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La degenza, e poi ?

La mia irrequietezza iniziava a farsi sentire, continuavano ad alimentarmi con il sondino, attraverso il naso, continuavano per tentatici a regolarizzarmi la densità del sangue, il neurologo era salito per verificare i danni cerebrali  provocati dall'arresto cardiaco e mi ha detto che si trattava di una paresi temporanea e che avrei certamente recuperato con un po' di esercizio, intanto a me continuava a chiudersi l'occhio destro ed a lacrimare e la mano destra tremava come una foglia nello scrivere, ed in qualsiasi movimento fine cercassi di fare, ma continuavano a dirmi che era questione di esercizio, ed io lo facevo, ma non riuscivo a dominare il mouse del computer che avevo sulle gambe, non riuscivo ad indicare la lettera corretta sul mio abbecedario, insomma non avevo modo di comunicare se non a gesti. Perfino sulla tastiera digitavo - tremando - una lettera al posto del'altra rendendo la mia frase incomprensibile.

Una mattina è venuta la dottoressa, l'unica donna medico del reparto, quasi senza neanche parlarmi mi ha tolto il lenzuolo da sopra le gambe e con fare molto, ma molto deciso, mi ha sfilato i cateteri che ancora avevo all'interno delle cosce e mi ha messo un paio di cerottini di quelli che avrebbero dovuto chiudere la ferita, al posto dei punti. Dopo solo mezz'ora ho iniziato a sanguinare e quindi è venuto da me un chirurgo che mi ha messo così, per gradire, un paio di punti per parte. Sono rimasto sbigottito, ma tanto oramai, avevo perso il senso dell'orientamento del dolore, non capivo neanche più cosa era dolore e cosa disturbo, cos'era prurito e cosa gonfiore. L'ho solo considerato un grande sollievo perché da quel momento potevo muovermi con un briciolo di maggiore libertà.

Ovviamente ero nutrito attraverso il sondino naso gastrico con delle sacche appese alla maniera delle flebo, mi portavano tre sacche la mattina e quello era il mio pranzo, il mio spuntino e la mia cena. A bere attraverso la bocca non ci pensavo neanche ma la sete era una dominante del mio pensiero. Avevo la netta percezione che stavo disidratandomi in maniera eccessiva ma mi era stato risposto che le tre sacche erano calcolate per tutto il mio fabbisogno energetico ed idrico. Personalmente non ci credevo e così, di nascosto, mi iniettavo tramite il sondino parecchie siringate di acqua: le aspiravo dalla bottiglia di minerale non gasata e le spedivo dritte nello stomaco; questo mi dava la sensazione di aver bevuto anche se era difficile ingerire sacche di liquido poltiglioso ed acqua stando stesi. Ho deciso quindi di assumere i miei alimenti da seduto, o sul bordo del letto o su una seggiola presente in camera.

Hanno poi deciso, ed io ho accolto con entusiasmo questa cosa, di mettermi in condizioni più confortevoli con un materasso ad aria, di quelli antidecubito che si deformano secondo come ci si mette nel letto. Percepivo la sensazione di cadere, sia a destra che a sinistra mentre se restavo al centro del materasso mi sentivo sprofondare troppo. Con non poca fatica ho raggiunto il controllore di pressione e mi sono reso conto che era tarato per il peso di una persona di quasi dieci chili di meno di quello che ero arrivato a pesare io. Era vero che avevo perso quasi quindici chili dal mio ingresso, ma il mio peso lo controllavano loro quasi tutte le mattine, proprio perché preoccupati del mio deperimento giudicato eccessivo. Con molta attenzione ho portato la pressione più o meno al mio peso e mi sono disteso per provare la differenza. Stavo veramente e decisamente meglio tanto che ho preso sonno. Mi sono popi svegliato con la sensazione di essere in barca, tutto dondolava e i bordi del materasso erano incerti e traballanti, esattamente come prima. Ho pensato che il materasso avesse un buco dal quale gradualmente usciva l'aria. Nuovamente ho raggiunto il controllore di pressione e mi sono accorto che era stato abbassato. Riportato nella posizione che più mi accomodava, mi sono chiesto il perché di questa modifica: cercavo di dare una spiegazione logica: maggiore rischio di soffocamento ?  Migliore circolazione del sangue ? non riuscivo a trovare un motivo valido. Nuovamente il materasso, e non saprei dire quando, è stato riportato alla pressione scomoda. Non avevo la possibilità di aprire una discussione con il personale paramedico, ma mi era venuto il dubbio che si trattasse più di una presa di posizione che di una effettiva esigenza. La cosa è andata avanti per 5 o sei cicli, fino a quando mi sono dato sconfitto ed ho chiesto di essere riposizionato su di un materasso normale, almeno la storia era finita. Sembrava che non ce ne fossero altri in tutto l'ospedale perché in un attimo mi è stato cambiato e, purtroppo, ho dovuto rinunciare al materasso ad aria che, se gonfio come volevo io, era molto comodo. Sapevo perfettamente a chi non andava bene la pressione del materasso, ma non potevo (e non avevo convenienza ) entrare in polemica.

Tra i vari disturbi che mi ero portato dietro dal reparto di rianimazione, non mi ero proprio accorto del grande fastidio che mi provocava una forte reazione cutanea estesa a tutto il corpo, degli eritemi arrossati e la pelle, in alcuni punti, che squamava e provocava un fortissimo prurito. Se ne era accorta Milli, osservandomi il volto sul quale queste manifestazioni erano tra le meno evidenti e, mettendomi della crema non trovava la fine della estensione. Pian piano è scesa lungo la schiena, sul torace constatandone una diffusione molto estesa e preoccupante. Ha ovviamente avvisato il personale medico di questa mia sofferenza, trascurata da me perché coperta da dolori e fastidi, nonché preoccupazioni, ben superiori il quale ci ha rassicurato che nel giro di poco tempo sarei stato visto da un dermatologo e che la richiesta era già partita perché se ne erano accorti. Milli, con molta pazienza e cura mi spugnava con acqua leggermente saponata e poi mi spalmava sistematicamente una crema "magica" nella quale lei aveva moltissima fiducia. Devo dire che la sua fiducia era molto ben riposta perché nonostante non avessimo mai più visto il dermatologo promesso, nel giro di qualche giorno la dermatite cominciava a dare tregua. Abbiamo considerato che proprio non solo non si erano accorti del disturbo, ma anche che non avevano inoltrato proprio alcuna richiesta a nessun medico  dermatologo. Abbiamo data la colpa ad una reazione cutanea all'anestesia, e siccome era regredita molto bene, grazie alle cure di Milli, abbiamo deciso di lasciare perdere anche questa protesta.

E' stato comico il prelievo fattomi una mattina: dovevo far testare la densità del sangue e questa era un'abitudine, ogni infermiera che veniva mi cercava una vena disponibile almeno due volte, fono ad un massimo di quattro, solitamente alla quarta "farfallina" riusciva a trovare una vena "generosa". Quella mattina mi si è presentato in camera un infermiere giovanissimo, confidavo che la sua inesperienza avrebbe fatto si che la ricerca della vena giusta sarebbe stata molto accurata e precisa ed invece anche lui è caduto nella trappola delle mie vene ed ha dovuto tentare e ritentare e quando l'infermiera più esperta gli ha spiegato che avevo delle vene difficili, non ha assolutamente desistito, ha continuato fino ad arrivare allo sfinimento. Dopo otto o nove, sinceramente avevo perso il conto, tentativi, l'infermiera "esperta" ha sbottato chiedendo al ragazzo di smettere e che ci avrebbe pensato lei più tardi. Avevo il braccio sforacchiato e dolorante, mi stavano uscendo degli ematomi ed ero piuttosto seccato ma non ho espresso il mio disappunto a nessuno. Quel ragazzo non l'ho più rivisto in corsia.

Una mattina, al posto delle tre sacche, con entusiasmo, mi è stato annunciato che avrei cominciato a mangiare normalmente, ero felice perché le sacche mi riempivano lo stomaco ma mi davano anche un senso di gonfiore e fastidio e mi ci voleva almeno un' oretta per farle accettare ( o meglio subire ) dallo stomaco: restavano li, a ondeggiare nello stomaco finché non riuscivano a prendere la strada dell'intestino.

Nella tarda mattinata è salita in camera mia, assieme al primario, la logopedista e nutrizionista, ho sentito che tra loro confabulavano fra loro sul tipo di intervento eseguito e sulla tecnica di riabilitazione. Con molta gioia, mi hanno annunciato che prima di pranzo mi avrebbero tolto la cannula naso gastrica e che avrei potuto provare a deglutire, cioè a mangiare normalmente, avevo inteso. Per me è stata una gioia immensa perché questo era un segnale di vera ripresa, un grande passo in avanti. La nutrizionista mi ha raccomandato  di non cominciare assolutamente a mangiare prima del suo arrivo, ma non è stato necessario perché è tornata ben prima dell'arrivo del pranzo. E' entrata in camera con tre lenzuoli, un paio di federe e non so cos'altro. Con moltissima calma e attenzione, mi ha fatto accomodare su di una seggiola ed ha cominciato a vestirmi di lenzuola, dal collo fino a coprire gambe e piedi, poi, un lenzuolo a terra ed altri tessuti intorno. Ero allibito, mai in vita mia avevo avuto una tale rete protettiva per trangugiare un boccone. Ho sorriso, ma la mia espressione di desolazione e sorpresa deve essere stato colto dalla dottoressa che i ha spiegato che avrei probabilmente potuto avere dei colpi di tosse molto forti, conati e seri problemi. Mi domandavo il perché visto che avevo già gestito la deglutizione per una decina di anni senza particolari problemi e non comprendevo la bardatura predisposta. E finalmente è arrivato il mio pranzo. Una delusione totale, non che mi fossi preparato ad un manicaretto o ad una cosa particolarmente complessa da parte della cucina dell'ospedale, ma non mi aspettavo una ciotola con un po' di brodo vegetale ed un qualcosa da scioglierci dentro, una specie di farina di fecola di patate.

Non ho avuto grandissimi problemi di tosse o vomito per cui tutta la bardatura è stata riportata via quasi pulita ma il cibo, con mio infinito stupore, non andava tutto nello stomaco, almeno un cinquanta per cento fuoriusciva dallo stoma, nonostante la cannula cuffiata e non finestrata. Non riuscivo a capire, fino a prima dell'intervento lo gestivo benissimo il cibo …

Mi sono così ritrovato ad avere mangiato poco o nulla, essere senza il sondino naso gastrico ed avere una fame ( la sensazione dello stomaco che si auto digerisce )  infinita. Quello che mi angosciava per contro, era la sete, e non riuscivo a bere ! Mi è stato detto che non si poteva mettere e togliere il sondino due volte al giorno e che quindi era una scelta da fare, o nutrirsi con il naso gastrico oppure insistere con i tentativi di alimentazione per via orale. Non è che il naso gastrico desse un grande appagamento e tra le due soluzioni, ho scelto - credo coraggiosamente - di tentare di proseguire con la nutrizione orale.

Dopo quella volta, la logopedista non l'ho praticamente più vista, ero rimasto da solo a provare e riprovare a mangiare: mi portavano il misero vassoio di brodaglie e pastelle da sciogliere, formaggini, omogeneizzati, frutta frullata.

Un giorno azzardai una domanda al caposala in merito alla mia alimentazione, gli chiesi se – tramite sondino naso gastrico, avrei potuto siringare anche del cibo normale come ad esempio zuppe di verdura con tanto olio d’oliva e magari un po’ di grana sopra, purè liquido, frullati di frutta fresca, con tanto zucchero, pastina in brodo di carne fatto in casa magari con un po’ “tempestina”. La mia fame era tale che mi capitava di passare ore a pensare a cosa avrei potuto far transitare attraverso quel tubicino di quattro millimetri di diametro interno. Mi venne risposto di no, che non era possibile, che i cibi delle sacche che mi portavano erano predigeriti, omogeneizzati e sterili. La risposta non mi piacque da subito: troppo sbrigativa e tutto sommato molto improbabile perché, pensavo tra di me, la zuppa di verdura va diretta nello stomaco senza masticare normalmente e non serve sterile perché non ho ferite aperte all’ esofago e poi il fatto che fossero predigerite, mi dava la sensazione di  inghiottire un qualcosa di già masticato da altri. Testardo come un mulo, cercai di spiegare tutto a Milli, un po’ a gesti ed un po’ aiutandomi col computer. Milli ingenuamente mi obbiettò che mettere nello stomaco poltiglia delle sacche o minestrone alla fine era la stessa cosa perché io comunque non potevo far transitare il cibo in bocca così da poterne percepire il sapore. Per contro, con molta pazienza, mi ascoltò quando cercai di spiegarle che il cibo ha anche una valenza psicologica, che ci si nutre più volentieri con un qualcosa di fatto in casa, con amore e magari anche un po’ tiepido e non a temperatura ambiente che scaldi lo stomaco ma anche il cuore ed il cervello; mangiare doveva tornare a essere un piacere non solamente un atto meccanico di aspirare con la siringa e spingere a pressione tramite un tubo, una qualsiasi cosa. Fu molto comprensiva e quindi chiese di poter parlare col primario per fare un programma di assistenza alla nutrizione. Ottenne non solamente l’autorizzazione a portarmi in ospedale qualsiasi cibo si riuscisse a far transitare ma anche che il caposala ricevette precise istruzioni di mettere a disposizione il frullatore, il forno a microonde e qualsiasi necessità avesse avuto la signora. Penso che sia stato anche richiamato per questa sua risposta molto superficiale e pressappochista, ma se lo ha fatto è stato in privata sede, come giusto fosse. Da quel momento o meglio, dal pranzo seguente, mangiare divenne un momento gioviale durante il quale, magari, mi veniva portato del brodetto “fatto come quando ero a Piazzola sul Brenta, col formaggino schiacciato” oppure, “con tanto grana grattugiato, come piace a te”. Poi, qualche sacca andava giù ugualmente, ma era tutto meno pesante.

Ero sempre ed assolutamente debole, non riuscivo a recuperare un briciolo di forze, di energie, di volontà di agire, persino le visite dei parenti, mamma,papà, fratelli e tutti carissimi, a volte mi erano estremamente pesanti, forse perché io vivevo un po’ nell’ ansia di dover tranquillizzare un po’ tutti sul mio stato, minimizzare costantemente gli eventi, sorridere e distribuire una sensazione di grande speranza senza averne io poi tanta. Ricordo che mio fratello, unico che ho, veniva spesso la sera, anche fuori orario di visita per salutare e farmi un po’ di compagnia. Io mi sforzavo molto di cercare di comunicare qualcosa ma il dialogo era estremamente complesso perché lui non riusciva a leggere il labiale ed io facevo veramente uno  sforzo a cercare di comporre su un tabellone, lettera per lettera, una frase. Capitava che dopo le prime tre lettere, tipo “ m e l “ partiva un suggerimento “vuoi di re mela ?” ed io con l’indice dicevo no e poi riprendevo … “ m e l a t o “ e partiva “melatonina” ed io nuovamente “no” col dito e proseguivo “m e l a t o g l i “, sempre una sola lettera alla volta … ed allora “non capisco “ mela togli … cosa ? “ ed io ancora non col dito … allora con la mano indicavo “2 2 5” e si arrivava alla frase: “me la togli” … io annuivo, lui anche ma subito partiva la domanda : “ cosa ? “ E avanti così fino a che non decideva di andarsene. Io comprendevo benissimo che per lui era un grosso sforzo venire in ospedale tutte le sere prima di rientrare a casa dal lavoro, ma per me era uno stress molto forte. Spesso capitava che negli orari di visita del pomeriggio, venissero più persone contemporaneamente e che si mettessero a chiacchierare tra di loro, escludendo completamente me che comunque restavo gradevolmente al di fuori da qualsiasi impegno di comunicare perché loro erano autonomi, a me bastava annuire, magari un sorrisetto abbozzato …

Ridere era una cosa che mi faceva decisamente male: tutti i muscoli del volto e del collo, oltre a quelli della pancia, sono impegnati in una sana risata, ma quando è entrata in camera mia nipote Barbara, ragazza sempre molto briosa, e mi ha detto “ Mamma mia, Vale, sembri un criceto che si è appena abbuffato di arachidi” non sono riuscito a trattenere una fragorosa ( in senso prettamente metaforico ) risata ed un po’ nel cercare di smettere di ridere e contenermi, mi è partita una fitta lancinante dalla ferita, e continuava ma non riuscivo a smettere di ridere. Io non mi ero ancora mai visto allo specchio ma in quel momento mi era sembrato di farlo. Notai che la mia risata aveva messo in allegria un po’ tutti i presenti e la cosa mi faceva veramente piacere.

Giornate lunghissime ma ero sempre in uno stato di dormiveglia. Mi avevano portato diverse “chiavette” per potermi collegare ad internet ma tra quelle mura in cemento armato, era impossibile trovare una connessione decorosa.

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