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Il rientro definitivo al lavoro

Durante la convalescenza mi ero recato più volte in azienda per avere qualche contatto e per dare un segnale di presenza, ed il quel periodo la mia Ditta si era assunta l'incarico di riprodurre in maniera quanto più rigorosa possibile, i tessuti rappresentati nei quadri di un pittore toscano del '700 di cui mi sfugge il nome. Era un progetto che richiedeva molto tempo e di sola immagine perché non avrebbe reso alcun rientro economico e quindi veniva sistematicamente rinviato a causa di incombenze commerciali più redditizie. Mi venne in mente che, in quel periodo di domiciliazione quasi obbligata, avrei potuto rilevare questi sedici progetti e cominciarne la elaborazione anche perché non avrei certamente potuto occuparmi di progettazioni destinate alla produzione restando fuori dal contatto quotidiano dal reparto commerciale. Parve una buona idea per cui raccolsi tutti i materiali necessari, dalle copie dei quadri alla carta i colori che ritenevo  utili e me li portai a casa. Lavoravo sul tavolo della cucina, rotondo, e molto scomodo per la grafica, ma quello avevo e quindi mi accontentavo. Portai con me a casa dell'acetato trasparente e dei pennarelli appositi, oltre che le tempere acriliche ed il fiele necessario alla loro soluzione per renderle adesive all'acetato. Ero molto entusiasta di avere un lavoro finalmente nuovamente utile. Il mio lavoro domestico procedeva, ma non riuscivo a capire perché, quando terminavo e mi avviavo a pranzo a casa dei miei genitori, mi girasse la testa, un malessere che mi toglieva l'appetito, mi faceva proprio  stare male. Mia madre più di una volta mi affrontò per chiedermi se avevo bevuto e nonostante io le dicessi di no, mi rendevo conto che il mio aspetto avrebbe potuto tranquillamente farglielo credere. Anche MIlli era preoccupata di questa cosa ma io non trovavo modo di giustificarla e, ovviamente, non ero creduto o meglio, mi si credeva "un po' si ma anche un po' no". Arrivai finalmente a definire cosa succedeva: per dipingere su acetato servono dei pennarelli a base alcolica, accidenti, ed i vapori, restando io molto tempo chinato sul tavolo, rotondo me li inalavo tutti ed andavano a far scattare la reazione dell'antabuse. Ovviamente cambiai materiali e invece dell'acetato presi carta traslucida ed anche pennarelli ad acqua, ovviamente. Dopo un certo tempo il  mio lavoro era a buon punto, ora avrei dovuto recarmi in azienda e concludere in quella sede, con i mezzi tecnici come computer, scanner eccetera, il mio progetto dopodiché avrei potuto mandare il tutto in fabbrica a testare. Fu una pia illusione. Mentre io avevo questi pensieri positivi, c'era qualcuno che organizzava una mia ricaduta. Mi telefonò Giuliano, il capo del personale dell'Azienda per la quale avrei dovuto riprendere a lavorare per dirmi che a livello di dirigenza, e lascio immaginare su proposta di chi, era stato deciso di togliermi la macchina aziendale in quanto io non avrei avuto più bisogno di muovermi per ordine e conto loro. Tentai di ribattere e di far presente che si trattava di un fringe benefit, in italiano, beneficio accessorio, un emolumento retributivo che mi veniva  corrisposto e riportato nella busta paga, in aggiunta alla retribuzione monetaria, che almeno avrebbero dovuto reintegrarlo. La mia forza contrattuale di quel periodo era al di sotto dello zero assoluto, la mi energia fisica ancora peggio. Mi disse di riportare quanto prima la macchina in azienda, in ordine, con entrambe le chiavi e, ovviamente, i documenti, inclusa la delega alla guida. Una mazzata in testa forse mi avrebbe provocato meno danni cerebrali. A me veniva tolta la macchina, a me che ne avevo già "consumate" nove a forza di scaricare chilometri per gli interessi dell'Azienda, che non avevo alcun dubbio ad affrontare viaggi di millequattrocento chilometri pur di sopperire a mancanze altrui e garantire il buon svolgimento di una mostra, a me che per semplici questioni di feeling riuscivo a salire in macchina a Caserta alle dieci di sera e guidare tutta la notte per essere a Venezia la mattina seguente, pronto per lavorare che al riposo ci avrei pensato. A me, che non avevo mai scaricato un solo litro di carburante se non regolarmente acquistato, che non ero mai stato ripreso in vent'  anni per scarsa manutenzione del veicolo, che trattavo la macchina aziendale come mia, a me che la lavavo a casa, perché restava più in ordine e curata. Per vent'  anni  gli era andato bene, e adesso, di colpo basta. Ero inferocito, mi sentivo umiliato, tradito, truffato .. ma chi aveva deciso questa assurdità, chi si era permesso di sbattermi fuori in questa maniera subdola, per telefono, poi, senza neanche attendere il rientro e dirmelo in faccia. La mia dignità mi impose di raccogliere le mie cose dalla macchina, portarla a lavare dentro e fuori, ed obbedire. Avrei potuto portarla com'era, ma mi rendevo conto che l'avevo usata come tracheostomizzato e quindi c'erano molte tracce di sporco che non erano propriamente decorose. Ovviamente non era nelle mie priorità tenere pulita la macchina in quel periodo. Sinceramente non so come guidai per andare in azienda so solo che ci arrivai assolutamente fuori di me. Nello scendere dalla macchina inciampai e battei pesantemente il gomito sull'asfalto. Il sangue usciva e la camicia si era appiccicata alla ferita. Salii le scale per raggiungere l'ufficio di Giuliano e, nonostante la cannula ed il respiro affannato, feci le scale a due gradini alla volta. Entrai nel suo ufficio senza bussare e gettai senza dire neanche una parola le chiavi, ed il raccoglitore dei documenti sulla sua scrivania. Credo di avere fatto parecchio rumore perché ci raggiunse subito Lucia, una mia ex collega che tentò di portarmi soccorso al braccio e con dolcezza mi disse "vieni che almeno ti medico". Risposi malamente. Giuliano mi disse di sedermi che mi avrebbe spiegato, gli risposi che la macchina era dell'Azienda e che se la rivoleva indietro era nei sui diritti e che non avevo nulla da aggiungere. Tentò di chiedermi se volessi essere riaccompagnato da qualche parte ed io non gli risposi, presi la porta e, sbattendola, me ne andai. Non era tanto la macchina che mi bruciava, ma il tradimento. A parole solidarietà, affetto, stima, ma i fatti smentivano evidentemente. Camminai a lungo, inebetito, stordito, confuso, dovevo trovare un mezzo per rientrare a casa, mica potevo farmi quindici chilometri a piedi. Mi fermai su di una panchina a riflettere e cercare di recuperare il fiato che mi mancava. Riuscii a respirare a fondo, a rendermi conto che ero in uno stato che se mi avessero fermato degli agenti di polizia mi avrebbero chiesto da dove proveniva tutto quel sangue. Conoscevo bene Marghera e quindi mi diressi verso una piazzetta dove sapevo esserci una fontanella. Mi accorsi, camminando, che oltre al gomito mi ero sbucciato anche il ginocchio perché il sangue era filtrato attraverso i jeans. Per mia "fortuna" viaggiavo sempre con molti fazzoletti in borsello, fino ad allora mi erano serviti per la pulizia e l'igene dello stoma, ma quel giorno li usai tutti per riassettarmi e darmi un minimo di contegno. Mi tolsi la camicia e lavai la manica e grossolanamente tutte le macchie di sangue quindi passai alla ferita del gomito che cercai di pulire anche dai sassolini impiantati sotto cute. Risciacquai abbondantemente il viso e feci, per quanto mi dispiacesse, la toilette della tracheostomia in pubblico. Temevo che un pubblico invadente si sarebbe fatto vicino per chiedere, per "indagare" ed invece mi resi conto che la mia situazione non interessava a nessuno. Meglio così, pensai, mi avranno preso per un barbone che si lava alla fontana .. ne ho passate di peggiori. Di li mi avviai verso la stazione dei treni perché mi pareva di ricordare che partisse un autobus che portava a casa mia, o comunque, almeno, dalle mie parti. Feci la strada con calma, camminando piano e confidando di asciugarmi un po' mentre andavo alla fermata. Ero uno zombie camminavo senza rendermi conto, come un automa, un robot con il navigatore. Feci il sottopasso della stazione e non mi curai minimamente se qualcuno mi avesse osservato, commentato o altro, non mi interessava, potevano pensare quello che volevano, che ero ubriaco, che ero drogato, che ero appena uscito da una rapina, non me ne poteva importare di meno. Presi il biglietto ed il mezzo, a bordo una signora mi notò e mi chiese come stavo, le dissi che mi sentivo un uomo finito e rovinato, non ebbe più coraggio di chiedere altro, mi cedette il posto e, nonostante fosse mia l'abitudine di cedere il posto alle signore, lo accettai di buon grado: le gambe cominciavano a tremarmi e l'equilibrio era instabile. Dalla fermata dell'autobus, a casa mia c'era circa un chilometro, lo percorsi esausto e quando arrivai a casa ero letteralmente distrutto. Mi misi a letto onde evitarmi danni peggiori.

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