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Il lavoro

Proseguire con il lavoro diventava giorno per giorno più complicato: ero efficace di mattina, fino all'ora di pranzo svolgevo con naturalezza e disinvoltura tutte le mie mansioni,. oramai ridottemi dalla direzione  semplici mansioni di ufficio amministrativo. Probabilmente contribuiva molto fortemente anche questo ruolo sostanzialmente insostenibile per me che non accettavo le mie limitazioni fisiche, mi riconoscevo ancora capacità intellettive che però non venivano minimamente valorizzate, In sostanza oltre a fare una enorme fatica fisica, sopportavo anche una fortissima pressione psicologica perché il lavoro non mi piaceva e non mi interessava assolutamente più: era privo di stimoli, ripetitivo, fatto di "carte" e marche da bollo, e non avevo ne la delega di firma ma paradossalmente neanche l'autonomia di potermi acquistare, che so, dieci marche bollate e tenerle in cassetto: ogni volta dovevo andare a chiederne una all'ufficio cassa e giustificarne l'impiego. Cosa inammissibile per me che avevo gestito letteralmente patrimoni dell' Azienda. La percezione del mobbing era netta e precisa. Avevo anche smesso di mangiare durante la pausa delle tredici perché preferivo approfittare fella pausa pranzo per andarmi a  riposare in auto, ribaltando un po' all'indietro i sedili con u po' di riscaldamento. Ricordo che lasciavo il parcheggio dell' ufficio per non farmi vedere da nessuno e me ne andavo in centro a Marghera in un parcheggio, possibilmente all'ombra. Usavo il telefono cellulare come sveglia. Tra andata e ritorno "perdevo" una decina di minuti, ma almeno nessuno mi controllava. Ero seriemente convinto che chiunque mi avesse visto non avrebbe capito, avrebbe interpretato la cosa a modo suo. Passò anche l'estate, ma le cose erano ancora più complicate col caldo: uscivo dieci minuti prima delle tredici ad accendere il motore ed avviare il condizionatore al massimo in moda da trovare la macchina appena rinfrescata per andarmi a nascondere da qualche parte. L'ombra era diventata esistenziale ed a volte era necessario anche girare un po' per trovare un posto dove parcheggiare. Il martedì, poi era impossibile visto che c'era mercato rionale che occupava l'intero centro di Marghera. Decisi allora,  a fine luglio. di chiedere di poter passare ad orario ridotto, di fare cioè solamente sei ore al giorno e lavorare dalle 8 alle 14, senza interruzioni in modo da potermi andare a riposare adeguatamente e soprattutto dopo aver mangiato qualcosa. Ovviamente a partire dal primo settembre in modo da non perdere la retribuzione "piena" di agosto. Non vi furono particolari problemi, anzi, direi che stavo proponendo all' Azienda una riduzione anche di retribuzione e questo alla direzione non dava più di tanto fastidio. Unica condizione che venne posta fu che l'orario cominciasse alle 8,15 e terminasse alle 14,15, ufficialmente per poter incontrare i colleghi al rientro dalla pausa pranzo, ma mi rendevo conto che era un sistema per  controllare che io non me ne andassi prima, considerato che non timbravo cartellini di presenza da almeno vent'anni. Ma all'epoca ero "in auge", non ero un dipendente da rottamare, un peso da eliminare o meglio, un malato inutile. Dopo qualche mese, considerato che in azienda tirava vento di crisi, mi venne comunicato che si erano "aperti" dei varchi per il prepensionamento. La cosa non mi disturbava affatto perché il lavoro non mi interessava proprio più, la fatica per mantenere il posto era sempre più grande ed alla fine ero anche sceso come stipendio quindi accettai di informarmi sulla questione. Mi accompagnò una collega presso un patronato, su appuntamento, mi chiesero l'autorizzazione a visualizzare l amia cartella dell' INPS e l'operatrice del CAF mi confermò che con trentasette anni di anzianità, la patologia oncologica avrei potuto andare in pensione anticipatamente, ma in stato di mobilità per tre anni, tanto, mi dissero, non sarei stato chiamato da alcuna azienda. Presentai i documenti per essere iscritto alle liste di mobilità e definimmo che entro il 28 Febbraio dell'anno successivo, sarei stato messo in prepensionamento. L'atteggiamento che avevano assunto in azienda nei miei confronti era a dir poco allucinante, l'indifferenza più totale, potevo esserci o non esserci, per loro era la stessa cosa. Da gennaio, a fine febbraio, decisi allora di riordinare tutti, ma veramente tutti i documenti che avevo prodotto negli ultimi 5 anni di lavoro, con calma, riflettendo su ciò che facevo e come lasciavo le consegne della mia vita professionale. Il giorno 28 Febbraio 2010 me ne sono andato, ho salutato quei pochi amici che ritenevo tali, e sono uscito dall' azienda e dal mondo del lavoro. Qualcuno poi si è fatto vivo chiedendomi come mai me ne fossi andato senza salutare nessuno, senza dare una festicciola, un incontro di arrivederci; a queste persone ho risposto che non ero più interessato ad alcuna forma di incontro con l' Azienda, le persone, la direzione se non a quelle che mi erano rimaste amiche. In breve non ho più ricevuto alcun messaggio, solo il Presidente, sempre lui, il "vecchio" a Natale, ancora oggi mi manda gl auguri e l'invito a partecipare, da ex dipendente, al pranzo di fine anno, ma credo che gli mettano alla firma un certo numero di biglietti che lui autentica come suoi anche senza leggerli ... un lavoro di pubbliche relazioni.

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