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Il mio rapporto con gli alcolici

E' stato uno dei grossi problemi che hanno turbato la mia esistenza. Credo che il problema sia insorto - e non cerco con questo giustificazioni - quando mi resi conto che la mia famiglia stava andando allo sfascio per via dell'innamoramento di mia moglie per un altro uomo. Non fu solo una questione di pura gelosia ma di messa in crisi del mio esistere, le continue indecisioni di Gina tra me ed il suo amante, furono realmente un modo di distruggere me perché da una parte lei diceva che sarebbe finita a breve anzi che lo era già, dall'atra la cosa continuava attraverso corteggiamenti, manifestazioni, regali da una parte e concessioni dall'altra. Penso che non riuscisse a liberarsi del corteggiamento che razionalmente odiava, ma non riuscisse a distogliere il pensiero dal piacere che questo le procurava. Lei stessa era ed è stata per lungo tempo molto incerta, indecisa, passi che avrebbe voluto fare ma che non aveva il coraggio di fare, e passi che non avrebbe voluto fare ma che gioco forza ci ricascava. A dimostrazione di questi lunghi anni di sofferenza, posso dire che nel 1990 smisi sostanzialmente di scattare foto, fino al 2002 mentre prima di quell'anno sistematicamente scattavo una media di oltre mille fotografie all'anno. La mia serenità si era spenta nel 1988, con l'entrata in scena di Enrico. E da quella data io cominciai a trovare nell'alcool la mia consolazione. Ovviamente all'inizio non si trattò di una vera e propria patologia, semplicemente gli scambi tra di noi, sia affettuosi, sia concettuali si diradarono lentamente e sempre di più. Spesso la percepii lontana col pensiero, completamente estraniata dalla realtà familiare. Passò un periodo realmente drammatico per ma, quando fu convinta che la sregolatezza, il gioco sui sentimenti, le stranezze comportamentali fossero un corretto modo di interpretare una vita libera. Io non ritenevo che essere liberi significasse cambiare pettinatura spessissimo e riuscire a trovare ogni volta colore, forma, taglio, espressione e trucco. Ricordo che una volta venne  casa con una cresta bionda su un fondo di capelli castani e suo padre la definì "Gina brespa" che tradotto significa vespa : le dava l'impressione di una persona pungente ed aggressiva e ripetutamente la invitò ad andarsi a "mettere a posto "el gnaro" (il nido in senso dispregiativo) che aveva in testa. Ovviamente io ero felice di questa critica aperta, critica che io non avrei mai potuto fare a meno di non farmi tacciare di antiquato di geloso, di poco aggiornato, ma io sapevo anche d chi e per chi era stato fatto il taglio particolare, la meche chiara, e chi la sosteneva in queste follie: proprio un uomo di parecchio più giovane di lei che la manipolava. io di mio rispondevo cercando di rammodernarmi, di trovare anche nuove compagnie e nel 1990 mettemmo su un gruppo musicale di 4 ( poi diventammo 6) elementi, batteria, basso, chitarra, tastiera e la cosa portò un po' di aria nuova e fresca in casa, ma il problema restava, fisso, stabile, costante, quotidiano. Provai a proporle di parlarci io con quest'uomo ma mi disse che voleva arrangiarsi lei, e mi garantì per l'ennesima volta che sarebbe finita. Intanto, comunque, chiacchierando sempre meno, a tavola,la sera dopo cena, di sabato, di domenica, io, senza neanche rendermene conto aumentavo le mie dosi di acqua e vino, così, tanto per passare il tempo in silenzio. Poi, ovviamente, un bicchierino di whisky in divano. Ci fu un periodo, molto lungo, peraltro, durante il quale proprio non avemmo la benché minima possibilità di parlare perché Gina decise che era molto più comodo andare a cena da sua madre tutte le sere, pa proprio tutte, ed anche la domenica si era li. I figli preferivano andarsene a casa e spesso Sara, più piccolina, chiedeva a Marco se poteva andare con lui ed a noi se questo era possibile. Cominciai ad odiare profondamente il gioco a carte, il bicchiere sempre sul tavolo, ed alla fine la grappetta o la prugna. Ovviamente finì in baruffa per cui una sera decisi che io avrei cenato a casa e che lei poteva andare dai suoi, ma io non l'avrei raggiunta. Dovetti dare molte spiegazioni ai miei suoceri per cercare di far capire che non era con loro che ero arrabbiato, ma con mia moglie. Sabato, poi, era una giornata da incubo, per me. Definito che comunque si sarebbe pranzato a casa, finiva immancabilmente che la piccola rientrava da scuola alle 12,30, il grande alle 13,30 e Gina avrebbe dovuto arrivare verso le 14, ma ogni sabato c'era un valido motivo per ritardare per cui Marco voleva mangiare prima che arrivasse la mamma. A quel punto mi trovavo con il tavolo preparato da mezzogiorno, ad aspettare quale sarebbe stato il motivo del ritardo e distruggevo la mia mente tra i vari pensieri che si affollavano, ed intanto mi facevo compagnia  con qualche bicchiere di vino. Quando arrivava la pasta era sistematicamente scotta ma a lei non interessava molto, chiedeva a me come era andata la mattinata e manco si accorgeva di quello che potevo aver fatto, ma della sua mattinata, non ne parlava mai. Litigammo perché portò a casa un chilo di droga, doveva andarla ad analizzare in laboratorio a Verona, un sequesto della mattinata all'aeroporto, e girava senza neanche un documento giustificativo del possesso di quella robaccia, un'altra volta arrivò con tanto di quell'oro da far venire voglia di rapinarla, ma doveva andare a Vicenza presso un orafo a verificarne la purezza, ed anche stavolta senza nulla, neanche un briciolo di riservatezza. Un giorno tornò a casa con uno splendido anello d'oro, con un diamante bianco, lo portava sull'anulare della sinistra, sopra alla fede. Mi disse che era un omaggio dell'orafo vicentino. Io restai veramente male: non me sarei potuto permettere un regalo così, io, ma almeno la pregai di non nascondere la fede con quel gioiello ma fu assolutamente inutile. E bravo Enrico che si era speso un paio di milioni di lire per fare un regalo alla sua amata. La strada l'avevo trovata per annullare i pensieri, resettare il cervello, assopire la rabbia, smetterla di pensare, finire di soffrire. Un cartello in bar diceva "chi beve per dimenticare è pregato di pagare prima" ed io mi adeguavo: prima pagavo con la salute e poi bevevo ! Un giorno mi comunicò che doveva andare a Roma per un corso di aggiornamento e che sarebbe stata via tre giorni. Lei partì con l'aereo la mattina presto, dal Marco Polo, ed io, quando arrivai in zona autostrada per andare al lavoro, cambiai direzione ed andai in auto a Roma. Avevo il nome e l'indirizzo dell'albergo ed avevo deciso di verificare. Dio solo da quanto complicato è prendere queste decisioni, ma ero stufo, stanco, nauseato dalle bugie. Oggi si direbbe stalking ? Ma era mia moglie, non aveva ancora manifestato l'intenzione di abbandonarmi. Ero pentito della mia decisione, ma rimasi incerto fino al grande raccordo anulare, un po' tardi per tornare indietro. Misi la macchina in garage in centro a Roma vicino all'albergo ed andai nella hall. Mi dissero che aveva effettivamente prenotato presso di loro e che aveva anche preso la camera, ma che appena scesa aveva chiesto di essere reindirizzata ad altro hotel. Chiesi se potevo saperne il nome e mi diede l'indirizzo. La raggiunsi, all'epoca non c'erano tanti cellulari per cui per le i fu una sorpresa enorme trovarmi al rientro dall' EUR dove si era svolto il corso. In camera sua trovò, mi disse che non lo sapeva, un grosso mazzo di fiori, inequivocabilmente recapitato da Enrico, che era anche lui a Roma. Io non so se le donne sono particolarmente brave a raccontare bugie o se io sono stato uno stupido ingenuo marito, ma cresi alla favola che aveva lasciato l'altro albergo proprio per evitare le avances di Enrico, che già li le aveva recapitato i fiori. Uscimmo a cena, io con tanta amarezza, dolore .. Rientrammo a Venezia entrambi in macchina, il rientro in aereo l'avrebbe potuto recuperare. Restammo per molti lassi di tempo silenziosi era aprile. e sull'autostrada cominciò a nevicare. A casa le cose non furono certamente semplificate da queste evento ed una sera, probabilmente già mezzo ubriaco, la minacciai, minaccia ricatto classico, accidenti a me, di suicidarmi se avesse continuato la storia. Uscivo di notte in macchina a percorrere a velocità assurde strade urbane, la scarica di adrenalina mi metteva in azione, un bicchiere di whisky e a letto .. disperato fino al mattino. Quella sera non avevo voglia di uscire e quindi salii entrambe le rampe di scale che portavano alle camere e mi buttai sotto a testa in giù, finii semplicemente in ospedale con una grossa tumefazione in viso, botte dovunque ed un polso slogato. Avrei dovuto partire per Parigi il giorno seguente, per una mostra, ed invece andai al pronto soccorso. Al lavoro mi avevano già dato per assente ed invece con una reazione di orgoglio, deciso di andare il giorno seguente a terminare almeno l' allestimento dello stand e, per poi rimanere li altri 8/9 giorni. Mi rovinai il polso perché ovviamente non potei tenerlo fermo ed a riposo come prescritto. Mi diedi dello stupido da solo, stavo cercando di giustificare una mia cretinata come un incidente domestico. Nonostante questi eventi drammatici, al lavoro non si erano accorti di molti momenti miei di assenza, riuscivo comunque a concentrarmi sul lavoro che tra l'altro mi gratificava moltissimo perché mi faceva sentire veramente importante.

Ma la vera etichetta di alcolista mi fu applicata in seguito ad un vero, concreto tentativo di lasciare questo mondo: presi una scatola di sonniferi, intera, e ci bevvi dietro una bottiglia intera di whisky, ben cosciente che le due sostanze erano esplosive. Gina se ne andò a letto. IO mi svegliai dal coma tre giorni dopo. Mi dissero che mi avevano ripreso per i capelli e fui etichettato come alcool dipendente in modo ufficiale ed eclatante. Poi, passaggio in psichiatria e quindi in ospedale di riabilitazione, letteralmente una prigione. Ora il ricovero ad Auronzo, ma io non lo sapevo, era sostanzialmente la dichiarazione che ero alcolista in trattamento perché l'ospedale di Auronzo era famoso in Italia per questa sua specializzazione. E che ero ad Auronzo lo vennero a sapere cani e porci. Questo, ovviamente, influenzò negativamente e molto anche la mia immagine sociale, lavorativa, professionale, umana. Gina, inizialmente accettò di accompagnarmi e di farmi da tutor, ma dopo qualche giorno venne da me a propormi delle condizioni per il mio eventuale rientro a casa che ritenni assolutamente inaccettabili: secondo il suo progetto io avrei dovuto essere esclusivamente esecutore della sua volontà e non permettermi più di contestarla. Io mi opposi perché volli affermare che avevo una mia mente e che non intendevo soggiogarla a condizionamenti da lavaggio del cervello. La pregai di non abbandonarmi, ma le chiesi anche di lasciarmi il quel momento che ero in una struttura protetta, per assorbile il trauma, e che sarei rimasto li fino a che non fossi certo di uscirne rinato. Non ci fu nulla da fare, lasciai quella struttura dove ritenevano di avermi "domato", spezzato, piegato, insultato, reso una nullità, pochi giorni prima di Natale ed organizzammo la festa della vigilia a casa nostra, quasi a mostrare al mondo la nostra riappacificazione. Ma lei era andata avanti con l'avvocato per la separazione e mi disse che aveva fissato un appuntamento e che avrei potuto decidere se accettare una separazione consensuale e prendere lo stesso avvocato o se intendevo fare problemi, che allora avrei dovuto prenderne uno mio. Così, dal coma, ad Auronzo, all'avvocato, all'abbandono di casa letteralmente buttato fuori e troppo orgoglioso per scendere a compromessi. Presi la chitarra, le mutande, i calzini, lo spazzolino e me ne uscii di casa. Dietro la porta si è richiusa. Tornai a casa dei miei genitori, in attesa di trovarmi un appartamento nel più breve tempo possibile e li mio padre mi parlò spesso della separazione come un vero e proprio lutto, equiparabile ad una morte. E così sono raccontati circa dieci anni di vita sui ventiquattro vissuti insieme. Al rientro da Auronzo, chiaramente, avevo comunque l'obbligo di riferirmi al SERT per continuare la disintossicazione dall'alcool, ma per un lungo periodo mi parve un "gioco" riuscire a passare le visite di controllo e continuare a bere, tanto oramai ero spacciato, etichettato da tutti, cosa poteva interessarmi .. perfino al lavoro mi avevano emarginato e parzialmente tolto alcuni incarichi,  inoltre era pure arrivato un nuovo Angelo che aveva il compito di togliermi autonomia gestionale, farmi fare i costi di gestione, i budget di spesa, il calcolo del rendimento del reparto, cose che a me stavano assolutamente indigeribili considerati i punti di enorme divergenza da cui partivamo. Fatto sta che divenne mio acerrimo nemico ed io non feci assolutamente nulla per accondiscendere a quelle che ritenevo modalità gestionali assurde. In studio c'era, prima di allora, un clima molto amichevole e rilassato, all'insegna della collaborazione e del buon vivere, che venne interpretato come un modo per non lavorare, non produrre e soprattutto non dover rendere conto di nulla anche se i successi, nella mia gestione non erano mancati. Ma la mia sofferenza per la separazione non era tramontata, c'erano sempre e comunque momenti di sconforto e di alterazione come quando provai l'angoscia di desiderare di uccidere Enrico: mi passò davanti alla macchina, sulle strisce pedonali. Lui andava verso casa e non si accorse assolutamente di me, era bello, sereno, tranquillo ed io in macchina premevo sull'acceleratore e sul freno, tenendo la frizione e metà. Mi prese un'ansia, una angoscia per il sentimento che avevo provato, mai sperimentata prima tanta cattiveria, tanto astio ... Mi vergognai di me stesso, per fortuna passò anche se a me parve che ci avesse messo un secolo, e poco più avanti dovetti fermarmi, in Corso del Popolo, a riprendere animo e fiato. Ovviamente poi oltre che animo e fiato mi presi anche un Fernet Branca consolatorio, quello andava bene per quel momento, risolveva tutto, questa era diventata la mia logica !

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