Write a comment

IL COMPUTER QUESTO SCONOSCIUTO

Fino a qui eravamo arrivati, adesso mi ero accordato per cominciare anche ad inserire i dati e man mano portarmi avanti anche nel recupero degli stessi in modo da poter variare attività durante la giornata e non affaticare eccessivamente gli occhi. L’appuntamento era per il giorno seguente, alle ore 8 per cominciare. Avrei lavorato, per il momento, con Annalisa, per fortuna perché aveva un atteggiamento “umano” più semplice, meno “so tutto io”. Prime lezione: accendiamo il terminale, si schiaccia il bottone on/off in posizione “ON” lentamente, sullo sfondo tutto nero, iniziano a comparire qualcosa di verde. Mi spiega che l’avvio della macchina è in corso e che se la memoria centrale era spenta non si sarebbe acceso nemmeno il mio schermo, invece comparirono delle scritte verdi. La riga in alto, più grossa delle altre, riportava il nome dell’Azienda dei programmi seguito dal nome della mia ditta, più sotto una scritta “User” ed ancora sotto <parola d’ordine. Mi spiegò che il computer teneva nota di tutti gli orari in qui uno specifico lavoratore iniziava la sua sessione. Mi disse anche che avevano già preparato le mie credenziali e che dopo User dovevo digitare “p.valentino” e dove c’era parola d’ordine una serie di caratteri incomprensibili, non una parola ma un a serie di caratteri insignificanti. Anche per questo pretesi ed ebbi la mia spiegazione: era il mio “codice di accesso segreto” attraverso il quale la “macchina” mi riconosceva, avrei dovuto tenerlo segreto e non scriverlo mai da nessuna parte. Teniamo presenta che il bancomat, i primi, uscirono nel 1983, e non si chiamava Bancomat ma POS. Questo per dire che tutti noi al primo prelievo abbiamo avuto una tremenda paura che ci potessero manomettere i risparmi abbandonando lo sportello; ci si girava indietro, a verificare di non aver lasciato aperto il nostro conto corrente  e che altri potessero accedervi. Per non parlare poi, del PIN quel codice segreto che ti dava la sensazione di imitare James Bond e che fu inventato in Scozia nel 1997   ci vollero anni perché entrasse nell’uso comune. Dìaltra parte nessuno ci aveva messo al corrente che il PIN era il nostro codice personale di riconoscimento (Personal Identification number). In ogni modo io questi parametri di accesso me li segnai su di un foglietto tenuto all’interno del casco della moto. Però una cosa avevo “capito” ed interpretato così: Ti danno una chiave di accesso al sistema (visibile) ed un codice tutto tuo e solo tuo per tenere nota di quanto e come lavvoravi tu, che avevi presentato le tue credenziali. Ma allora, pensai, non si tratta solamente di riservatezza ma anche di controllo. Ricordo ancora che internet non c’era o perlomeno non n in Italia e ancor meno diffondibile se non come giocattolo. Da quel momento, al mio pacchetto di documenti da inserire in computer, entrò anche un foglio ( Tenuto a mano, ovviamente) per registrarmi giorno per giorno ed ora per ora, i tempi di impiego del terminale. Io però mi ponevo una domanda e cioè se io avessi “aperto” la mia porta e poi fossi andato al caffè o altro, anche per un tempo lungo, la “macchina” non poteva sapere se io ero li davanti o altrove e trovai la mia risposta e cioè dopo due minuti di non attività sulla mia entrata, la macchina si spegneva ed io per ripartire, dovevo inserire nuovamente i miei parametri. Solo dopo un anno circa di dubbi, ebbi la mia risposta: la “macchina”, aggeggio infernale, teneva nota di qualsiasi operazione io svolgessi e produceva un resoconto alla Direzione sulla redditività del soggetto: i “log files”. Il log file era un “file che elenacava le azioni che si sono verificate. Ad esempio, i server Web conservano i file di registro che elencano ogni richiesta effettuata al server. Con gli strumenti di analisi dei file di registro, è possibile avere una buona idea di dove i visitatori provengono, con che frequenza ritornano e in che modo navigano attraverso un sito. L'uso dei cookie consente ai Webmaster di registrare informazioni ancora più dettagliate su come i singoli utenti accedono a un sito. Questa è una definizione acquisita di recente, al’epoca lo chiamammo file spione.

A me, sinceramente, che l’Azienda avesse deciso di mettere anche questo registratore di azioni, non dava più di tanto fastidio però mi  seccava maledettamente che il tutto fosse fatto tenendo l’operatore all’oscuro; era come mettere una telecamera segreta e non dire nulla. Oggi si direbbe una “violazione della privacy” ma allora erano solamente diritti di un datore di lavoro. Probabilmente, appunto, non ci sentiva lesi, all’epoca e poi, erano questioni di computer ed in nome di esso tutto passava in secondo piano. Poi, riflettendoci dopo, la tensione per il passaggio all’informatizzazione dell’ Azienda era sentito anche dal Presidente come una migrazione ad alto rischio per l’organizzazione generale tanto che un giorno si liberò di un pensiero incoraggiando  il lavoro che ,  parole sue, “il computer è una macchina meravigliosa se gli uomini imparano ad usarlo e lo usano più volentieri se funziona bene altrimenti è un fallimento”.

Con una naturale diffidenza iniziai il mio lavoro: una prima fase per cercare di comprendere la relazione tra tastiera,  schermo e le carte che avevo davanti,dovevo capire se le carte stavano meglio davanti alla tastiera, dietro o a lato, se lo schermo doveva “guardare verso giù” ed io restare seduto basso  o il contrario, oppure ancora, del tutto naturale, Sembravo un batterista che prima si sistema la batteria e poi il seggiolino.   Era una sensazione di “abbandono nel nulla “ di tutto il lavoro fatto a tavolo per la  preparazione dei dati. Schiacciavi un invio e ti usciva una domanda “Sei sicuro ? ”, momento di crisi come trarre il dado. Davi la tua risposta “Si” e ti poneva un’altra domanda “Confermi” ? Allora uno cominciava a farsi venire tutti i dubbi, se avessi confermato  cosa sarebbe stato della mia vita ? Ma perché mi chiede ancora e adesso, che mi ha fatto sparire tutto il lavoro che ho fatto ? Quasi quasi rispondo no e ricontrollo tutto da capo. Ma se ricominciavo, sarei arrivato comunque a questa domanda, dubbio amletico e possibile soluzione, “e se chiedessi se si può eseguire una stampa del lavoro, prima di confermarlo “ ? Tentai di parlare con Massimo, ma fu inutile, pensare che era solo perché non conoscevo affatto il tasto “print screen” ma forse non esisteva ancora perché non mi diedero mai questa possibilità. Alla fine, davi l’ OK, da informatico vero (altro che un semplice “Si” e speravi. Stessa procedura di domande per inserire il lavoro seguente: “ Si vuole inserire un nuovo codice” veniva da rispondere “sono qui per questo” , ma al computer si doveva rispetto, quindi Si. Stavolta avviso “Stai tentando di creare un nuovo prodotto, prosegui ? “ Si, e ancora “Dispongo tutti gli elementi per il nuovo articolo” ? A questo punto veniva voglia di mandarlo al diavolo perché o ti riteneva un minorato psichico o il minorato era lui che aveva bisogno di dirgli le cose tra volte. Erano poi momenti “drammatici” quando lo schermo, all’ultima conferma, diventava totalmente nero, nessuna scritta, sembrava spento e dopo un po’ cominciava a ricomparire dallo sfondo con una luce via via più forte, un qualcosa che ti faceva intuire che aveva macinato (elaborato) e messo in buon ordine (Archiviato) il lavoro che avevi fatto. Le pause erano tali che consentivano tranquillamente il riordino dei documenti cartacei. Noi non si conoscevano le caratteristiche del computer e quindi un po’ tutti prendevamo man mano pratica sui tempi di reazione.

C’è da dire che all’epoca, i cosiddetti “programmatori” erano ( o meglio si consideravano) i portatori della luce, i veri, unici profeti del domani. Ciò che usciva dalle loro labbra erano parabole divine alle quali ispirare la propria esistenza. Avevano poco tempo da dedicare ai comuni mortali come me e spesso, malgrado la loro infinita pazienza, erano obbligati a ripetere, sbuffando per la tua inettitudine, anche due volte la stessa spiegazione. Sentendosi proprietari della materia informatica, stavano sempre tre gradini più in alto delloro interlocutore e quando non sapevano o non volevano dare risposte, cominciavano a tirare fuori tutto il loro vocabolario di inglese incluse, ovviamente, tutte le abbreviazione e sigle che corrispondevano a mettere assolutamente in una condizione di inferiorità l’interlocutore.

Giusto per dare un’idea di quanto tempo trascorso da allora, si lavorava allo schermo solamente con la tastiera ( il mouse non esisteva ancora ) e su di uno schermo da 22” a sfondo completamente nero e con le scritte grigio chiaro. C’era, però, la prima ed unica possibilità di personalizzare la “postazione di lavoro” e cioè far uscire le scritte in giallo o verde, ma sempre colori ad altissimo contrasto per cui oggi diremmo a priori che gli occhi venivano maltrattati. Avevamo a che fare con i nuovi profeti.

You must login to post a comment.
Loading comment... The comment will be refreshed after 00:00.

Be the first to comment.

You are not authorised to post comments.

Comments powered by CComment

I cookie rendono più facile per noi fornirti i nostri servizi. Con l'utilizzo dei nostri servizi ci autorizzi a utilizzare i cookie.
Maggiori informazioni Ok Rifiuta