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La seconda parte del viaggio di nozze

Ci mancava ancora molto da visitare prima del rientro ed avevamo deciso di rispettare, seppur con molta flessibilità, il nostro programma di viaggio e quindi ci avviammo verso Terragona, altra città storica della Spagna, continuava il nostro percorso di camminate infinite lungo mura, smerli, strade, città ordinatissima e molto ben organizzata, con un bellissimo mercato all'aperto nella piazza principale ed una veduta splendida sul mare. Qui ci siamo fermati una sola notte, vicino ad uno stadio enorme in costruzione, come in costruzione era tutto il resto della Spagna, dalle autostrade alle infrastrutture, alle metropolitane. La stanchezza e la difficoltà nella respirazione cominciava a farsi sentire in maniera più pesante ogni giorno, avevo più spesso momenti di scoramento e di paura di non farcela a portare a termine quest'impresa che mi coinvolgeva sia dal punto di vista fisico che quello emotivo. Una notte e poi partenza, chilometro su chilometro, fino a Valencia, altra città che decisamente meritava una visita, con il suo enorme mercato coperto, pieno di luci e di colori, di frutta di tutti i tipi, di pesce di legumi, verdure carni, tutto sembrava dovesse venire regalato, le varie fontane tutte rigorosamente funzionanti con i loro lanci d'acqua verso il cielo. Strade stradine, camminate ancora infinite, piazze che si aprivano su grandi viali e finalmente siamo arrivati alla Plaza de toros, l'enorme arena, una delle poche ancora in cui si combatte il toro fino ad ucciderlo ed i muri introno erano tappezzati di immagini di grandi e famosi, ma solo per gli appassionati, toreri. Passeggiando, la mattina seguante al nostro arrivo, siamo passati attraverso un giardino pubblico dove avevano allestito una gara di cavalli da traino, espressioni di potenza pura: i cavalli dovevano trainare dei carretti carichi di sacchi di sabbia, su una carreggiata anch'essa fatta interamente di sabbia. Uno spettacolo nello spettacolo urbano, una gara antica su chi era il proprietario del cavallo da traino più potente. Solo a vedere lo sforzo di questi poveri animali, a me mancava il respiro, ciò non ostante, la mia enorme voglia di fotografare non veniva meno e questo mi entusiasmava anche perché mi rendevo conto che più restavo attivo, meno soffrivo. Anche in questa città il grande Calatrava aveva lasciato un segno importante e proprio sul ponte che lui aveva voluto, siamo stati colti da un improvviso e violento temporale. Senza troppo esitare, sono riuscito a catturare un taxi e Milli, assolutamente contraria a questo tipo di spese inutili, senza obbiettare è salita al volo con destinazione l'area espositiva, tutta modernissima e grande capolavoro di Calatrava: un complesso enorme, gravido di significati intrinsechi con le sue architetture tese verso il vuoto, plastiche come il vento, possenti come montagne la "Ciutad de las artes y las ciencias". Il giorno seguente visita alla cattedrale, la piazza, ed io cominciavo a dare segni di cedimento: ad un certo punto della mattinata ho sentito l'assoluta esigenza di fermarmi a prendere qualcosa da bere seduto ad un tavolino di un bar a riposare e riprendere il fiato. Mi facevano male queste pause perché mi davano il tempo di rattristarmi ed incupirmi e mi dispiaceva infinitamente perché Milli sistematicamente si accorgeva del mio stato d'animo. Mentre stavamo seduti tranquilli al bar in un angolo della piazza abbiamo sentito, da lontano, arrivare una serie di scoppi, sempre più forti, poi silenzio e poi ancora scoppi. Ci domandavamo cosa potesse essere perché i suoni erano scanditi da un ritmo lento ma continuo. Ci siamo alzati dal nostro tranquillo angolo per andare a vedere, incuriositi da tanto frastuono. Eravamo capitati, del tutto casualmente, nel bel mezzo di una ricorrenza durante la quale le forze nemiche venivano scacciate dalla città. Non avevamo capito di quale festa si trattasse, ma a turno un gruppo di una quarantina di uomini caricavano i loro fucili con un mezzo pugno di polvere da sparo, la pressavano e poi, ad un certo segnale del capo, sparavano tutti contemporaneamente. Passava quelche minuto e, arretrando, sparavano con le stesse modalità anche le truppe in ritirata. Il tutto si svolgeva lungo un viale con alti palazzi laterali e l'aria, entro breve, era diventata gravida di polvere da sparo combusta, fumo, odore acre ed irrespirabile ma la mia testardaggine nel voler documentare tutto, mi impediva di venire via da quell'inferno. Sono venuto via alla fine, quando dopo tutta una serie di scaramucce di circa mezz'ora, ero proprio alla fine delle mie energie e le comparse cominciavano già a svestirsi scrollandosi di dosso tutta la polvere che avevano accumulato nel corso della manifestazione. Solo a quel punto abbiamo, o meglio ho accettato il consiglio di Milli, deciso di allontanarci ed andare a cercare aria più fresca e pulita. La città consentiva delle splendide passeggiate tranquille anche in mezzo al verde e fontane sempre attive e rallegranti con il loro getti. A sera abbiamo raggiunto l'albergo, decisamente sfiniti entrambi ed io sentivo l'assoluta necessità di fare una toilette profonda del mio apparecchio respiratorio perché era ancora intasato dalla polvere del mattino. Abbiamo allora deciso di cercarci un posto, per la cena, vicino all'albergo per poterci disporre poi ad alzarci presto la mattina per proseguire il nostro viaggio verso Madrid. Facendo il giro dell'isolato abbiamo trovato un ristorante con luci molto soffuse, candele, partei completamente nere, un ambiante molto ma veramente molto intimo, era frequentato prevalentemente da coppie ed abbiamo deciso di entrare e farci dare un tavolo anche noi; l'alternativa, purtroppo sarebbe stata quella di salire in macchina ed andare alla ricerca di un locale più caratteristico, ma sia io che Milli non ne avevamo voglia e quindi abbiamo deciso di rischiare di pagare un prezzo piuttosto alto ma di fare poca strada, sia all'andata che al ritorno dalla nostra camera. Contrariamente a quanto ipotizzato dall'esterno, il locale era molto carino, raffinato e per nulla caro, ci hanno servito con tranquillità, una soffusa musica di sottofondo, a lume di candela, proprio come due sposini, e con moltissima simpatia. Credo che dopo cena non avremmo più potuto neanche fare due passi o qualsiasi altra cosa: entrambi avevamo solamente necessità di riposare tranquilli in attesa del giorno seguente. Il mattino seguente, con la luce giusta, mi sono fermato a scattare delle foto all' enorme stadio Mestalla, in perenne costruzione quindi ci siamo avviati verso Madrid, la nostra meta finale, dopo Madrid avremmo avuto in programma un semplice rientro che proprio perché di moltissimi chilometri, avevamo diluito in più tappe comunque anch'esse interessanti, almeno sulla carta. Avevamo delle grandi aspettative per Madrid e quindi eravamo partiti di mattina presto per riuscire a dedicare più tempo possibile a questa città. A Madrid avevamo prenotato via internet in uno di quegli alberghi che fanno parte di grandi catene, ed avevamo trovato anche a buon prezzo, tanto che eravamo stupiti che una camera in centro città potesse costare tanto poco. Valencia Madrid è un viaggio di tutto rispetto perché sono quattrocento chilometri ma soprattutto perché l'autostrada era tutto un cantiere: la Spagna in quell'anno stava rinnovando completamente tutte le sue strutture extraurbane per adeguarsi alla normativa europea che prevedeva, per esempio, che la pendenza massima del 6% e quindi vi erano ampi tratti in corso di spianatura e livellamento. Dopo aver raggiunto l'albergo nel primo pomeriggio, considerato che per pranzare abiamo dovuto uscire dall'autostrada e trovarci un paesino fuori mano per poi rientrare diversi chilometri più avanti, ci siamo praticamente immediatamente andati alla metropolitana che tra l'altro era veramente vicina per dirigerci verso "Plaza Mayor" centro assoluto ed indiscusso della città. Di qui ci siamo mossi sostanzialmente sempre a piedi per le strade, il mercato coperto, anche qui enorme e pieno di colore. La stanchezza, più pesante del normale, si faceva però sentire e questo, di tanto in tanto mi faceva rientrare nella memoria il mio appuntamento con l'ospedale al rientro ed a volte, per quanto cercassi di nasconderlo, risultava fin troppo evidente e così trasferivo la mia ansia a Milli che, devo ammettere, era più brava di me a mantenere la promessa sull'argomento tabù. Era un caldo estivo, soffocante, il solo fatto di respirare mi asciugava completamente la gola e continuavo a bere, ma senza trovare un reale sollievo. Ci siamo resi conto entrambi che l'aria di Madrid è particolarmente inquinata di polveri sottili perché al guardarla l'aria è limpida e trasparente ma la stessa sensazione della bocca impastata l'aveva anche Milli e questo da un lato mi dispiaceva, dall'altro mi suggeriva che la mia sgradevole sensazione non era tutta dovuta alla mia patologia. Abbiamo girato la città in lungo ed in largo e, a parte la tratta dall'albergo al centro, sempre a piedi, macinando ogni giorno chilometri su chilometri, viali immensi, larghi, spaziosi alberati e contemporaneamente inquinati dalle troppe macchine in circolazione. Avevo portato con me della polvere di una miscela che mi facevo io con orzo, caffè, cacao e zucchero ma non avevo mai pensato di portarla con me per cia che primo pesavano nello zaino e secondo arrivava sistematicamente calda, la bevanda, all'ora in cui avrebbe dovuto essere invece più fresca. Sono ricorso ad un escamotage intelligentissimo: ho comprato quattro bottigliette d'acqua da mezzo litro ciascuna e, una volta bevute, le ho conservate per metterci poi, in camera, un po' della mia polvere di orzo sul fondo e le portavo nello zaino vuote. Quando decidevo che avevo voglia di assumere un po' di zuccheri, calorie e di dissetarmi con un sapore che mi aggradava, compravo mezza bottiglietta di acqua naturale fresca e la aggiungevo nella mia. Allora Milli, durante queste mie operazioni di travaso, normalmente approfittava per guardarsi qualche vetrina mentre io restavo seduto a miscelare, agitare e poi gustare il mio genio. Avevamo ancora diverse tappe da fare prima del rientro a Venezia: Zaragoza, Andorra, Marseille, Cannes e ne eravamo ben coscienti. Scrivo questo perché alla fine il nostro soggiorno a Madrid è stato più breve del previsto perché pur essendo una stupenda città, avevamo nel cuore l'accoglienza che ci aveva riservato Barcellona. Non che non ci si sia fermati, ma veramente l'abbiamo trovate meno carica di energia vitale, più capitale, più metropoli e meno a misura d'uomo. Fortunatamente si trattava di una emozione condivisa e quindi dopo quattro o cinque giorni di girovagare, abbiamo deciso di lasciarla e di ripartire, rimpiangendo un po' di non esserci soffermati maggiormente prima di arrivare a Madrid. Qui credo di aver toccato il fondo della stanchezza, il pensiero dell'imminente ricovero e relativa riabilitazione post intervento si faceva vivo sempre più spesso e mi lasciava sgomento. Era come se vedessi, adesso, il sogno volgere al termine; mancavano ancora alcuni giorni al rientro ma la malinconia cominciava a prendere il sopravvento. Spesso mi fermavo a sedermi, a riposarmi, mi mancava l'aria, ero insofferente. Il caldo opprimente, l'aria irrespirabile, perfino la gente mi dava fastidio con la sua disinvoltura, eleganza, con l' indifferenza con la quale faceva le cose che a me pesavano infinitamente. Ogni giorno era più faticoso del precedente ma volevo reggere alla fatica, sempre convinto che si trattava di una esperienza unica ed irripetibile. Abbiamo lasciato Madrid di prima mattina, per viaggiare con il fresco, senza ben sapere a cosa stavamo andando incontro.

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