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Il risveglio

Non ho memoria di un risveglio particolarmente difficile ne con particolari dolori, quello che ricordo bene è la difficoltà a respirare, d'altra parte ero ancora praticamente intubato e la respirazione mi era imposta da una macchina che la regolava e non restava sotto il mio controllo. Non potevo parlare e ci è stato confermato che avrei avuto bisogno di assistenza giorno e notte. Questa era la prima di una serie di informazioni che i hanno reso la vita difficile: si era parlato di un ricovero di circa sette giorni, ma l'esigenza di assistenza giorno e notte non lasciava assolutamente intendere che questo si sarebbe potuto verificare.

Ovviamente ero sotto fleboclisi, antibiotici, drenaggi e non potevo certamente alzarmi dal letto, comprendevo che l'intervento era stato veramente molto pesante, ne ero addolorato perché comprendevo che ancora una volta impegnavo i miei familiari a fondo, sia dal punto di vista emotivo che da quello pratico. Sentivo Milli, mia recentissima moglie, accordarsi con mio fratello, mio figlio, mia sorella per l'assistenza notturna, coordinarsi perché ventiquattrore su ventiquattro avrei dovuto essere assistito. Credo di avere passato la prima notte abbastanza tranquillamente, non ricordo enormi difficoltà ne me ne hanno riferite, ovvio intendo difficoltà di rilievo, chiaro che la presenza di una persona cara in camera mi tranquillizzava anche se contemporaneamente mi pesava. Credo che anche la lunga esperienza come tracheostomizzato mi abbia aiutato a non lasciarmi prendere dal panico da crisi respiratorie. Quello che ricordo molto bene è stata la infinita sete, e mi pareva una congiura non volermi dare neanche un po' d'acqua. Non avevo certamente la coscienza che non avrei potuto bere per un lungo, lunghissimo periodo.

Osservavo che un po' tutti, parlo dei miei parenti: si sforzavano di tenermi compagnia anche se molto spesso ciò di cui avevo bisogno in modo quasi esclusivo, era il riposo ma probabilmente questo era dovuto anche al fatto che avendo una cannula cuffiata ( un tipo di cannula tracheostomica che impedisce l'accesso di saliva, cibo, sangue ai polmoni ma per contro non lascia passare un solo filo d'aria dai polmoni alla bocca impedendo - ovviamente - la parola) dovevo utilizzare un abbecedario ed indicare con il dito le singole lettere della parola che dovevo "dire". Per poter fare questo, però, era necessario tenere la testa alzata e poter guardare il tabellone sul quale c'erano scritte, in ordine alfabetico, le lettere. Credevo di essermi riuscito ad alzare dal letto già poche ore dopo il risveglio perché non ho assolutamente il ricordo di avere avuto bisogno di assistenza per urinare quindi credevo di essere andato direttamente al bagno, magari contro il parere di infermieri e parenti, ma almeno i parenti, mi conoscono .... In realtà ero cateterizzato e quindi non mi rendevo neanche conto degli stimoli fisiologici. Me ne sono ben reso conto quando dopo alcuni giorni mi hanno tolto il catetere, di quanto faticoso fosse, in realtà, mettere giù le gambe dal letto. Ero euforico, fuori da un grande pensiero che mi aveva ossessionato per anni, ma che nell'ultimo periodo era diventato un pensiero dominante: la recidiva. Ed era arrivata e credevo di averla superata anche stavolta. Mi sentivo sicuro di me, un "paziente" esperto, uno che riesce ad essere autosufficiente: mi avevano portato l'aspiratore in camera e provvedevo all'aspirazione da veterano, la stessa cosa con il sondino naso gastrico, mi  nutrivo da solo con la siringa, andavo al bagno portando con me la flebo, insomma, chiamavo gli infermieri rarissimamente, magari se finiva la bottiglia di endovena o avevo bisogno di una autorizzazione "speciale". Ero sereno perché mi consideravo fuori dal tunnel. Ricordo che cercavo di temere il banco anche con le persone che venivano a trovarmi, nonostante fossi obbligato, ma lo consideravo ovvio, a comunicare tramite parole scritte o indicando su un abbecedario le lettere che componevano le parole. Molti gesti mi aiutavano a farmi comprendere, la gestualità dei muti .. Ma io ero forte, lo facevo sorridendo e prendendomi il plauso generale. Solo qualche giorno dopo l'intervento ho avuto un piccolo mancamento, mi è venuto un capogiro: ero in piedi e improvvisamente, non riuscivo a ricostruire come e perché, mi sono ritrovato nel letto, afflosciato come un sacco vuoto. Ho dato la responsabilità ad uno stato di stanchezza dovuto anche al continuo restare in corda per sostenere la mia parte di  persona allegra e spensierata. Milli, che era con me, era molto più preoccupata di quanto lo ero io, ma alla fine si è lasciata convincere che si trattava solamente di affaticamento. Pochi minuti e mi ero ripreso, ma mi sentivo molto stanco e quando andavano via tutti, mi prendevo le mie gocce di tranquillante e mi predisponevo per la notte. Devo dire contento di avere assolto il mio compito di persona sicura dio se. Era venuto anche il medico, chiamato da Milli, mi aveva controllato la ferita e fatto pulire la cannula con l'aspiratore, misurata la pressione e verificati i riflessi; mi ha detto che andava tutto bene, un mancamento abbastanza facile nelle mie condizioni. Il giorno seguente, però, una nuova crisi, un mancamento un po' più lungo, e questa volta - non ricordo chi era con me - ha avvisato immediatamente il medico di guardia. Diagnosi:

"Il paziente accusa lieve dispnea, saturazione 80%, visitato, eseguita video scopia e sostituita cannula con Rush mm.8 cuffiata con 7cc di aria, applicato O2 a tratti ", ma lo spavento stavolta era maggiore anche perché mi era stato spiegato che la cannula che portavo in precedenza si era appoggiata ad una stenosi laringea e che quindi me ne era stata inserita una leggermente più lunga, atta a bypassare questa malformazione.  Mi chiedevo cosa stava succedendo, perché una stenosi laringea ... qualcosa cominciava a non funzionare ? Mi sono convinto che rientrava in un normale decorso di malattia e come non ci aveva dato un particolare peso il medico non avere dovuto dargliene neanche io. Ovviamente, però, consideravo anche che era già  l'ottavo giorno che ero in ospedale e che mi avevano dato una prognosi di 10 giorni di ricovero e poi via a casa! A questo punto la cosa mi sembrava impossibile e la cosa mi preoccupava molto, anche perché non stavo bene, ero sempre maledettamente stanco, troppo stanco. Nonostante l'episodio, la mia serenità non si era scalfita, e trovavo tutti molto gentili e disponibili, professionali e discreti. Insomma, ero contento e soddisfatto di avere scelto quel reparto di quell'ospedale, mi trovavo bene. Solo dopo ho capito che mi trovavo bene perché non avevo bisogno di nulla o quasi a livello di assistenza, tra me ed i miei cari sempre vicini, non costituivo certamente un peso particolare per il reparto. Infermieri e medici si vedevano piuttosto raramente e mi lasciavano spesso da solo nella mia camera. La medicazione della mattina era sempre molto dolorosa perché mi sbendavano completamente mi pulivano la ferita chirurgica che, da quello che percepivo io, doveva partire da un orecchio per arrivare all'altro. Il primario era venuto a visitarmi per parlarmi e spiegarmi che l'intervento era stato molto più lungo ed impegnativo del previsto e che "a cielo aperto" aveva dovuto asportare una parte più ampia di quella preventivata. Cominciavo realmente a realizzare che, dopo otto giorni di ricovero e considerato il mio stato di debolezza generale, di dipendenza dal sondino naso gastrico, dalle flebo e dal trattamento terapeutico in generale il sogno di rientrare a casa nel giro di quindici giorni stava diventando sempre più una illusione.

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