare consuetudine nella nostra cultura».

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In alcuni ristoranti chi ha il Green pass è costretto a mangiare all’interno del locale e coloro che invece non hanno il certificato possono pranzare o cenare all’aperto.
L’unica consolazione è che tra qualche settimana, con l’arrivo del freddo, se vorranno andare al ristorante dovranno coprirsi bene e mangiare seduti fuori.
“Se fate mangiare fuori i non vaccinati non vengo più in questo locale”.
La querelle tra clienti con Green pass e quelli senza
Dallo scorso 6 agosto la sfida tra vaccinati e non vaccinati è aperta più che mai. Soprattutto nei ristoranti. Cosa stia succedendo è presto detto. Chi ha il Green pass è spesso costretto a mangiare all’interno dei locali, anche se siamo in estate, mentre chi non ha voluto ottenere la certificazione può godersi il dehors, magari sulla spiaggia con vista mare. Per i clienti questa somiglia molto a una punizione, o comunque a una discriminazione bella e buona.
Per i gestori è invece necessità: “Mettetevi nei nostri panni, argomenta uno di loro: se facciamo accomodare all’aperto un cliente con il pass rischiamo di perdere l’incasso dei coperti al chiuso”.


Cosa accade nei ristoranti
E i social diventano così in poco tempo la casa di lamentele e segnalazioni. “In un ristorante ho chiesto se c’era posto per due. Ha il green pass? Allora deve andare dentro” ha scritto un avventore che ha subito dopo asserito: “In quella pizzeria non ci vado più. Mi hanno costretto a magiare dentro, vicino al forno. Ti vaccini, compi il tuo dovere etico e ti discriminano”. Molti hanno pensato di mentire e di non ammettere di avere il Green pass, una bugia per poter mangiare all’aperto e non dietro a una vetrata. A confermare quanto sta accadendo c’è Umberto Carriera, leader di “Io apro”, il movimento di protesta dei ristoratori: “Purtroppo anche io, nei miei ristoranti, ho dei tavoli fuori e li riservo a chi non ha il Green pass.
Chi resta dentro storce il naso. Con la bella stagione vorrebbe mangiare fuori. I clienti italiani sono più comprensivi. Ma vallo a spiegare agli stranieri, “voi dovete stare dentro”. Vengono qui per il sole, per i tramonti”. C’è anche chi ha raccontato a Twitter di aver mangiato da solo in una pizzeria al chiuso, al caldo e senza nessun altro intorno, immagine senza dubbio molto triste. “In Italia è impossibile far rispettare le regole senza che qualcuno le interpreti a modo suo” ha detto un navigatore su una chat e si è sentito rispondere:“Vuoi il tavolo all’aperto? Nega il Green pass”.

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