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Le spese per casa

Dovevo anche mangiare qualcosa e pensare a iniziare a gestire nuovamente la mia casa da uomo solo quale ero anche se la cosa mi spaventava infinitamente perché non avevo la forza, l' energia per farlo. Ovviamente ero stato invitato ad andare a vivere per un periodo a casa dei miei genitori, dai fratelli, ma il mio orgoglio  mi imponeva di restare li e di raddrizzarmi a tutti i costi. Così uscivo, andavo a farmi due spese alimentare, qualcosa da bere, da pulire, insomma le normali compere che si fanno per vivere in casa. Il dramma era quando si trattava di portare la spesa in casa: il mio appartamento era solamente al primo piano, per fortuna, e la scala era una sola, pochi gradini, quindici, per l'esattezza oltre ai quattro esterni. Salire quelle scale con il peso della spesa era per me impossibile e quindi dovevo frazionarla in più sacchetti ma anche le scale erano faticose e quindi dovevo trovare il giusto compromesso tra il peso da portare di volta in volta ed il numero di "viaggi" che avrei dovuto fare. Ricordo bene la confezione di acqua minerale, quelle da sei bottiglie da un litro e mezzo col nylon che le avvolge e riunisce. Tirarle fuori dalla macchina era stato facile, tutte assieme, ma salire le scale con nove chili per mano era impossibile, allora arrivai a definire che il massimo che sarei riuscito sarebbe stato di due bottiglie alla volta. Avevo acquistato du confezioni, per avere scorta in casa, ma dopo aver fatto i tre viaggi ed aver portato su le prime sei bottiglie, scoppiai in un pianto dirotto perché l'energia era finita e non sarei riuscito a portarne su altre, almeno per quel giorno o quel momento. Pensai che per fortuna avevo dato la priorità alle mie mercanzie deperibili come frutta verdura, formaggi e che bravo che ero stato a mettere tutto a posto man mano che salivo perché adesso non avrei avuto neanche quella forza. Mi rendevo conto di cominciare a vivere una vita da imboscato in casa: mi vergognavo della mia condizione di indigenza, di indifferenza, della mancanza di desiderio di socializzare. Arrivavo a parcheggiare la macchina sotto al portico di casa e, se c'era qualcuno sulle scale, ad aspettare che salisse o uscisse per non incrociarlo: quando mi guardavo alo specchio mi facevo pena da solo, non era auto compassione ma una fredda analisi di come ero ridotto, scarno, scavato in viso, gli occhi  profondi, magro, denutrito, rattristato. Una sera, proprio guardandomi allo specchio per fare toilette, ascoltavo la radio, come mia abitudine in bagno, e diedero la notizia di una ragazza morta di arresto cardiaco a causa dell' anoressia. Fu una miccia perché anch'io non riuscivo più a mangiare ed il mio deperimento organico era a livelli di palpitazioni cardiache molto forti dalle quali riprendersi era realmente difficile. Meditai su questa morte come se mi riguardasse molto da vicino e pensai che tutto sommato non avrebbe dovuto essere un brutto modo per  lasciare questa esistenza tanto difficile e dura. Eppure, ero sempre stato positivo, allegro, gioioso, vitale ... Dio Santissimo com'ero ridotto ! Una mattina, di sabato che era il mio giorno del ferro da stiro, cominciai a stirare, come al solito, prima le cose "facili" come i corpetti, i boxer, le maglie, poi un po' più delicate, come i pantaloni e quindi le più antipatiche, come le camicie. Ma erano veramente tante, ne contai dodici. Lo sconforto scese nel mio cuore ... era vero che avevo fatto scorta di camicie per non trovarmi a non sapere cosa mettere la mattina, ma evidentemente il sabato precedente non le avevo stirate, accidenti a me ! Ma dodici erano veramente troppe, dopo le prime due cominciai a riflettere che se mi ci volevano una decina di minuti ciascuna, sarei stato impegnato per cento minuti, quasi due ore di ferro da stiro ... impossibile, ero già sfinito solo a stare in pidi davanti a quell'asse maledetta. Decisi allora di ricorrere alla stireria, a mali estremi, estremi rimedi, come si dice. Portai il pacco di camicie ad una lavanderia vicina a casa con la richiesta di prepararmele quanto prima possibile, mi dissero che per sera sarebbero state pronte, mi chiesero se le volevo piegate o su attaccapanni ed io optai per piegate. A sera andai a ritirare il malloppo, trenta euro di stireria, accidenti. E va bene, pensai, una volta ogni tanto si può anche fare, alla fine mi sono risolto un bel problema e chissà se gli altri noteranno la stiratura professionale confrontata con la mia da povero uomo solo .... Delusione profondissima, direi sconfortante: le camicie erano stirate in modo indecoroso, se le avessi stirate io così, ci avrei messo mezz'ora a farle tutte altro che cento minuti, in trenta le stiravo anch'io in quella maniera ! La mia condizione, considerato il sabato sera e che i negozi di domenica non erano aperti, non mi permetteva di predisporre una contestazione sul lavoro eseguito da cani, quindi mi passai la serata a ripassare le camicie e riassettarle al meglio di come comodava a me, giurando a me stesso che non avrei mai più buttato nel vaso delle immondizie del denaro a quello scopo. Ma si sa bene che risolto il problema per un sabato, lo stesso si ripropone il sabato seguente ed il sabato dopo ancora e poi sempre, mica le camicie le stiri una sola volta per tutte .... Evidentemente neanche il sabato seguente ebbi voglia di stirare perché di li ad una quindicina di gioni mi ritrovai punto e a capo. Allora decisi di tentare un'altra strada, per me più deprimente e soprattutto che mi metteva allo scoperto: chiedere alla mia vicina di casa se me le avrebbe potute stirare. Sapevo che già stirava a casa per altre persone, per arrotondare le entrate familiari e che faceva anche le pulizie in casa altrui quindi mi sentii quasi un "datore di lavoro" o almeno, così giustificai a me stesso la richiesta. Quando salii mi ricevettero entrambi con molta partecipazione per la mia malattia e per la mia solitudine, e la Signora mi propose di stirarmi le camicie a titolo di amicizia. Ovviamente rifiutai ma la sua insistenza, e quella del marito furono talmente disinteressate e gentili, che mi fecero scoppiar in un pianto dirotto durante il quale dissi delle cose mie privare che poi mi pentii di aver riportato all'esterno, non tanto perché offensive o altro verso qualcosa o qualcuno, quanto per la riservatezza che avevo fino ad allora riservato alla mia storia. Per un brevissimo periodo trovai questo sistema molto comodo: io portavo le camicie lavate al piano di sopra, dentro un sacchetto e poi, alla sera, me le ritrovavo fuori dalla porta di casa, dentro uno di quei sacchetti grandi da pizzeria, piegate e stirate alla perfezione. La cosa, però, non poteva funzionare: io ero abituato ad usare sempre camicie, fino dai tempi in cui mi era stata imposta la cravatta, ma la mia condizione di tracheostomizzato non me lo poteva più permettere: se avessi voluto restare sempre in ordine e pulito, avrei dovuto cambiarmi più di una volta al giorno, almeno di camicia, considerato che non riuscivo a trattenere correttamente ne le sbavature dalla bocca ne, tantomeno, quelle dalla cannula. Avrei dovuto pensare ad una soluzione alternativa, molto più rapida e veloce, che mi permettesse i cambi senza particolari problemi di riassetto dei capi di abbigliamento.

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