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LO SCONTRO TRA LA PROGETTAZIONE MANUALE E QUELLA COMPUTERIZZATA

Partimmo con questa nuova avventura, ma le cose non funzionavano, nella pratica, come avrebbero dovuto funzionare in teoria e non furono affatto pochi i problemi ai quali andammo incontro. Il nostro metodo di progettazione partiva normalmente da una idea, un frammento, una espressione grafica ed il tessuto finito doveva essere nella nostra mente, un po’ come fa uno scultore con un pezzo di marmo quando “vede” la sua statua all’interno del blocco. Tracciavamo a matita la bozza, e poi con le tempere cercavamo di esprimere su carta il pensiero. Le scelte dei colori cambiavano da disegno a disegno sulla base del tessuto finito, lo ritenevamo necessario per la visualizzazione generale e per procedere a fasi. Un esempio: la sfumatura di un fiore dai petali rosso vivo, scemavano a dei toni di rosso più intenso e poi ancora in tono arrivavano i 4 colori destinati alla struttura che si intendeva dare al tessuto. Lentamente ci rendemmo però conto che queste sottili differenza cromatiche, non erano facilmente acquisite dallo scanner col disastroso risultato che si doveva disegnare tutto nuovamente stando allo schermo. Moltissimi dettagli del disegno, poi, venivano ignorati moltissimi dettagli che per noi erano essenziali. Da subito avemmo dei grossissimi problemi con Paul, lo stilista, che rifiutava che si potessero fare progetti tessili non standardizzati con il computer (L’ ordinateur sert a jaouer avec les chiffres – il computer serve per giocare con i numeri) era la sua logica.

Noi, per fletterci alle esigenze informatiche, trovammo relativamente presto delle soluzioni tecniche, anche confrontandoci con altri studi con i quali eravamo in ottimi rapporti ma la soluzione era quella di usare esclusivamente colori tecnici, molto forti e distinti tra loro, viola, verde brillante, blu intenso, giallo canarino eccetera, ma i colori erano dodici in tutto e non si potevano mescolare per fare tinte intermedie. Inoltre andavano fissate con il fiele che però funzionava come reagente e quindi rendeva inutilizzabile l’avanzo di colore per il giorno successivo. I nostri disegni spesso superavano i 12 colori ed erano eseguiti con colori pastello o melange. Anche i miei collaboratori soffrivano molto questa imposizione dettata dalle esigenze informatiche: i progetti perdevano l’anima e l’insoddisfazione era abbastanza dilagante ma era necessario aggiornarsi, non perdere il treno dell’informatica.

Studiammo a fondo la questione ed alla fine decidemmo di utilizzare dei cartoncini da disegno molto opachi e tinte a tempera, anche queste opacizzate in modo da evitare riverberi di luce al momento di trasferirli tramite lo scanner, al computer. Così facendo, riuscivamo ad ottenere una immagine a schermo sufficientemente nitida da poterla elaborare direttamente. Il team era molto compatto e motivato anche perché ci sentivamo un po’ pionieri della tecnologia. Ci fu un periodo, però, che le cose non andarono bene a causa di alcune discontinuità dell’alimentazione elettrica: come andava via la corrente, si perdeva il lavoro e non si poteva fare una chiusura ordinata del sistema. Il guaio fu che non si perdeva il solo lavoro dall’ultimo salvataggio ma proprio dall’inizio perché a richiamare il disegno allo schermo, risultava completamente deturpato da linee orizzontai che avrebbero fatto saltare il sistema nervoso a chiunque. Ovviamente, con Daniele, il mio “collaboratore informatico”, ci mettemmo alla ricerca di una soluzione. Internet non era poi ancora diffuso e disponibile quindi utilizzavamo delle riviste per la vendita per corrispondenza, un catalogo informatico al quale avevamo sottoscritto un abbonamento settimanale: le novità erano quasi quotidiane. Trovammo che esisteva la possibilità di mettere sotto protezione di una batteria tampone l’intero sistema; questo consentiva, in caso di black-out di effettuare un salvataggio corretto del lavoro senza alcuna perdita di dati. Ricordo che non sottoposi nemmeno il preventivo di spesa alla Direzione, lo ordinai e cercai un elettricista in grado di montarlo e di mettere una lampada spia di assenza alimentazione davanti agli schermi. Fu la prima volta che avemmo uno scontro con il grande capo. Io mantenni la mia posizione e spiegai che non c’era alternativa e che chiedere l’autorizzazione avrebbe comportato una perdita di tempo inutile e dannosa soprattutto al morale dei grafici che non potevano sopportare di riprendere spesso il lavoro da principio. Infine sostenni che la perdita del lavoro fatto era un enorme costo per l’Azienda in termini di ore e di resa per cui l’ammortamento dell’investimento sarebbe stato possibile in doli 6 mesi. Compresi bene che non si trattava di un milione di lire speso senza autorizzazione ma di un principio ed io miravo esattamente ad avere riconosciuta una autonomia nella gestione del reparto perché questo mi dava, oltretutto, un carisma che avrei dovuto avere riconosciuto. Il grande capo non era molto propenso alla delega, anzi, e quindi la questione venne rinviata ma, cosa importantissima, lo stabilizzatore c’era e funzionava e nessun reso era stato disposto o imposto. Era abbastanza ovvio che anche lui dovesse riflettere a fondo perché si trattava di un principio che si sarebbe certamente esteso anche agli altri responsabili di reparto. Venni riconvocato e mi chiese dove, come e quando, avevo studiato politica aziendale e gestione dei budget, gli risposi che non avevo studiato proprio nulla, tantomeno per sobillare una rivolta, ma che avevo sentito diversi discorsi  livello direttivo e che ne avevo fatto tesoro ma soprattutto avevo applicato la mia logica: come fa un responsabile di un settore ad apparire tale, se non ha un minimo di autonomia decisionale, che figura ci fa rispetto ai “subalterni” se non può decidere nulla, nemmeno le ferie o i permessi di uscita che andavano approvati dall’ufficio paghe che non conosceva nemmeno se l’eventuale concessione comprometteva o meno il buon funzionamento del reparto e che non conosceva nemmeno le esigenze personali alle quali aderire o meno valutandone l’importanza. Non doveva esistere una “regola valida per tutti” ma le regole dovevano essere stabilite ( nei limiti concordati, ovviamente) dal responsabile. Rinviammo ancora la decisione, anzi, la rinviò. Arrivò, alla fine, la decisone: mi mise a disposizione cinquanta milioni di lire l’anno per la gestione del reparto in termini di funzionamento, acquisti materialo ordinari e straordinari, spese per le quali avrei dovuto dare una rendicontazione sommaria alla direzione qualora richiesta. Ero arrivato al punto dove intendevo arrivare: la reale gestione del reparto. La cifra, al momento, mi parve molto abbondante, sinceramente, ma in un foglio (non esisteva ancora Excel) mi tenevo nota delle spese che facevo ed il relativo saldo aprendo, di fatto una gestione contabile a parte, del Ufficio Stilismo.

Avevo cominciato ad abbandonare l’uso del Lotus 123, per passare ad Excel, un programma di calcolo della Microsoft che, all’epoca era ancora decisamente sconosciuto. Ricordo bene che era solamente Windows, senza alcuna spiegazione di edizione perché, per installarlo, erano necessari qualcosa come trenta dischetti da 3”, da inserire uno alla volta in una sequenza lunghissima e molto complicata. La prima versione con indicazione di una caratteristica, fu editata dalla Microsoft nel 1995, proprio in quell’anno per poi arrivare nel  2000 alla presentazione di Windows.Me. Lo stesso percorso, di fatto, fece anche la suite di programmi denominati “Microsoft-Office” che esordì nel 1989, complemento necessario per far funzionare il sistema operativo.

L’evoluzione dell’informatica in generale e la sua diffusione, divenne in quegli anni determinanti per la vita stessa delle aziende in primo luogo ma anche delle persone: le aziende dovevano adeguarsi alle nuove esigenze di mercato e le persone dovevano aggiornarsi sulle evoluzioni digitali delle aziende. Gli anni compresi tra il 1993 ed il 2000, furono quindi decisivi sia per fare una selezione delle aziende che comunque in vario modo riuscirono a superarlo appoggiandosi ad una miriade di sofware-house, di aziende dedicate allo studio dell’informatica ed alla loro applicazione, che sorsero come funghi in questo periodo. Vennero però coinvolte anche le persone, come dicevo, perché chi non imparava ad aggiornarsi, giorno dopo giorno perdeva ruolo e grado sul posto di lavoro. Vidi moltissime persone “perdere il treno” e restare in banchina perché a vario titolo non riuscirono ad accettare le nuove dinamiche. Io, per mia fortuna, ero ancora abbastanza giovane, diciamo che ero tra i 30 ed i 35 anni e molto aperto alle novità sulle quali mi riversavo con entusiasmo ed interesse sia professionale che personale. Ovviamente, anche le modalità di progettazione informatica si adattò al sistema per cui dal vecchio sistema si passò alla progettazione su personal computer, con programmi completamente nuovi e metodi, simulazioni, coloriture, anteprime che si aggiornavano quasi mensilmente. Lo studio, però, era ben preparato e disposto alle novità anche perché composto per intero da persone più giovani di me ed al mio entusiasmo risposero con pari interesse e collaborazione. In particolare ebbi un collaboratore che – entusiasta delle novità – forniva assistenza a tutti indiscriminatamente, curando anche i rapporti con la produttrice dei programmi. Un’altra cosa che agevolò la crescita collettiva fu l’assenza quasi totale delle gelosie della collaborazione, della condivisione.

Sull’informatica vinse l’aspetto umano.

Le innovazioni uscivano di giorno in giorno, si passò dai supporti su dischetti, ai dischi ottici e poi agli ottici riscrivibili per arrivare poi alla grande innovazione delle chiavette USB cha all’inizio portavano 256 Mb, cosa ridicola ai giorni nostri, ma di grande effetto all’epoca.

Ricordo che, all’avanguardia come mi trovavo, predisposi un enorme (per l’epoca) filmato per l’ Associazione di Volontariato che curavo, dal titolo “863 Mb di prevenzione “ e per farlo acquistai un centinaio di chiavette da un Giga, cosa che mise in crisi il venditore che dovette farmele arrivare. Facemmo anche i primi invii di file via telefono, ma per inviare un disegno alla tessitura, ci volevano anche dieci minuti. Fu uno splendido periodo di evoluzione quotidiana, arrivammo persino ad andare in fabbrica, a telaio, con un notebook per aggiornarci su ciò che facevamo e poterci portare a casa i promemoria delle giornate di tessitura. E così, convulsamente, arrivai ai miei 45 anni di vita, e già 25 trascorsi in Azienda

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