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La cerbottana e le "pirole"

Questo era un gioco che prevedeva preparazione e lavoro

I colpi, andavano preparati a casa, strappando a strisce un giornale, delle strisce di 30 centimetri per 4 circa, poi si mettevano in cintura in modo da averle sempre con se come "caricatore". 

 Era difficile anche procurarsi la carta perché non era molto diffuso il "quotidiano" ma nemmeno le riviste. Preziosissimi erano gli elenchi telefonici, ma non si potevano toccare ... quelli di casa. I foglietti così tagliati si dovevano arrotolare a cono per poi tagliarle alla larghezza esatta della cerbottana.

Palline

Esistevano due giochi importanti per le biglie in vetro:  "buchetta" oppure "triangolo"

 Il gioco buchetta prevedeva che ci si riservasse un pezzetto del campetto, liscio e senza erba. Al centro di questo spazio si scavava una piccola buca ed era essenziale che avesse i bordi ben definiti. Ciascun giocatore, a turno, lanciava la sua biglia tenendo il mignolo dentro la buchetta e spingendo con forza con il pollice sopra al medio ed all'indice messi a culla, più lontano possibile o meglio, alla distanza che riteneva di sicurezza. Una volta che tutti i giocatori si erano messi in campo, ciascuno tentava di spingere, con la propria biglia, ls biglia di un altro dentro la buchetta. Se il tiro gli riusciva, come in un biliardo, esistevano due alternative: una che la pallina di chi attaccava andasse assieme a quella spinta dentro la buchetta ed allora il giocatore aveva la possibilità di rimettersi in gioco con un nuovo tiro,  nel caso fosse rimasta fuori, restava ovviamente in gioco e in posizione estremamente a rischio di essere bocciata da altro giocatore. C'erano quindi due modi di "tirare: uno colpire e spingere la propria  biglia più lontano possibile oppure puntare tutto ad entrare in buca con la biglia colpita. Uno era un tiro di forza e l'altro di precisione.

Mio fratello era veramente bravo ed aveva una sua pallina che chiamava "fortunella" perché giocava sempre con quella e vinceva sempre. Lui ne aveva tantissime ed io, al contrario, perdevo sempre e non avevo quasi mai le cinque minime per entrare in gioco. Un giorno mio papà chiamò Lucio e gli chiese quanti soldi avesse voluto per le palline che teneva nel cassetto in entrata. Le comperò tutte, tranne 4 e la fortunella, e le regalò a me, con soddisfazione sia di Lucio perché realizzava il suo capitale, sia mia che potevo andare a giocare.

"Scioco e spanna"

Un gioco semplice e che necessitava di pochissimi elementi. All'epoca si usava fare dei pavimenti con tanti piccoli pezzi di marmo rotto, frantumato, annegato nel cemento e quindi levigato dopo asciutto. Noi si andava in cantiere e ci si appropriava, ciascuno, di una di queste piccole piastrelle, ciascuno se la sceglieva per colore e dimensione, dal mucchio pronto per la posa.Una volta tornati in campetto, si sorteggiava chi cominciava ed il selezionato lanciava la sua piastrella ad una distanza a suo piacimento e quindi, a turno tutti, trovavano la loro posizione. Il "punto", singolo, era acquisito se si fosse riusciti a centrare con la propria piastrella quella dell'avversario. Era una forma di attacco perché se non andava bene, ci si portava molto vicini e si rimaneva facile preda dell'altro. Due punti venivano assegnati se si riusciva a centrare la piastrella dell'avversario e restare con la propria a meno di una spanna di distanza ed infine tre punti se si riusciva a centrare la piastrella avversaria e fermarcisi sopra. Si poteva giocare senza puntare nulla, tanto per giocare, oppure mettere una pallina di vetro su ogni punto realizzato secondo un calcolo matematico dei punti fatti e subiti. Ma le palline era più bello giocarsele con i giochi previsti per loro.

"Mazza e pindolo

Questo gioco - in italiano è il gioco della lippa - era molto usato una volta e consisteva nel battere con un bastone (mazza) un pezzo di legno a due punte (pindolo). 
Al volo il giocatore doveva colpirlo e lanciarlo in un punto del campo lontano dall'avversario.
Se l'avversario fosse riuscito a rilanciare il pindolo vicino al lanciatore, avrebbe vinto.
Oppure, dopo essersi divisi in squadre, si sceglieva un traguardo; chi lo avesse raggiunto per primo a suon di lanci di pindolo avrebbe vinto.

Ovviamente l'artigiano che li costruiva, utilizzando un manico di scopa, ero io. Da un manico si riuscivano a ricavare una mazza e tre o quattro pindoli perché spesso capitava di perderli in mezzo all'erba o alle pietre. Io poi ero "specializzato" perché come regalo di compleanno, ma non ricordo esattamente di quale, mi era stato donato un trapano elettrico con il quale, secondo me, si poteva fare anche la pasta e fagioli, rasarsi o telefonare: si poteva fare di tutto, insomma. Non era un gioco difficile ma richiedeva una certa coordinazione perché tutto dipendeva dal riuscire a colpire il pindolo esattamente perpendicolare e mandarlo lontano, altrimenti rischiava di cadere poco lontano dall'avversario. Era, per contro, un po' pericoloso perché capitava spesso che nella foga del gioco si riuscisse a far diventare il pindolo un vero e proprio proiettile appuntito.

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