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La badante Maria

Rientrai a casa mia ed alla sera i lavori erano terminati, o meglio cresi che fossero terminati, sarebbero ripresi alle 8 del mattino successivo, ma per fortuna con una intensità decisamente inferiore ed il mio stato d'animo era pure migliorato. Ovviamente venne Marco, mio figlio, a tenermi compagnia per la notte, sempre agitato nel ricordo del ricovero d'urgenza, mi chiese, nel corso della serata, un centinaio di volte se respiravo, se stavo bene, fin "da togliermi il respiro", come si dice. Ovviamente la sua presenza in casa mia avrebbe dovuto, prima o poi, avere un termine anche perché lui viveva con Sabina, sua futura moglie, e non mi sembrava neanche corretto che restasse stabilmente a casa mia durante la notte e parte del giorno. Fu così che, in seguito ad una riunione tra fratelli e figlio decisero, anche se io non ero d'accordo, che avrei avuto bisogno di una badante, anche se mi fu passata come una persona che mi avrebbe aiutato, o meglio fatto, i lavori domestici, il pranzo ed anche moltissima compagnia. Si misero a cercare e la ricerca durò veramente poco perché l'offerta di persone provenienti dall'est Europa era vastissima, lo sapevo anch'io, era sufficiente andare in piazza mercato a Marghera e li c'era un punto di ritrovo per questo tipo di domanda. La trovarono e fissammo un appuntamento proprio a Marghera per definire tempi metodi ed importi richiesti. Mi accompagnò Marco. Tra me pensai che tutto sommato la presenza di una donna in casa avrebbe potuto non essere male, già mi prefiguravo una bellissima donna, dolce, gentile, gradevole, generosa, non pensai mai al sesso, che in quel momento specifico proprio non era il massimo delle mie aspirazioni, ma ad una compagnia femminile mi attirava. Ci trovammo, come dicevo, e fu subito un dramma: Maria, giovane, cicciona, puzzolente, baffuta e pure parlava male l'italiano e lo capiva anche male ! Tentai disperatamente di negare l'assunzione, non avrei preteso miss mondo, ma neanche lei, povera, senza infamia, ma anche senza possibilità di lode. Mi resi conto per l'ennesima volta che il mio potere contrattuale contava come il due di picche perché il giorno seguente alle 8 di mattina si presentò a casa mia Maria. All'epoca percepivo poco gli odori, alterati dalla scarsa affluenza d'aria ai polmoni attraverso il naso, ma l'odore, l' olezzo che emanava Maria lo riconobbi da subito. Di sudore erano impregnati gli abili, il giaccone, l'intimo e non esclusi il fatto che mi avrebbe potuto impregnare anche la casa. Ma non ebbi molte alternative, ero stato educato in modo da soprassedere a certe "piccolezze" ed a valutare l'anima delle persone per cui feci buon naso a cattiva sorte e la invitai ad accomodarsi in salotto, che ci saremmo bevuti un caffè tranquillamente, per fare un po' di conoscenza. Io facevo moltissima fatica ad assimilare bevande troppo calde per cui ritenevo che bere un caffè in compagnia e fare due chiacchiere fosse il modo migliore per rilassarsi un attimo prima di cominciare. Lei entrò, si sedette in divano ed attese me, che nel frattempo andai in cucina a mettere su la caffettiera, tirare fuori le tazzine, il vassoio, e mi sentii orgoglioso della mia casa, della mia capacità organizzativa: avevo speso oltre metà del mio anticipo sulla liquidazione, ma avevo una casa organizzata, poco pulita, se vogliamo, questo si, ma cosa si poteva pretendere da un uomo separato da poco più di un anno ed uscito di casa con le sole mutande. Riflettendo su questo mio modo di autosuggestionarmi di essere bravo e dandomi così coraggio, portai il vassoio in salotto e mi resi conto che forse Maria non sapeva bene l'italiano, ma certamente sapeva usare il telecomando del televisore. Lei, mentre io ero in cucina, si era accesa la tivù, si era accomodata ben bene e stava li ad aspettare il suo caffè. Ora a me andava benissimo che si fosse ambientata bene, ma fino al punto di accendersi la televisione ed ignorarmi completamente mentre cercavo di legare, questo mi sembrò un po' eccessivo. Onestamente pensavo che si sarebbe, prima o poi, sbloccata da quella posizione tanto comoda e che avrebbe cominciato ad esplorare la casa, almeno per rendersi conto di cosa la attendeva, invece niente. li era, li rimase fino alla fine della trasmissione che le interessava vedersi. Già ero in difficoltà di mio a parlare, ma per tutta la mattina rimasi senza parole, non si alzò di li come se fosse la prima volta che vedeva uno schermo televisivo,  letteralmente non si preoccupò neanche della mia presenza, forse le diedi persino disturbo. Arrivò quasi l'ora di pranzo, le chiesi se mangiava con me, visto che avrebbe dovuto stare per contratto, fino alle 16 del pomeriggio e con questa domanda riuscii a distrarla perché mi rispose di si ed anzi per la prima volta disse "faccio io" che poi scritto come lo disse lei risultò più u meno "faciu iu". Finalmente, pensai, è uscita dal suo stato di trance ... al contrario, "faciu iu" se ne restò seduta li, inchiodata e così misi su l'acqua per la pasta,preparai il tavolo per due ... Faciu iu venne a pranzo, quando pronto, mangiò apprezzando molto la mia cucina, buono, buono, buono ... non sapeva aggiungere altro. Mi domandavo se ero come Robinson Crusoe e Venerdì, in un'isola deserta in Via Baracca, 15. Lui, come me, per prima cosa si costruì un fortino ( la mia camera ) in cui poter stare al sicuro di notte; comincio a coltivare la terra e a procurarsi i vestiti utilizzando le pelli della capre selvatiche che paiono pullulare per tutta l'isola, ed io iniziai con piante, fiori in terrazzino, abbigliamento nuovo. Tra le prime cose che costruì c'era anche una grande Croce, su cui incide la data del suo arrivo: 30 settembre 1659, la mie fu 7 Marzo 2002 e la segnai su un calendario. A partire da quel momento fece giornalmente una tacca sulla croce tipo di calendario, che io invece avevo prestampato così da non perdere la coscienza del tempo che passa. Durante una grave malattia, in cui si vide costretto a letto in preda ad una febbre altissima, Robinson ebbe una visione: un uomo discese da una nuvola nera sopra una grande fiamma e gli ricordò che fino a quel momento la sua vita non è mai stata illuminata dalla luce della fede. La mia luce di fede divenne la volontà di rendermi autonomo. Dopo dodici anni di isolamento, per me sono stati solamente 5 mesi, Robinson si accorse però di non essere affatto solo: un giorno sulla spiaggia scoprì infatti un'impronta di un piede. L'isola, a quanto pare non è disabitata e scoprì che c'era anche un indigeno che tenne con sé come "suddito" e che ribattezzò "Venerdì" al quale insegnò l'inglese, lui mentre io partii con l'italiano ... e la ribattezzai "faciu iu". Il primo giorno fu un incubo. Finalmente giunse l'orario di "fine turno" e se ne andò. Fu un vero sollievo, pensai che, forse, aveva anche dei problemi personali, proprio di capacità di comprensione e non solo della lingua italiana, ma proprio generale. Certo una grande cultura non doveva averla, probabilmente espatriata in Italia in qualche modo e disadattata. L'appuntamento era per il giorno seguente, alle 8. Pensai che se non veniva "faciu iu" avrei anche potuto dormire, se mi riusciva ed invece, sveglia ! Però, pensai coricandomi, domani ... C'è da dire che io non ero ancora abituato all'idea di sporcarmi così tanto con il fatto di portare la cannula e quindi insistevo a mettere camicie e pantaloni che, inevitabilmente quasi giornalmente dovevo cambiare pur restando sempre in casa. Quella stessa sera, poi, la prima che restavo da solo, decisi di affrontare alcune difficoltà gestionali di natura persino banale come quella di lavarmi, rasarmi, curarmi le mani. Inoltre mi resi conto che non avrei potuto fare ogni giorno duecentosessanta chilometri per farmi smontare e pulire la cannula tracheostomica e che, se non la lavavo mi dava un fastidio che mi avrebbe reso impossibile dormire. Mi chiedevo come si sarebbe dovuto fare, nessuno mi diede istruzioni ed internet, allora, non era ancora così diffuso e comunque io non avevo la connessione. La mia propensione verso l'uso del computer era buona, erano anni che lavoravo con i cosiddetti CAD per la progettazione tessile, e, al lavoro, ero anche abbastanza pratico della rete, ma qui, a casa, non avevo possibilità. Tirai fuori gli aspetti creativi della mia personalità: avevo più volte visto come le infermiere ed i medici mi cambiavano le cannule e quindi si trattava di fare la stessa cosa, anche perché in dimissione mi diedero uno spazzolino lungo e cilindrico come quelli che usavano loro. Ed allora, perché non provare ? Ma mancava, comunque, un po' tutto il necessario: una forbicina, della fettuccia, un po' di crema o di vasellina, una spugna piccolina, dei cerotti, un po' di garza. Mi feci una lista ed andai con la mia Marea a fare queste compere. Rientrato in casa, aspettai almeno un'ora per trovare il coraggio di sfilare la cannula, togliere i cerotti che ostruivano volutamente il foro di respirazione e sostituirli. La cosa importante, mi rendevo conto, era quella di mantenere al massimo la calma. Così cominciai, timidamente, tagliando il nastrino che mi legava la cannula attorno al collo. Riflettevo se era saggio tentare questa operazione, che facevo per la prima volta, da solo o fosse stato meglio avere a fianco qualcuno. Mi convinsi che l'avere qualcuno a fianco mi avrebbe messo in agitazione mentre avevo bisogno dei miei tempi. Una delle grosse paure era che lo stoma, una volta tolta la cannula, tendesse immediatamente a richiudersi e quindi a renderne impossibile, a mani poco esperte, il reinserimento. Bisognava decidere, il nastrino era stato tagliato e via, la sfilai. Fui preso da una forma di panico per cui la sciacquai quanto più velocemente possibile e, senza neanche cambiare il nastrino ( pensai che eventualmente l'avrei rimesso una volta riposizionata la cannula) la reinserii in gola. Fu una cosa semplicissima, assolutamente indolore ed il sollievo, nel sentire questo oggetto pulito e fresco fu talmente tanto che decisi di aspettare un momento, tenendola con la mano e ripetere con più calma l'operazione, magari prendendomi anche il tempo di mettere il nastrino nuovo. Così me ne andai in salotto, tenendomi aderente la cannula con la mano ed a pensare al modus operandi ottimale. Mi feci tutto il film completo di regia, luci e suono del lavoro che dovevo fare: estrarre la cannula, pulirla per bene, sciacquarla abbondantemente sotto l'acqua, pensai fredda, che calda non me rendesse troppo morbida, rimettere il cordino ma in maniera da non doverlo tagliare ogni volta. Parte più difficile: detergere la pelle del collo con le garze e un po' d'acqua, curando di non farla scendere lungo la trachea ( che sarebbe andata direttamente nei polmoni )mettere un po' di crema tipo Nivea ( quella avevo comprato ) e quindi riposizionare la cannula al suo posto. L'idea geniale, il tocco di classe, lo ritenevo il fatto di bagnarla con la punta di un dito con un po' di vasellina per farla rientrare ancora più agevolmente. Tutto era chiaro e pronto tranne una questione: come passare il cordino in maniera diversa: come lo mettevano in ospedale in piedi risultava stretto, soffocante mentre a letto era larghissimo e provocava conati di vomito. Era quindi necessario trovare un sistema per potermelo regolare secondo l'esigenza del momento o della pressione che percepivo io. Così pensai che invece di passarlo prima in un occhiello della cannula e poi nell'altro, quindi fare il giro del collo, avrei potuto infilarne uno della lunghezza doppia in un occhiello ed uno in un altro ed annodare i quattro capi assieme dietro al collo. Sarebbe bastato sciogliere il nastrino dietro e riallacciarlo più stretto o più molle secondo il momento e l'esigenza. Il tutto era più facile pensarlo che farlo ed ero anche un po' preoccupato, sinceramente. Partii e feci tutto secondo il copione che mi ero studiato a tavolino e stampato in testa passaggio per passaggio. Alla fine fu pure molto più semplice di quello che avevo ipotizzato, ma i santoni dell' ospedale sembravano mettere una professionalità mistica per i cambi cannula che erano prerogativa dei signori medici e raramente e solo su autorizzazione specifica degli infermieri. Mi domandavo se potevo aver creato danni di qualche tipo, soprattutto all'interno della trachea, dove non potevo vedere, ma riflettei che se non avevo sentito dolore, non ne sentivo tuttora, non avevo avuto sanguinamenti di sorta, le cose erano andate correttamente. In ospedale, l'unica volta che avevo chiesto di fare la doccia mi avevano guardato come si guarda un eretico pronto per la lapidazione. Ma io volevo lavarmi, fare una doccia con calma, tonificante, rilassante. Avevo solamente la doccia in casa e non la vasca da bagno. In compenso avevano installato un lavatoio. Finita l'operazione cannula, tornai in divano a pensare all'operazione doccia. Pensai che l'acqua tende sempre ad andare verso il basso e che quindi, se io avessi tenuto il collo parallelo al piano del lavatoio, l'acqua avrebbe dovuto andare verso l'alto per entrarmi in trachea, a meno che io non inspirassi e la inalassi. Chiudendo in maniera quanto più sicura l'apertura della cannula e curando di tenere la testa orizzontale, avrei "sicuramente" potuto lavarmi i capelli. Il problema era che il lavatoio aveva un rubinetto e non una doccetta, allora presi una bottiglia di acqua minerale, di quelle da un litro e mezzo, di plastica per utilizzarla per attingere l'acqua dal rubinetto e versarla perpendicolare sulla testa. Ripetei l'operazione di scrivere, coreografare e musicare il nuovo film. Per questa operazione mi bastavano una bottiglia, presto recuperata in casa, ed un po' di shampoo che ovviamente avevo. Turai per bene la cannula, la legai molto stretta ad evitare infiltrazioni e poi cominciai a far arrivare l'acqua calda. Anche questa operazione andò a buon fine .. stavo cominciando a riprendermi la mia autonomia .. paradossalmente mi bastavano questi piccoli gesti per sentirmi nuovamente attivo, vivo, costruttivo, inventivo e pure saggio, anche se poi mi fu addebitata incoscienza e temerarietà. La sera stessa e poi per tutto il giorno mi sentii un'altra persona, ma alle 8, puntuale, arrivò "faciu iu", il suo odore si sentiva già dal portoncino di ingresso del piano terra, la casa, comunque, l'avevo ventilata quando se ne andò ieri sera ed oggi poteva forse sopportare una nuova aggressione. Stamattina ero più determinato a farla lavorare, io tiranno, ma lei scansafatiche, accidenti, l'accordo era che avrebbe fatto la colf, non la vita comoda davanti al televisore. Non prese macchia, come l'oro, entrò, salutò ed andò in divano .. ma a fare cosa ? ad aspettare che le portassi il caffè ? Invece del caffè portai l'asse da stiro ed un pacco di biancheria lavata ed asciugata confidando che avrebbe capito. Si ma si dice a buon intenditor poche parole, ma anche che non c'è peggio cieco di chi non vuole vedere ed infatti lei l'asse da stiro non lo vide proprio. Io ero sempre sotto effetto di tranquillanti, ma lei riusciva a snervarmi; mi misi io a stirare, accesi il ferro, lo caricai d'acqua e lei solo a quel punto si alzò dal divano e mi disse "faciu io"  pensai che finalmente avesse capito ma subito dopo  disse "dopo". Mi caddero le braccia e comunque decisi che non avrei stirato. Alla fine dalla sua trasmissione si mise a fare qualcosa, con una svogliatezza che deprimeva al solo vederla. Così era per tutto, pulizia in casa, spolverare, lavare i piatti, magari quelli con i quali si era mangiato insieme, mica dico quelli che sporcavo io.... La trovavo insopportabile, per quanto cercassi di giustificarla socialmente disadattata non riuscivo a concepire una persona tanto abulica. Arrivai a pensare che il suo puzzo di sudore dipendeva dl non voler fare la fatica di lavarsi. Comunque io non avevo voglia di mettere in discussione la sua presenza in casa: questa costituiva, secondo l amia famiglia la garanzia che io non avrei fatto sciocchezze, che sarei stato assistito, aiutato e tutto il resto. Questo non era assolutamente vero ma avrei rischiato di compromettere un delicato equilibrio raggiunto a fatica, una situazione di compromessi tra le mie esigenze e le attività professionali dei miei fratelli e di mio figlio. L'accordo prevedeva che sarebbe rimasta da me fino a fine marzo e così misi l'anima in pace che tanto ad aspettare e sopportare mi ero vaccinato in ospedale. Così decisi di aspettare la naturale scadenza del contratto decisamente intenzionato a non rinnovarlo a nessun costo anche perché si trattava di un esborso che non potevo permettermi. Il colmo della mia sopportazione, credo di ricordare perché di eventi ce ne furono moltissimi, fu quando si fece raggiungere per ora di pranzo da un suo amico. Questo veramente non lo sopportai e mandai entrambi fuori di casa, a pranzo a casa loro o dove avessero desiderato. Più volte, poi, da quel giorno, decisi di andarmene di casa ad ora di pranzo per mangiare in pace almeno senza innervosirmi. Arrivò anche la fine del mese, saldai mio malgrado e con molta stizza ilmio debito ma chiusi il rapporto.

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