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ARRIVA IL COMPUTER IN STUDIO

Avevamo da pochissimi giorni traslocato lo studio da una stanzetta di recupero ad uno vero e proprio atelier situato in una mezzanino in origine destinato alla servitù dei nobili veneziani posto con vista sul Canal Grande, nel centro storico di Venezia. Un lavoro fatto, voluto, progettato e seguito da me in prima persona, dagli impianti elettrici, con prese stabilizzate, ai rivestimenti dei muri in sughero atti a ricevere puntine da disegno per appendere qualsiasi progetto si volesse poter vedere tutti insieme, ed all’arredamento. L’azienda mi aveva dato un budget di spesa e, nel limiti della logica, avevo avuto carta bianca sula realizzazione. Eravamo,  come logistica, collocato al di sotto del piano nobile che era invece completamente occupato da tutti gli altri sevizi aziendali e dalla direzione. Trovavo la nuova installazione veramente stupenda e molto gradevole per lavorarci: molto luminosa, e soprattutto fatta su misura di un vero studio di progettazione con tanto di tavolo luminoso e tecnigrafo. L’unico handicap poteva essere che anche improvvisamente, chiunque poteva entrare in qualunque momento e non avevamo il preavviso perché la porta d’ingresso restava sempre aperta di giorno ad evitare che ogni momento uno di noi dovesse aprirla e veniva chiusa a chiave solo alla sera dall’ultimo che lasciava lo studio. Un giorno, infatti, scese il Presidente e chiese l’attenzione di tutti, la mia in particolare per annunciare ufficialmente che nel corso del suo ultimo viaggio a Parigi, aveva concretizzato l’ordine del computer destinato alla progettazione tessile, che aveva firmato lì’accordo di collaborazione con la Nedgraphics per lo sviluppo dei pacchetti programmi che avrebbero avuto necessità di essere modificati. Mi venne immediatamente in mente una storiella che mi era stata raccontata quando ero rappresentante sindacale e raccontava di un datore di lavoro innamorato di una macchina che faceva il lavoro di tre persone e l’ha comprata portandola in azienda con grande entusiasmo. Nessuno degli operai, però si prese la briga di desiderare di  utilizzarla per cui, una volta installata, restò per anni sempre coperta dal suo nylon originale finché non divenne obsoleta. Amareggiato e deluso, il titolare si chiedeva come mai un investimento tanto impegnativo non aveva dato i frutti desiderati ma era chiarissimo a tutti: le sue decisioni non le aveva prese condividendole almeno in parte con chi le doveva poi far funzionare e soprattutto non aveva creato le condizioni di interesse per il quale uno o  più operai avrebbero dovuto avere l’interesse ad imparare perché lo avrebbe fatto chiunque, se gli corrispondeva una crescita professionale interno all’azienda o in un’altra dove potesse guadagnare così qualcosa di più. Un investimento giusto, in termini logici, mal fatto perché non è stato formato il personale. Il nostro Presidente non ebbe questa sfortuna perché evidentemente sia io che Daniele attendevamo quasi con ansia questa novità per potercela testare assieme e poter avanzare nella tecnologia della progettazione: erano le prime macchine che venivano messe in commercio.  Ma dall’annuncio all’arrivo passarono quasi tre mesi, ma avendo cottoscritto il Presidente l’intero contratto, noi non avevamo la possibilità di sollecitare. Un giorno vedemmo attraccare alla fondamenta del Canal Grande che era attigua allo studio, una grossa barca di un corriere dal quale scaricarono una scala del tipo montacarichi e, mentre uno degli operatori saliva a prendere accordi, gi altri due organizzavano la consegna al piano, rialzato di quasi quattro metri dal piano fondamenta.  L’operaytore che è salito ci avvisa che è in consegna con dei pacchi ingombranti e pesanti, che bisogna spostare le scrivanie, fare spazio e aprire la finestra. Immediatamente provvediamo perché ci dicono che il materiale arriva dalla Nedgraphics e lentamente attraverso l’ascensore montato sulla scala arrivano su 4 enormi pacchi, dei quali due, a vedere lo sforzo degli operai, pesantissimi. Poi altri quattro o cinque pacchettini, una firma o anche due, ed avevamo ricevuto il computer per la progettazione tessile. Insomma, una specie di  “mostro”  d’altri tempi  …. La voglia di sballare, aprire e curiosare era veramente tanta ma non si poteva perché avrebbe dovuto arrivare il tecnico dall’ Olanda per assemblare il tutto ed avviare il sistema, e poi un altro per l’installazione dei programmi, a consegna della chiave per la licenza ed il primo training in loco, per cominciare a farci apprendere l’uso del computer. Ci limitammo, allora, a sistemare meglio possibile i pacchi in modo da poter rendere nuovamente vivibile e calpestabile lo studio, avvisammo la casa madre che i “pacchi” erano arrivati e loro ci dissero che da li ad un paio di giorni, sarebbe arrivato un loro ingegnere. Noi si pensò immediatamente ad un ingegnere informatico, un maturo ed esperto programmatore, laureato e quindi eravamo un po’ preoccupati di riuscire ad essere all’altezza di un rapido apprendimento. Di buono c’era che sapevamo che non parlava solo olandese, ma anche inglese, tedesco e qualcosa di francese, nulla in italiano e questo era un ulteriore morivo di apprensione. Il grande giorno arrivò, incaricai Daniele ( che parlava bene il tedesco) di andarlo a ricevere in aeroporto, prendere un taxi e condurlo da Tessera alla nostra sede in modo da perdere meno tempo possibile in primo luogo, e dare una corretta assistenza logistica a questo personaggio che sapevamo dover diventare il nostro interlocutore futuro per tutti i problemi che avessimo incontrato. Ci presentammo e poi lui iniziò con una calma a rasentare la flemma, ad aprire le scatole, posizionarle e montare un pezzo sopra all’altro, agganciando, avvitando, battendo. Alla fine aveva montato due enormi schermi sostenuti da uno stelo imponente che poggiava su una piattaforma – penso -  in ghisa, considerato il peso. Davanti ai due schermi un’altra pedana in ghisa, altro stelo imponente ed un tavolo spesso u a decina di centimetri che era quella che oggi si definirebbe la tavoletta grafica. Sopra a, tavolo un mouse ed una penna a punta di plastica bianca per la quale ci lasciava una decina di ricambi. Il tutto ovviamente collegato via cavo al computer centrale che in realtà era contenuto nell’ enorme scatolone di lamiera che incorporava i due  grandi  schermi. Per noi diventò immediatamente “ET”, l’ extraterrestre dai grandi occhi. Per avere una idea dell’ingombro, si potrebbe pensare ad cofano motore di una berlina. Fece diverse prove di avvio, chiamò più volte la casa madre in Olanda e sostanzialmente lavorò fino a sera per mettere a punto l’ hardware ed il software quindi ci disse che il giorno seguente avremmo potuto iniziare a lavorarci su. Noi avevamo voluto anche uno scanner grande, fino ad un formato A3 e questo sembrava dare problemi. In ogni modo ci chieste di avere, per il giorno seguente, un bozzetto da leggere con lo scanner, importarlo nel programma di elaborazione grafica e poi all’elaborazione tecnica.

L’avvio di questo sistema non fu affatto facile: nemmeno il tecnico olandese riusciva a far partire il sistema, a noi sembrava tutto molto assurdo perché secondo uno standard dell’epoca, un installatore avrebbe dovuto arrivare “attaccare la spina” e partire. Poi ci spiegò le grandi difficoltà che stavano nella eccessiva attenzione che era stata posta dai programmatori per la tutela dei programmi che erano eccessivamente protetti da copia, sia con metodi hardware che software. La cosa non mi risultava eccessivamente chiara, la comprendevo in somi termini ma, nonostante un po’ scocciato bel vedermi lo studio bloccato, non avevo alternative. Scoprii solo dopo che esisteva un accordo tra la due aziende per cui noi avremmo dovuto testare tutti i programmi offrendo quindi alla casa olandese, un enorme servizio, ma lavorando su prototipi e programmi abbozzati da verificare. Ma l’entusiasmo per la nuova tecnologia era veramente tanto, ci sentivamo all’avanguardia.

aFinalmente il sistema cominciò a funzionare.

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