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Batterista in rianimazione

Devo confessare che mi sono quasi un po’ vergognato: rianimazione è un reparto serio, Medici e Paramedici giovani e scattanti.

Qui ci sono sei salette operatorie e sono tutte occupate, una da me.

Sono tutte attrezzatissime anche per un intervento chirurgico, gli strumenti sono tutti su carrelli trasportabili da una stanza all'altra, lo sterile domina.

Ogni infermiere, quando prende servizio, come primo lavoro deterge e riordina il "suo carrello" ovviamente usato fino a prima da un suo collega, ma ciascuno ha un suo ordine, quasi maniacale.

Secondo i miei calcoli, ogni operatore segue una stanza e mezza, tradotto, in due seguono 3 stanze) su tre turni di lavoro continui, notte e giorno.

Ieri ho visto padre e figlio (immagino, perché avevano entrambi la papalina in testa e la differenza di età era quella giusta) uscire dal reparto, immersi in un pianto dirotto e silenzioso, abbracciati nel dolore, mentre io ascoltavo musica.

Ho visto un signore molto grosso, sembrava aver avuto un brutto incidente d’auto.

Una persona viene posata sul letto, collegata tramite elettrodi e sonde alle macchine e con questi monitorati in tutti i valori, pressione, ossigenazione, pulsazione ecc.

Tramite sonde vengono iniettati i farmaci necessari, il tutto supervisionato da un Medico responsabile.

Qui si può definire la vita o la non vita di una persona, non si scherza, si esce sempre in barella, l’unica differenza è la posizione della testa: davanti o dietro ai piedi.

Ed  io?

Sono qui nel mio lettino ad ascoltare musica, a scrivere: sto cercando di non farmi ingoiare dalla tristezza, dalla paura, dallo sconforto: e se capita a me di avere una crisi e salutare da qui sotto il mondo?

A volte, su brani particolarmente ritmati a battere a tempo sul bordo del letto o su una parte libera della gamba, sempre attento a farlo con discrezione.

Ascolto in cuffia e se mi rendo conto di trasformarmi in un batterista, lo faccio pianissimo oppure proprio lo evito, considerandolo irrispettoso per chi soffre più di me.

Poi  mi giustifico: tu sei uno di quelli che è stato dieci giorni in rianimazione, tra la vita e la morte ed hai avuto non solo  la fortuna e la forza di cavartela, ma anche quella di non impazzire.

Allora si, con rispetto, senza chiasso, in cuffia silenziosamente per gli altri, mi prendo il diritto di ascoltare musica e di “battere” il tempo della vita, come facevano gli antichi, con le danze di tribù, e si fa oggi nelle discoteche, o nelle balere: tutti a ritmo per gioire.

Ciò nonostante al sentire di quel signore che nella stanza a fianco ha entrambi i femori rotti e l’altro che sta rischiando la vita a seguito di un arresto cardiaco la voglia di ritmare scema: ci saranno posti e momenti migliori per esprimere la propria gioia senza essere irrispettosi.

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