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Il marciapiede

Nell'Aprile del 2011, decisi di intraprendere quello che sarebbe stato, ma non lo sapevo certamente, il mio ultimo lavoro fisicamente molto impegnativo. Ero determinato, volevo rinascere come persona, come uomo, come lavoratore. Sapevo perfettamente che il marciapiede a casa dei miei genitori era messo veramente male, aveva gradini dovuti al dissesto del tempo, crepe, buchi, e perfino i gradini di ingresso alla casa non erano tutti alti e larghi uguali, la cosiddetta alzata e pedata e, nello stato di salute dei miei genitori, lo consideravo già da tempo un habitat pericoloso, soprattutto adesso che la mamma si muoveva solo con il carrellino ed era già caduta tre o quattro volte. Così una mattina mi sono presentato li, con la pompa ad idrogetto, listelli, cemento da livellare ( manto autolivellante ) ed ho cominciato i lavori tra le critiche e le contestazioni di mia mamma che mi vedeva troppo impegnato, considerata la mia cannula, la mia respirazione forzata ed i miei disturbi neurologici. Le ho "chiuso la bocca" affermando che quella, da 58 anni era anche casa mia e che forse, dopo la loro dipartita sarebbe tornata mia e quindi avevo il dovere di mantenere in ordine la mia teorica proprietà. Ovviamente lo scherzo era stato accettato come tale e la mia volontà, come sempre con i miei genitori, aveva il sopravvento. Ho lavato per bene il fondo e dato la "mano di preparazione, una specie di adesivo. Quindi sono partito con i listelli di livellatura, il posizionamento delle  barre di dilatazione, la struttura delle nuove alzate e pedate, il taglio del cancello e avanti. Era caldissimo ed io sudavo come una grondaia durante un temporale estivo. Ogni tanto mia mamma scendeva a propormi qualcosa da bere ed io le rispondevo sistematicamente che bevevo meglio direttamente dalla fontana che dal bicchiere, a causa dello stoma. Mi sono presto reso conto che non si trattava di stendere un paio di centimetri di livellatura ma che era necessario molto ma molto di più per ottenere un lavoro ed un marciapiede omogeneo, calpestabile e quindi la mattina, alle sette e trenta passavo ad acquistare i materiali, sacchi di livellante, per continuare il lavoro della mattinata. Mi ero imbarcato, come si dice, in un lavoraccio ma oramai non potevo e non volevo assolutamente ritrarmi. Ogni mattina che passavo dal rivenditore di materiali edili, mi sembrava che i sacchi di cemento pesassero di più, che impastare i materiali fosse sempre più faticoso, mi sembrava perfino che anche gli utensili elettrici che usavo facessero più fatica. Io ero determinato ad arrivare alla fine, ma arrivavo a casa distrutto, non mangiavo neanche e me ne andavo a riposare. Cominciò a preoccuparmi un po' il fatto che, asciugando il sudore durante il lavoro, sentivo degli ingrossamenti al collo. Non volevo darci peso, nessuna importanza, alla fine per me erano solo due bozzoli, magari, speravo o mi auto convincevo, di nessuna importanza. Così, nel mese di agosto, ovviamente, mi misi a cambiare il radiatore della cucina, erano anni che mi ripromettevo di farlo ma non avevo mai avuto la voglia perché tutto sommato funzionava, non perdeva, ma era "quello vecchio" riadattato dopo i lavori in casa; l'avevo ordinato già qualche tempo prima  e adesso avevo anche imparato a saldare i tubi di rame con lo stagno e quindi volevo dare un aspetto più rifinito alla cucina. Mi misi a rompere il muro per togliere le vecchie staffe e a scanalare per far passare i tubi nella nuova posizione. Milli ogni tanto entrava in cucina e mi dava un'occhiata di compassione, lei si rendeva bene conto che stavo "espiando" un m,io senso di impotenza, di mancanza di forse e non lo volevo ammettere ne a me ne agli altri. Alla fine ottenni anche un lavoro decisamente professionale, saldati tutto, feci il nuovo impianto elettrico, intonacai nuovamente il muro, stuccai e dipinsi. Alla fine, fatte le pulizie finali, Milli entrò in cucina, osservò con calma il lavoro ultimato e disse "non credevo che ce l'avresti fatta" e certamente non alludeva alle mie possibili capacità, che conosceva bene, ne alla mia tenacia, si riferiva alle mie forze, alle mie energie che lei vedeva bene stavano consumandosi. La "casa" intesa come ambiente nel quale si vive, si dorme, si mangia, si vive, ci si arrabbia, ci si ama io l'ho sempre vissuta come un luogo quasi sacro, proprio per le storie che i muri raccontano. Non sopportavo assolutamente che l'acquedotto portasse in casa un'acqua durissima, piena di calcare che rovinava sanitari, rubinetteria, guarnizioni, il box doccia, il lavello in acciaio ed era soprattutto quasi imbevibile. Pur avendo messo dei filtri anticalcare a monte della lavatrice, del gasatore dell'acqua i cucina, tutti gli impianti si riempivano di calcare insopportabile e soprattutto di impegnativa rimozione e manutenzione. Decisi, allora, di porre a monte dell'intero impianto di casa, all'uscita dal contatore, ma in appartamento, un addolcitore professionale. Milli non era d'accordo, ma non per la spesa o per il lavoro in se, quanto perché riteneva che io mi stavo sovraccaricando di lavori per i quali non avrei potuto sopportare lo sforzo. Io ero, al contrario, convintissimo che se mi fossi adagiato, mi sarei fermato del tutto. Percepivo perfettamente la fatica e le difficoltà ma insistevo sulla mia teoria e cioè che insistendo avrei ritrovato energia e volontà di vivere. Avviai la mia opera, e come al solito, si comincia con il rompere il muro, saldare tubi, collegare, inserire filtri, impianto elettrico, scarichi di lavaggio, un lavoro che mi avevano preventivato oltre mille euro ma che io, da vero "fai da te e fai da solo" avevo deciso di farmi. L'installazione di questo apparecchio richiedeva l'ispezione e l'omologazione da parte del fabbricante e quindi, a lavoro finito, lo chiamai. Mi fece notare che due dettagli dello schema di montaggio erano stati omessi e mi invitò a sistemarli e di mandare una mail con le fotografie delle variazioni. Lo feci e per me era a posto. Restava poi da concludere il lavoro costruendo dei mobili su misura a coprire il tutto in maniera decorosa, e con l'occasione mi impegnai a rinnovare l'intero arredamento del corridoio d'ingresso con dei mobili comprati al grezzo e che verniciai io. Già da tempo io e Milli avevamo pensato al matrimonio, per vari motivi, sia per gli aspetti legali del nostro rapporto, sia per l'amore che oramai, dopo oltre dieci anni di convivenza, potevamo ritenere consolidato. Ci piaceva molto anche l'idea di dare una festa ed una ufficialità, seppur ce ne fosse stato bisogno, al nostro convivere, smetterla di presentarci come "compagni" ed iniziare una vita come marito e moglie. Mentre facevo questi lavori, quando appoggiavo la mazzetta ed il saldatore, riuscivo anche a pensare alle partecipazioni, alla lista di nozze, ai documenti per il matrimonio, agli inviti, al ristorante, al viaggio di nozze, insomma, a tutte quelle cose a cui normalmente si pensa da giovani e non da oltre cinquantenni. Comunque era divertente verificare l'energia e la gioia che portava intorno a noi la nostra decisione: l'entusiasmo era un po' da parte di tutti, come ritornare bambini. Le cose erano fatte con gioia, le bomboniere, gli inviti, le partecipazioni fatte in casa, lavorando in salotto. Io alla mia visita proprio non ci volevo pensare. Poi una mattina mi decisi, andai a trovare il medico di base, a fargli vedere i miei due ingrossamenti del collo. Lo vidi subito un po' preoccupato, ma era logico, secondo me, e quando mi propose di fare una ecografia di controllo lo trovai assolutamente logico, considerati anche i miei precedenti oncologici. Mi mise anche la priorità, da eseguire entro dieci giorni, ma io continuavo a non preoccuparmi, era convintissimo che si sarebbe risolto tutto in una bolla di sapone e di ansia inutile. Con l'occasione dell'eco collo, mi feci anche prescrivere una visita di controllo, un ecocolordoppler, agli arti inferiori, che continuavano a darmi noia. Il 12 Agosto del 2011 feci entrambe le indagini.

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