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Il ricovero in psichiatria

Le cose, la mia vita stava veramente andando in rovina, la separazione, la solitudine dovuta anche al fatto che percepivo che stavo perdendo anche Milli, la tracheotomia che non mi dava serenità, il lavoro che non funzionava più in modo spensierato ma era dominato dal Dio finanziario, l'etichettatura di alcolista, il SERT, gli impegni ai quali comunque dovevo adempiere, i farmaci che mi stroncavano, mi misero veramente a terra, con quattro ruote forate. Unico rimedio che intravvedevo era il bere, una gran bella soddisfazione, anche se la mattina per andare al lavoro dovevo farmi una doccia fredda, cercare di mascherare i segni della sera e della notte, ma tanto, si dice che l'ultimo ad accorgersi di essere ubriaco è l'ubriaco stesso. La dottoressa del Sert, nonostante tutto, continuava ad avere in me una strana ed inattesa fiducia infinita. Io avevo perso i miei tutor perché mio fratello era troppo impegnato, Milli avevo voluto che ne restasse fuori considerata l'esperienza con il suo primo marito che la aveva già fin troppo esaurita ciò nonostante mi propose di fare il tutor di me stesso andandola a trovare almeno una volta alla settimana. Cominciai, anche, ma un pomeriggio, credo un sabato, non ressi alla profonda infinita disperazione che avevo in me. Avevo da tempo maturato questa ipotesi per cui mi ero fatto prescrivere, nel tempo, dal mio medico di base, diverse scatole di tranquillante per cui ne avevo veramente una scorta assurda in casa. Ricordo che sarebbe stato da assumere in gocce, ma io tolsi i dosatori e versai l'intero contenuto di tre o quattro boccette in un bicchiere ed aggiunsi dell'acqua. Il risultato fu una bevanda color petrolio, che deglutii assieme a delle buone ed abbondanti dosi di vino. Pensai che avrebbe fatto effetto con calma e dolcemente per cui mi stesi a letto e mi misi ad aspettare la serenità sulla quale confidavo. Al contrario, mi prese una agitazione profonda, un panico infernale, la respirazione divenne affannosa, io avevo ipotizzato di morire avvelenato, non soffocato. L'impossibilità di respirar mi atterriva ... non avevo scelto di morire così. Avevo il telefono sul comodino, ma non per l'occasione, da sempre dopo il primo intervento, per cui chiamai disperato Milli e le spiegai rapidamente cosa avevo combinato, accidenti a me ! Lei venne e non mi ricordo se abbia chiamato l'ambulanza o mi abbia accompagnato direttamente lei all'ospedale dove mi fecero, come mi hanno riferito, la lavanda gastrica e mi rimisero "in piedi" dopo un paio di giorni di ricovero. Ma non passai da medicina a casa, transitai coercitivamente per psichiatria. Li, e questo lo ricordo molto bene, mi fecero togliere cintura, lacci e tutto quello che avrebbe potuto essermi utile ad un nuovo tentativo di suicidio, mi sequestrarono persino l'accendino. Restai realmente in mutande per l'ispezione e quindi mi autorizzarono a mettere il pigiama ma con calzini bassi, che dovetti farmi comprare perché quelli alti e lunghi non erano ammessi. Pensai tra me che me l'ero voluta e cercata, che non potevo fare nulla, non potevo protestare o inveire se non contro me stesso e così mi misi in una situazione di stallo, di attesa degli eventi. Ero docile, mansueto, ma forse mi davano anche dei tranquillanti; si pranzava e cenava con la sola forchetta, di plastica, niente coltello, si passava l'intera giornata a contare le mosche e, ogni tanto, mi lasciavano uscire a fumare una sigaretta anche se assolutamente sconsigliata. Allora e solo allora veniva aperta la porta regolarmente chiusa a chiave e si potevano prendere dieci minuti di aria e fumo. Ovviamente fui sottoposto a numerose visite di valutazione, fui tenuto sotto controllo ma una mattina venne s mancarmi il respiro. Ovviamente mi aspettavo la colpevolizzazione per via del fumo ma ero indifferente, oramai avevano fatto di me tutto quello che avevano voluto, una in più o in meno, non mi sarebbe cambiato proprio nulla. Invece sia il 10 maggio 2003 che il 15 dello stesso mese, mi sottoposero a valutazione dell'otorinolaringoiatra che rilevò degli edemi laringei tali da obbligarmi ad assumere dei cortisonici e poi, considerato che avevo un "tirage" scarso ( respiravo male ed in modo insufficiente) decisero di trasferirmi direttamente da psichiatria a otorinolaringoiatria, con una lettera di dimissioni che mi indicava, dopo undici giorni di degenza come molto più reattivo e presente e quindi svincolabile dall'obbligo di ricovero ma vincolato a presentarmi al SERT per la prosecuzione della terapia alcologica. Trovandomi comunque in ricovero protetto, venne chiamata una ambulanza, nonostante il mese di maggio avrebbe consentito di fare quattro passi a piedi,per potarmi da psichiatria a otorino, poco più di duecento metri ma l'infermiere aveva l'ordine di accompagnarmi fino in reparto e "consegnarmi" o meglio affidarmi personalmente al primario del reparto. Ricordo che il primario di psichiatria, avvisò telefonicamente il Dott. Ferdinando del mio arrivo, raccomandandogli di tenermi sotto stretta osservazione anche psichiatrica in quanto mi riteneva ancora pericoloso, per me stesso più che per gli alti. Ma quando il Dott. Ferdinando mi riconobbe, ebbe un grande gesto di affetto e comprensione, mi prese sotto braccio e mi accompagnò personalmente al mio letto.

Il dotor Ferdinando chiese a me diversi dettagli sull'intervento fatto da Yoghi ma io gli dissi che non li conoscevo; mi chiese allora la copia della cartella clinica, che io non avevo, allora incaricò la caposala di richiederla con urgenza a Yoghi. L'infermiera, di li a poco, arrivò un po' preoccupata perché qualcuno, dell'ospedale di Yoghi aveva risposto che ci sarebbero voluti almeno quindici giorni. Fu la prima ed anche l'unica volta che vidi il Dott. Ferdinando arrabbiarsi veramente molto. Rispose alla caposala che non poteva certo aspettare quindici giorni per operarmi e chiamò lui personalmente Yoghi e gli impose minacciosamente di fargli avere immediatamente copia della struttura operatoria che non gie ne fregava niente ma che se non l'avesse avuta lo avrebbe denunciato. Io ero felice di aver sentito maltrattare così tanto Yoghi anche se poi mi domandavo cosa sarebbe successo se avessi dovuto tornare da lui. Era il 25 maggio del 2003, dal dicembre 2001 era la quarta volta che entravo in sala operatoria per interventi di un certo rilievo, non considerando quelli fatti ambulatorialmente e durante le degenze come interventi. Io penso che dovette firmare qualcun'altro i consensi informati perché non ricordo assolutamente che mi sia stato chiesto ne spiegato nulla sul tipo di intervento che mi sarebbe stato effettuato. Lo seppi bene dopo, al risveglio dall'anestesia, ritrovandomi con mia grande sorpresa nuovamente con il collo completamente fasciato, dolori alla gola, mal di testa e tutto quello che poteva esserci senza fami mancare nulla. Soprattutto un grande ad ancora nuovo stato di depressione. Non ne potevo più, percepivo realmente la mia gola fatta come una cerniera, a quel punto chiunque poteva aprire e richiudere senza fare neanche troppe domande. Non avevo fatto in tempo a guarire che già si era riaperta la ferita, e non una volta, ma ben due ! Poi il 26 maggio, un nuovo tentativo di disostruzione della trachea con il laser, ma senza un esito soddisfacente. E non era che un nuovo inizio. Fui dimesso il 27 dello stesso mese, relativamente presto, pensai ma mi misero nuovamente a riposo a casa con l'ordine, questa volta sotto controllo dell'autorità (almeno così me l'avevano posta) di recarmi al SERT, come se tutti i miei problemi potessero trovare una soluzione, pensai io. E cominciai la mia frequenza con regolarità della psicologa alcologa che, ripeto, sembrava avere molta fiducia nelle mie capacità di reazione agli eventi e soprattutto cosciente che era necessario risolvere anche molti aspetti diversi della mia esistenza. Ma non poteva essere finita, la sera quando mi coricavo ero sempre in grande ansia per il fiato che mancava, per il lenzuolo che copriva la cannula, per il silenzio che faceva inorridire e spaventare. Perfino il rumore degli inquilini sopra di me era una compagnia, anche se spesso erano rumorosi tanto da far intervenire i Carabinieri su denuncia di altri vicini. Il 5 ottobre dello stesso anno ero nuovamente in otorinolaringoiatria ancora per la stenosi laringea che non mi dava tregua. Erano passati da poco quattro mesi dall'ultimo intervento a gola aperta e nuovamente se ne prospettava uno. Questa volta però, gli cambiarono nome, la chiamarono "tracheo laringo fessurazione con posizionamento di lamina di silastic". A me non è che importasse molto come la chiamavano, so che mi avevano nuovamente aperto ... ma non ( e qui sta il bello ) richiuso. Avevo portato il sondino naso gastrico durante tutto il periodo, ma oramai ci avevo fato anche l'abitudine ma per dimettermi me lo sfilarono. Avrei dovuto recarmi una volta alla settimana, in ospedale per le medicazioni. Alla dimissione venne da me Ferdinando e mi spiegò, per bene, cosa aveva tentato di fare: non mi dava nessuna garanzia di riuscita ma mi disse anche che era l'unica cosa che credeva potesse essere utile. In sostanza mi aveva posizionato all'interno della trachea un tubo in silastic, appunto, che, invece di essere chiuso circolarmente, aveva due lamine che uscivano dalla trachea all'esterno del collo e che avrei dovuto portarla in attesa e nella speranza che riuscisse a sagomare correttamente la trachea. Un sistema apparentemente complesso ma nella realtà estremamente semplice: la ferita chirurgica restava aperta di fatto verso l'esterno ma io dovevo sistematicamente provvedere a mantenerla in posizione. Onestamente mi sembrava un sistema assolutamente empirico ma chi poteva contraddirlo ? Certo non sarei tornato dal Dott. Yoghi per una consulenza. Ma non era finita, anzi, cominciava una nuova storia, che non sapevo sarebbe diventata anche più preoccupante della patologia oncologica. Durante la degenza ebbi dei forti formicolii e torpori alle gambe e, ovviamente, fu attribuito ad una esotossicosi alcolica per cui i fu prescritto un farmaco il Tiobec. Lo ricordo bene perché diede ordine di prescrivermelo dal fondo del corridoio, urlando e, sinceramente il nome del farmaco sembrò una bestemmia, tanto che immediatamente lui stesso precisò che non era tale ma era il nome del farmaco. Fece ridere tutto il reparto. Ogni settimana andavo a farmi aggiungere qualche punto al collo per cercare di trattenere in sede la lamina. Le anestesia al collo erano talmente dolorose che arrivai a chiedere di mettermi i punti senza anestesia che era minore la sofferenza dell'ago utilizzato per la cucitura che quella provocata dalle iniezioni di anestetico. Parlavano di Luna Rossa, mentre mi operavano, interponendo commenti sulla regata a commenti sullo stato della mia gola. Ne usciva una cosa incomprensibile tipo " Non so più dove attaccarmi - Hai visto come l'ha passato nella virata alla prima boa - il tessuto non tiene più - e quando ha spiegato la vela - qui si strappa tutto " Loro, ma solo loro due fra i tre presenti erano tranquillissimi. Andammo avanti con questo stillicidio di interventi fino al 15 gennaio del 2004, data in cui decisero di ricoverarmi ancora una volta, l'ennesima, credo di essere arrivato, a quella data, con diciannove sedute chirurgiche. Avevo fatto bingo, ero riuscito a restare per un lunghissimo periodo con la mia lamina che a questo punto era quasi completamente esposta, impressionante per i "non addetti ai lavori" eppure ero riuscito a tenerla pulita, lavata, divaricandola fino a riuscire ad entrare direttamente in trachea per fare pulizia. Fu un ricovero relativamente breve, 4 o 5 giorni perché venne da me il Dott. Ferdinando, dopo l'intervento di rimozione della lamina tanto amata curata e che mi aveva dato una infinità di problemi, disturbi, asocialità, impegno e si sedette sul letto. Mi disse con molta calma che lui aveva provato questo intervento e che si rendeva perfettamente conto di quanto poteva essere costato a me tenere questa lamina in posizione ed in ordine per quasi nove mesi, ma l' operazione non era riuscita e che mi avesse tolto le lamine e non mi avesse riposizionato il tracheostoma sarei, a suo avviso, stato a rischio di soffocamento ogni giorno. Mi disse che avrebbe potuto essere sufficiente anche solamente la puntura di un'ape per gonfiarmi la gola e farmi morire soffocato e che non se la sentiva, in tutta coscienza, di assumersi questa enorme responsabilità. Era evidentemente dispiaciuto, a me venne da piangere ed anche lui si commosse, mi disse che si era illuso di essere più bravo di quello che era, ed alla fine fui quasi io a consolare lui, anche se dentro di me ero realmente sereno perché intravvedevo quantomeno il termine della infinita serie di interventi che erano stati devastanti sia dal punto di vista fisico che psicologico. Con la cannula o senza, bastava che fosse finita. A me andava bene. Ma il Dott. Ferdinando non sapeva bene cosa fosse successo durante questi nove mesi perché io, a lui, mi presentavo sempre sobrio e presente, ma ne avevo combinate di tutti i colori. A casa bevevo, avevo anche ripreso il lavoro ma con pochissimo entusiasmo perché mi avevano tolto tutta la parte relativa alla progettazione per cui ero addetto a mansioni di impiegato, e credo che il mio Angelo non aspettase occasione migliore per aiutarmi a spogliarmi della poca dignità che mi era rimasta. Caddi più volte a terra, ero pieno di ematomi, graffi, ferite botte finché un giorno mia madre non venne da me, accompagnata da mio fratello, e mi impose di andare a vivere da lei che mi avrebbe curato, medicato, seguito e nutrito. Io ogni tanto "scappavo" col pretesto di andare fino a casa a prendere qualcosa e così me ne approfittavo per farmi un goccio, ma mia madre non era stupida e sistematicamente se ne accorgeva e nello stesso tempo aveva una profonda pietà per come ero ridotto. In quel periodo, poi, Milli mi aveva lasciato, con una lettera molto sofferta chiedendomi di non cercarla fino a che non si fosse rifatta viva lei. Ero afflitto da questa sua decisione ma la ritenevo corretta, giusta, era la punizione che mi meritavo. Restai malinconico e disinteressato al mondo ed alle sue cose. Non cercai mai Milli anche se sapevo che chiamava mio fratello o mia madre per avere mie notizie, ma con me non voleva parlare. Seppi che se ne era andata in ferie da sola con la figlia piccola e a me sarebbe tantissimo piaciuto poterle raggiungere ma il rispetto che provavo per lei mi impediva di non rispettare il suo volere. Mia madre, conoscendo la mia grande passione per la fotografia, mi regalò una macchina fotografica, di quelle a pellicola perché mi disse che le mie condizioni non erano quelle di poter apprendere l'uso di quelle "moderne", computerizzate. Finalmente un giorno mi telefonò e mi disse che, se ero cambiato, avrebbe acconsentito a riprendere a frequentarmi. Non aspettavo di meglio, ma ero sempre sotto il maledetto effetto degli psicofarmaci e dell'antabuse, a lei non interessava questo aspetto quanto la mia affidabilità, che se fossi rimasto sobrio avrebbe volentieri ripreso ad aiutarmi. Colsi la palla al balzo. Durante una delle mie rimpatriate in ufficio, il Re Leon mi fece sapere che il Professor Gastone avrebbe avuto voglia di vedermi per sapere come andavano le cose. Telefonai e fissammo un appuntamento. Io quel periodo l'ho soprannominato "il periodo delle 20 20 20" perché ero soggetto ancora all'assunzione obbligatoria di dosi massicce di tranquillanti quindi 20 gocce al mattino, 20 a pranzo e 20 la sera, che mi mettevano, come detto in uno stato para vegetativo. Milli si offrì di accompagnarmi, anche perché non sarei stato in grado di arrivare a Padova da solo. Mi accompagnò fino all'ambulatorio e quindi dentro assieme a me. Il Professor Gastone era li, in piedi, imperioso come sempre, mi salutò velocemente e non mi chiese neanche come stessi, mi disse di sedermi che mi avrebbe visitato, gambe strette e bocca spalancata. Incominciò a trafficare dentro la mia gola con specchietti, tirandomi la lingua fino a farmi male, io cominciai rigorosamente a sbavare, cosa oramai abituale e lui a lavorare. Quando mi accorsi che stavo impregnando i pantaloni di saliva in modo indecoroso, chiesi se potevo mettermi qualcosa di protezione e lui quasi indignato mi rispose che di lavanderie ce n'erano una infinità che avrebbe dovuto finire la visita, che diamine ! Ad un certo punto si alzò di scatto parlò con MIli e le disse "Ho capito, ho capito, me lo riporti quando non sarà in balla". Forse non disse esattamente queste parole ma questo era certamente il senso del suo discorso. Milli tentò di controbattere che non avevo bevuto ma che erano i farmaci e lui l'apostrofò malamente dicendole di non essere tanto ingenua, e ci buttò fuori dal suo ambulatorio. Giurai a me stesso che non solo non mi avrebbe più visto ma che da quel momento lo avrei anche detestato. Le parole comprensione, capacità di ascolto, condivisione, solidarietà,  a certi livelli non esistono. Ovviamente il tutto fu riferito univocamente al Re Leon che gli diede ciecamente ragione nel'essersi comportato così.  

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