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I preliminari al ricovero

 

Un anno è passato dall'ultimo intervento alla gola.

Ricordo bene quando molto speranzoso sono entrato in sala operatoria abbastanza caricato emotivamente, convinto di andare a sottopormi ad un intervento risolutivo, di quelli che "dopo" ti senti rimesso a nuovo. Certamente ero preparato al decorso post operatorio e sapevo che non sarebbe stata una passeggiata, ma ero determinato.

Niente e nessuno poteva prevedere che sarei stato qui oggi, a"festeggiare" il mio primo anno di vita post intervento

 

Molte delle mie traversie sono trascritte nella prima parte di questa mia "esperienza ospedaliera" ma la delusione profonda, i momenti di sconforto e di coraggio che ho vissuto mi hanno distratto dal continuare a scrivere di questo argomento.

Sembra impossibile doversi arrendere all'evidenza che le più grandi problematiche si generano dai rapporti che si è obbligati ad instaurare con le ULSS.

Ho sentito affermare che la sanità, in Italia, è tra le migliori al mondo ed allora mi rattristo per tutte le realtà peggiori di quella italiana: credo che oltre la metà delle problematiche, delle tensioni, delle incertezze, siano derivate proprio dal rapporto con la burocrazia, i ritardi, le inconcludenti attese ai quali si è inesorabilmente condannati quando si sta male.

 

Nella prima serie di appunti sulle mie esperienze ospedaliere, sempre considerando che ero animato da uno spirito molto positivo, o cercato di intravvedere tutti gli aspetti umani che sia gli operatori sanitari che i pazienti sono obbligati a vivere durante questo periodo che potrei definire di amore ed odio; da una parte gli operatori sanitari amano il paziente perché riconoscono il suo malessere, dall'altra lo detestano perché  li considerano sempre ed inevitabilmente troppi  dall'altra il paziente ama il personale per i servizi che gli vengono resi, ma li detesta per le modalità che si determinano proprio a causa dell'esubero del numero dei pazienti che a volte vengono visti come "antagonisti", "ruba posto", prepotenti.

 

Mi sono spesso sentito dire frasi tipo " con tutto quello che hai passato, oramai dovresti essere abituato a tutto "  oppure " ci avrai fatto pure l'abitudine " ma no è affatto così, al dolore,allo stress, alla fatica fisica ed emotiva non ci si abitua mai, semmai si annichilisce; molto bene l'enciclopedia Treccani definisce il termine annichilire: "ridursi al nulla, annientarsi, distruggersi, ridursi a niente, andare distrutto, umiliarsi profondamente, annientarsi".

 

Avevo concluso, credevo, il mio diario precedente, considerando la chemioterapia e la radioterapia l'ultimo passaggio della mia enorme fatica e come al solito il mio ottimismo mi ha tradito. Certamente il cosiddetto "senno del poi " mi avrebbero potuto aiutare a vivere queste trenta sedute terapiche in maniera meno allucinante, piccoli accorgimenti che avrebbero potuto dare grossi benefici, ed invece la cattiva informazione, la mancanza di tempo, lo scarso interesse per il paziente o non so cosa, ha reso questo periodo uno dei più difficili e dolorosi della mia vita. Ho "scoperto" dopo aver fatto quello che viene definito il trattamento radioterapico più demolitivo fisicamente e spiritualmente, che se ci si sottopone all'irradiazione con i nastrini ferma cannula asciutti si evitano, sia pure in parte, le ustioni al collo, che esistono cannule tracheostomiche studiate appositamente per la radioterapia perché non si surriscaldano e non  cucinano la trachea, che è essenziale una perfetta igiene della bocca onde evitare la formazione della candida, una infezione micotica devastante, che facendo prevenzione dentale si può evitare di ritrovarsi a dover curare - oltre al resto - anche carie e infezioni stomatologiche. Ma questo mi consola abbastanza poco perché il reparto di terapia oncologica, in assoluto, sia come persone che come ambiente, è stato uno dei reparti più a misura dì uomo che io abbia frequentato.

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