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Risveglio

Dopo quattro giorni durante i quali il mondo per me non è esistito, ricordo di aver riaperto gli occhi e di essermi accorto di essere in un posto strano.

Probabilmente avevano deciso che era giunto il momento di risvegliarmi dal coma farmacologico.

Comprendevo che ero in un ambulatorio sotterraneo perché non vedevo un solo filo di luce naturale.

Intorno a me, ad un letto complicatissimo, tutta una schiera di strumenti esibiti ed allineati come vedette sulle torri di un castello.

Un solo piccolo tentativo di muovermi, tecnicamente inutile: il mio corpo non rispondeva alla mia mente.

Lentamente cercai di comprendere in quale stato mi trovavo.

Scoprii così di essere completamente nudo, con una serie di sensori posizionati all’inguine, un altro al braccio destro ed uno alla mano sinistra.

Al petto, attraverso una specie di bottoni automatici, cinque o sei cavi elettrici collegati alle meravigliose macchine.

Intorno a me, nessuno: gli infermieri potevano visualizzare il mio stato vitale dalla loro scrivania, il loro intervento diventava immediato se avevano una segnalazione di anomalia da parte di uno dei sensori.

Al mio letto venivano altri Medici con i macchinari, che per la radiografia, che per l’ecocardiogramma, chi per il lavaggio dei polmoni.

Io non potevo parlare assolutamente perché al posto della cannula chirurgica, mi era stata posizionata una enorme cannula arricchita di un tubo di ossigeno "a pompa" (questo l'ho sentito ma non saprei cos'è).

Mi prefissi, allora, di restare il più calmo possibile restando ad ascoltare anche il silenzio.

I ritmi della “giornata” erano scanditi dall’alzarsi delle luci,  generale, verso le sei e trenta, orario in cui partivano col primo giro di pulizia e con i primi farmaci del mattino. La mattinata continuava con il cambio della biancheria, il lavaggio intimo.

Il mio orologio ha lo sfondo bianco e le lancette d’oro bianco, elegantissimo, ma non adatto alla situazione in quanto tra la luce che era sempre poca e senza gli occhiali, appoggiati sempre in posti scomodi, diventava impossibile leggere l’ora.

Le uniche perone che salutavano, rivolgevano una parola, sorridevano erano gli addetti alle pulizie, solitamente sorridenti e sempre con una parola gentile.

Nella tarda mattinata, ma non saprei a che ora, arrivava il primario di otorinolaringoiatria che, paradossalmente mi appariva come un volto conosciuto ed amico in mezzo a tanta imperscrutabilità.

Ero in qualche maniera felice di rendermi conto che non ero stato dimenticato li sotto ma che ero seguito anche dal "mio" reparto.

Poi,  pausa di riflessione, "sonnellino", fino alle 14,30, orario in cui arrivava un vero volto amico, solitamente Milli e comunque, anche se non era lei, chi veniva restava poco, finché arrivava Milli.

Non portava nulla di particolare se non la sua presenza, mi teneva la mano, mi sfiorava la fronte, erano momenti di silenzio da parte mia, qualche accenno di indicazione di un dolore, di un fastidio sul quale comunque non poteva intervenire.

Mi spiace dire che le altre persone per me erano gradite da un lato, ovviamente per l'interesse dimostratomi, ma trovavo che mi rubavano del tempo utile per me per riprendere il fiato per l'intero resto della giornata.

Poi, e li non erano molto permissivi, via tutti e non restava che aspettare il giorno dopo.

Al cibo ci pensavano loro: una grossa sacca trasparente, collegata da un tubicino, mi dosava momento per momento l'ingresso del cibo che era un preparato "completo".

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