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139 - I cinque sensi

I cinque sensi

Tutti sappiamo di avere a disposizione cinque sensi: udito, olfatto, tatto, vista e gusto; i “sensi” servono all’uomo per importare informazioni al cervello.

Ciascun senso ha una sua memoria specifica: con le mani, usando il tatto, riconosciamo un oggetto in tasca, senza vederlo, percepiamo se un oggetto è liscio o ruvido, con l’olfatto riconosciamo il cibo che si sta preparando, anche qui, senza vederlo, o gli aromi di un prato, o del mare, con l’udito riconosciamo una musica, una voce, un’inflessione, basti pensare q quante persone al citofono di casa rispondono “sono io“ ed ugualmente vengono identificate; con il gusto riusciamo a mettere in moto tutta una serie di eventi che ci consentono la salivazione, la masticazione, la deglutizione, avviando la digestione; con la vista attiviamo e sollecitiamo tutti gli altri sensi, alla guida l’udito, a tavola il gusto, in profumeria l’olfatto, di fronte ai fichi d’india il tatto.

Ma la voce? Non importa informazioni al nostro cervello, ma ne esporta una enorme quantità a quello altrui.

Come si possono comunicare ad altri le proprie emozioni senza la parola, cantare senza la voce, ma molto più semplicemente lavorare.

Osservavo oggi quanto viene usata la voce: dall’ambulante che pubblicizza il suo prodotto al “vu.cumprà” che effettua le sua demo in spiaggia, al bagnino che impartisce disposizioni dal bordo piscina, all’autista che ci fa salire tutti in pulmino, a ìl barman che si rivolge ai clienti, alla cassiera del supermercato che dialoga con i clienti e presenta il conto, pronta a chiarire eventuali discrepanze al vigile urbano, che eleva una contravvenzione per divieto di sosta e viene co0ntestato.

Senza parlare poi del pianobar della sera e del famoso karaoke oramai diffuso su tutti i villaggi turistici, o dei giocatori di tennis che si scambiano le loro reciproche scuse.

Ieri sera, quando hanno chiamato “volontari” per cantare, avrei desiderato tantissimo essere nuovamente in possesso, anche solo per qualche minuto, della mia voce, certamente avrei cantato bene anche se non più allenato.

E’ vero che la voce non è uno dei cinque sensi, ma certamente da un senso a quello che si vuole o si vorrebbe trasmettere.

Quando si parla di voce ottenuta con il laringofono, si parla di una voce assolutamente impersonale; tutti quelli che usano il laringofono hanno la stessa voce e quest’ultima risulta assolutamente piatta, senza modulazioni di sorta, si direbbe senza sentimento.

Mi raccontava tempo fa mia figlia di un suo compagno di università cieco dalla nascita, aveva imparato alla perfezione il braille e, con l’aiuto di uno scanner e di un altoparlante, così descritti per semplicità, riusciva anche a farsi leggere dalle macchine i testi direttamente.

Lei aveva tentato di utilizzare questo apparecchio apparentemente molto efficace ma mi spiegava che era praticamente impossibile mantenere la concentrazione su una voce sempre uguale, formata la lettere pre-registrate e poi riassemblate dal computer.

La voce esofagea emette degli strani “rutti” che debitamente modulati diventano parole, ma sono ridotti in autonomia, piccole brevi frasi per poi ripartire nella fase di acquisizione dell’aria e comunque utilizzabile solo dopo svariati anni di esperienza.

Certo noi “mutilati della voce” possiamo esprimerci a gesti,a espressioni, col il labiale ma non potremo più, mai più cantare, decantare i nostri prodotti, scusarci dall’altra parte del campo, e neanche urlare per il dolore.

Tutti questi pensieri si possono esprimere a gesti, ad espressioni, col labiale, ma la dialettica di cui si era dotati? Quella non è rimpiazzabile da nessun linguaggio alternativo.

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