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Il secondo ricovero da Yoghi

Qualcuno per me chiamò al telefono Yoghi, ovviamente mia sorella Mariapaola, che aveva una particolare influenza su di lui che mi fissò per il giorno seguente una visita di controllo. Partimmo presto la mattina perché dalla clinica ci separavano circa centotrenta chilometri e l'appuntamento era alle 9. Ovviamente, nonostante l'influenza che Mariapaola aveva su Yoghi non ci evitò di aspettare un paio di ore prima di essere ricevuti. Il 15 Gennaio 2002, neanche un mese dopo essere stato dimesso, ero ancora li, in un posto del quale non avevo fiducia, che mi ispirava grande malinconia, dove avevo già sofferto molto. Fummo ricevuti, alla buonora, e Yoghi mi visitò personalmente. Raramente mi era capitato di verificare quanta falsità poteva esistere in un uomo. Cominciò a dire che la crisi respiratoria era stata certamente provocata dall'abuso di alcool e di fumo, che tutto sommato era colpa mia perché avevo preso freddo, perché avevo... non so quante ne tirò fuori per non ammettere che era una responsabilità sua, della sua equipe e del Maestro, credo che mi abbia letteralmente ricoperto di infamia, infamia che poi mi ricadde puntualmente addosso. Così, disse che a causa del mio comportamento scellerato, avrebbe dovuto ricoverarmi d' urgenza il giorno stesso. Mariapaola tentò di spiegargli che eravamo partiti da casa senza un minimo di biancheria, uno spazzolino, nulla per un eventuale ricovero e che perlomeno se fossimo stati avvertiti avremmo provveduto, ma Yoghi fu inflessibile : le mie responsabilità, la mia vita da incosciente lo costringeva a ricoverarmi subito. Invocò persino il mancato incontro con un responsabile del SERT del mio distretto, come consigliatomi dallo psichiatra e nonostante mia sorella spiegasse che c'erano state di mezzo le festività natalizie, capodanno, un ricovero, sembrava non intendere ragioni: non ero andato ! E così fu. Io ero, direi quasi per fortuna, in uno stato di semi incoscienza, considerato che comunque, anche quella mattina avevo assunto le mie 20 gocce di benzodiazepina e quindi accettai la cosa quasi con indifferenza. Mi accompagnarono direttamente dall'ambulatorio alla camera invitandomi a mettermi a letto. Cercai di spiegare che non avevo un pigiama e mi chiesero il perché, come mai, se ero uno sprovveduto. Confabularono con Mariapaola e credo che le spiegarono che si sarebbe trattato di un ricovero di pochi giorni, per mettere ben in ordine quanto fatto nel mio distretto, insomma, se non ci fosse stato lui ... Così Mariapaola comprese che avrebbe dovuto rientrare a casa, recuperare il necessario per un paio di notti e ritornare in ospedale. L'alternativa sarebbe stata andare a comprare tutto nuovo,ma sembrava maledettamente più complicato che recuperare il necessario a casa. Fuori era anche un tempo indecente, freddo e strade poco sicure, pensare che avrebbe dovuto percorrere altri 130 chilometri a tornare a casa, 130 per tornare in ospedale ed ancora 130 per rientrare nuovamente, dopo averne percorsi 130 la mattina, per un totale di 520 faceva male a me, figuriamoci a lei. Ma tutti erano d'accordo: la responsabilità era mia ed era me che avrebbe dovuto ringraziare. Il mio spirito stava crollando perché alla fine arrivai a crederci anch'io che la responsabilità, tutto sommato, era mia. Oggi mi chiedo come si sia potuta costruire una favola così impensabile e riuscire a farla credere sfruttando il proprio ruolo di primario ospedaliero. Mariapaola arrivò nel pomeriggio avanzato, ovviamente già affaticata sia dalla strada che dalla tensione nervosa che la rendeva elettrica. Sarebbe bastata una telefonata di Yoghi al mio distretto per avere una relazione dell'accaduto ed avrebbe risparmiato una serie di viaggi di assurde complicazioni, ma oramai era così e non aveva neanche lei alternative che accettare il sopruso. Seppi che rientrò a casa a notte fonda perché ad evitare l'autostrada, che il tempo era inclemente ed era salita parecchia nebbia, aveva optato per la strada normale, finendo anche per smarrirsi ed arrivare a casa a notte fonda. Mi sentii responsabile anche di questo. Io non potevo fare nulla se non cercare di restare tranquillo. Passai la notte in ospedale, ovviamente e la mattina seguente, con tutta calma, mi fecero una laringoscopia, una visita di poco più di una decina di minuti, mi cambiarono la cannula, giudicata inadatta e mi rimisero a letto. Il terzo giorno mi dimisero, ma mi programmarono un nuovo ricovero, credo per mettersi d'accordo con il Maestro, ma questo a me non fu detto. Mi venne invece detto che avevo dei restringimenti della trachea causati da una cattiva cicatrizzazione della ferita chirurgica e che sarebbe stato sufficiente mettermi in anestesia totale ed intervenire con il laser a rimuovere queste stramaledette stenosi laringee. Ero ancora, decisamente, ingenuo perché non valutai che la lettera di dimissione di questo ricovero riportava il codice ICD-9 38001 che corrisponde a "pericondrite acuta del padiglione auricolare" . Un falso ! Ma perché un ricovero di tre giorni e poi la programmazione di uno nuovo ? Purtroppo adesso mi appare evidente: si rese conto che era stato portato a termine in modo non corretto il primo e doveva trovare un sistema per rifare tutto da capo, ma senza ammettere alcuna responsabilità.

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