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DA CREATIVO AD INFORMATICO

Professionalmente cresciuto con l’informatica

Spesso mi sento vecchio e spesso mi percepisco ancora sufficientemente in grado di capire, ma sempre meno, l’evoluzione o la rivoluzione che ha comportato l’impiego dei computer nel mondo, e non solo quello del lavoro.

Io ho cominciato a lavorare in una azienda che si occupava della fabbricazione e della vendita di tessuti per arredamento, nel oramai lontano 1975. Lontana dall’informatica molti anni luce, tutto  il lavoro veniva svolto manualmente, con calcolatrici e carta, righello e colori. I computer non esistevano nelle aziende, ci si arrangiava con le calcolatrici, era normale ed anzi, visto che quest’ultime non si trovavano ancora in omaggio nei “fustini di detersivo”, ciascuno di noi gareggiava a chi aveva la calcolatrice migliore, chi a LCD (cristalli liquidi), chi aveva il rotolo di carta, quello che avevano la “loro personale” perché era all’ ultimo grido e se la portavano via la sera per timore di vedersela rubata: l’avevano acquistata con i loro soldi per avere la “tecnologia” giusta. Io, sinceramente, mi ero accontentato di quella che avevo trovato in dotazione sulla scrivania del mio predecessore che per me andava benissimo e soprattutto non avrei mai speso del denaro mio per materiale da ufficio. Io ero addetto ad effettuare gli acquisti all’ estero, principalmente dalla Francia che ha una cultura tessile equivalente a quelle italiana, ma talvolta acquistavo anche in Inghilterra ed in Germania perché era, già allora, l’unico paese europeo che poteva importare dalla Cina, dall’ India, insomma dai paesi sud asiatici. Provvedeva agli acquisti e poi rivendeva tranquillamente in tutta Europa. Teniamo presente che non c’era ancora la UE ma le dogane tra un paese europeo e l’altro per cui, per esempio, dalla Germania la merce doveva transitare prima alla dogana svizzera e poi quella italiana. C’era tutto un mondo di spedizionieri, di agenzie doganali, di deleghe, una burocrazia che, se si potesse vedere oggi, si direbbe assurda.

Comunque si lavorava nell’acquisto di piccoli tagli da un metro o al massimo due perché erano molto cari ( penso ai ricarichi che potevano fare i tedeschi su un mercato dove avevano il monopolio europeo) ed avevano un impiego principalmente per paralumi. Considerato che io, lentamente ma in progressione in breve tempo organizzai questo lavoro in spedizione di merci teoricamente pronte  a magazzino in Germania, trasmettevo un ordine solo alla settimana, riassuntivo e con quello che si risparmiava nella spese di spedizione e sdoganamento, riuscivo ad ottenere una spedizione molto più veloce e soprattutto meno dispendiosa.

Elsa era la segretaria del Presidente nonché capufficio mia, non era affatto d’accordo su questa mia proposta o decisione e pretese che facessi un ordine per ogni taglio, giustificandosi con la frase che più odiavo e cioè “Si è sempre fatto così”. Mi impose di riprendere col vecchio sistema: far spedire gli ordini frazionati appena arrivano dai punti vendita. L’ordine seguente, l’ho fatto partire man mano che mi arrivavano col risultato di aver speso il triplo, per ciascuna spedizione, tra diritti doganali, sdoganamento e trasporto da Milano a Venezia. Queste erano spese fisse, come le marche da bollo, per ciascuna spedizione, che potevano diventare, da pagare, una per l’insieme delle spedizioni.

Elsa, sembrava soddisfatta della mia obbedienza fino a quando, ben documentato su dei dati oggettivi, messi giù su un foglio di carta a quadretti con tanto di totali parziali, medie rapporto spesa/metro, tutto spiegato come se si trattasse della stampa di quello che oggi si definisce foglio di calcolo di EXCEL (che non era ancora nato) le sottoposi i dati conseguenti alla sua disposizione. Credo che la mia capacità di ordinare i dati su assi cartesiani avesse avuto molto apprezzamento ma per me era una metodologia in uso al Liceo. Per correttezza il Presidente chiamò Elsa e le spiegò che d’ora in poi gli ordini per la Germania avrebbero essere con il mio metodo Non fu proprio un  momento di condivisione quando Elsa mi disse che avevo fatto il furbo e che dovevo parlarne prima con lei e farle capire meglio. E già, io l’avevo saltata presentando il conto al Presidente, ma lo ritenevo assolutamente necessario. Mettendo a punto diverse strategie di import, il tempo che mi necessitava per la mansione per la quale ero stato assunto, si dimezzò. Io stesso segnalai che avanzavo parecchio tempo e che si sarebbe potuto affidarmi dell’altro lavoro. Evidentemente Elsa era  molto sorpresa da questa mia disponibilità e difatti mi chiamò in disparte per chiedermi come potevo aver fatto una cosa del genere quando il collega che io avevo sostituito si dichiarava sempre pieno di lavoro, ma proprio da non potergli chiedere nulla più di quello che già faceva.

 

Era simpatica Elsa, una macchietta, una signorina, e ci teneva ad essere “la signorina Elsa” minuta, piccolina, sempre con gli occhiali fissi sui capelli e la sigaretta  in mano o in bocca. Per i suoi “colloqui riservati” convocava il suo collaboratore nel bagno delle donne e, se era cosa da poco, non prendeva nessuna precauzione, ma se la cosa era delicata, chiudeva anche a chiave. Eravamo distanti anni luce dalle denuncie di stalking o di avances sessuali, allora andava bene anche chiudersi in bagno in due e tutti sapevano cosa succedeva li dentro la chiamavamo “prendersi la carne”.

Come dicevo, la convocazione di quel giorno era una di quelle riservate: Più che altro desiderava sapere se avessi dichiarato guerra a lei o se volevo fare “carriera” modificando il modo in cui si era lavorato fino ad allora. Con molta semplicità le risposi che probabilmente Alberto, il mio predecessore, o non si era organizzato bene, oppure diceva le bugie per non farsi caricare di altri lavori che già ne aveva di troppo col suo e me lo aveva presentato come ripetitivo e noioso. Io, continuai, l’ho solamente preso con entusiasmo perché ho assoluta necessità di lavorare, mi piacesse o meno.

La porta rimase chiusa e quando venivano le colleghe a bussare per fare un uso normale del bagno lei da dentro urlava che era occupato e il tono che assumeva indicava “conversazione privata, non interrompere”. Mi chiese allora coma mai questa necessità di lavorare per un ragazzo di 21 anni ed io le spiegai serenamente che ero sposato ed in felice attesa, con mia  moglie, del primogenito che sarebbe arrivato a Gennaio. La necessità di avere un posto fisso, poi, mi dava molte più garanzie di riuscire ad evitare il servizio militare che per me era ancora un sospeso. All’epoca, parliamo del 1975, il militare si doveva fare a meno di non essere riformati ed io avevo già fatto la visita per l’arruolamento ed ero stato classificato “ abile “. Fece un balzo indietro oltre il water e mi chiese preoccupata cosa sarebbe successo se avessi dovuto partire. Niente, risposi io, “finisco nella merda” perché mia moglie perderebbe in un colpo solo, il compagno, il reddito e pure l’assistenza medica. Io di mio avevo promesso e garantito con una stretta di mano al Presidente, che se avessi dovuto partire mi sarei licenziato e quindi a loro di formare un altro personaggio. Lei stava li a guardarmi come fossi un extraterrestre perché mai si sarebbe sognata che tanto “bambino” che le apparivo, potevo avere problematiche e tematiche di vita già tanto pesanti. Prima mi riprese per l’uso della parolaccia, per la quale ovviamente mi scusai anche se rendeva a perfezione il mio possibile futuro, poi,come proposta conclusiva, mi assicurò che appena fossimo rientrati in ufficio, mi avrebbe “passato”, quasi un dono,  come lavoro, la gestione dei rapporti con una tessitura con la quale era molo difficile trovare un dialogo sereno perché loro lavoravano, con alcuni telai, esclusivamente per la nostra Azienda e bisognava organizzarli. E con un pizzico di razzismo, aggiunse che era una Azienda del Sud. Usciti dal bagno notavo degli sguardi si solidarietà incondizionata: tutti sapevano che quella era la stanza delle punizioni e provavano a fare delle ipotesi sol cosa ci eravamo detti; la mia serenità lasciava poco spazio ai pettegolezzi e mi presi il mio tempo prima di rispondere in modo esaustivo. In ufficio c’era un’aria sospesa, io ruppi l’imbarazzo e dissi “ Mi è stata affidata la gestione della Tessitura di Caserta , adesso parlerò con  Grazia che mi passi man mano le consegna e mi spieghi un po’ che lavoro c’è da fare “ ed ancora “ Io penso che sarebbe meglio lavorare con le aziende straniere di mattino e con Caserta nel pomeriggio perché con Caserta è tutto lavoro al telefono mentre all’estero è con il telefax, e farei così per la questione tariffe telefoniche che al mattino solo quasi il doppio”.

All’epoca la comunicazione era un problema enorme a causa di costi che avevano tariffe telefoniche con orari “di punta”, “normali” e “serali” suddivise per fasce di costo e a loro volta poi suddivise ulteriormente tra chiamate nazionali, estere o extracontinentali.

L’idea piacque e fu approvata immediatamente da Elsa che sembrava essermi diventata amica, anche perché Grazia non vedeva l’ora di potersi scaricare un po’ di lavoro e poi lei con gli interlocutori di questa azienda non era mai riuscita ad entrare in sintonia, arrivava a dire che nemmeno li capiva a volte. Mi spiegò che, in sostanza, noi facevamo  fabbricare su commissione un tessuto a questa azienda, chiamato San Lorenzo. Veniva prodotto in altezza cm 90 per l’ impiego rivestimento murale ed il cm 130 per l’impiego in tendaggio coordinato e poi bisognava mandare il tessuto in 90 centimetri ad essere accoppiato con carta e poi tenere le  partite divise e poi, e poi, ed ancora e poi ma mai un infine.

Mi rendevo conto che se non avessi conosciuto il processo di produzione, non sarei mai riuscito a parlare con il loro specifico linguaggio tecnico. Mi misi d’accordo con responsabile della tessitura che avevamo a Venezia, nella zona di Madonna dell’Orto, per andare un sabato mattina per visitare  e farmi spiegare per bene tutto il ciclo della produzione dei tessuti. Fu una visita interessante, venne anche mia moglie ed avemmo tutto il tempo per comprendere le varie fasi di lavorazione, dallo stracanno (termine esclusivamente tessile che significa trasformare una bobina grande in tante bobine piccole), l’orditura, l’annodatura ( che ci fu solo decritta perché non era un lavoro del momento), la preparazione dei materiali di trama, il carico delle navette quindi la tessitura vera e propria col disegno perforato che dava gli ordini all’ordito per alzarsi o meno a comporre il tessuto.

Giuseppe, il capofabbrica mi spiegava, in maniera un po’ più approfondita ciò che succedeva in una tessitura più industriale. Il lunedì seguente ritenevo di avere le basi sufficienti per potermi esporre un po’ di più in un dialogo tecnico con il fabbricante, mia futura terra di conquista. In breve tempo, e nonostante anche a Caserta fossero molto all’antica, riuscimmo ad entrare in sintonia. Il problema che si poneva con questo personaggio era quello di comprendere a fondo anche le loro esigenze di fabbricante e non solo le nostre di clienti. Continuai per un certo periodo a tenere in un foglio formato A3 piegato a metà come a comporre una cartellina, una situazione quanto più realistica della programmazione della fabbrica. In estrema sintesi, si trattava di trasmettere degli ordini per metraggi più lunghi possibile, da gestire poi in produzione. Ovviamente in accordo con la mia direzione, stabilimmo a brevissimo termine che, se il nostro fabbisogno fosse stato di 600 metri, per esempio, ne disponevo 1200 dei quali 600 “appena pronti” e gli altri 600 da ritirare anche in  due soluzioni da 300 a disporre entro 3 mesi. Era un sistema di “noi tecnici” per aggirare le rigide regole contabili perché sarebbe anche stato sufficiente dilazionare il pagamento, ma per questo si doveva avere il placet dell’Amministrazione di entrambe le aziende. Io avevo, quindi il primo, vero piano di produzione. Per mia estrazione formativa, ero abituato sin dal liceo a schematizzare tutto su assi cartesiani, asse “Y”  le quantità disposte, asse “X” le date di presunta consegna , immediata o a richiesta.

Questo mio modo di inquadrare le cose, stupiva ed “esaltava” il mio Presidente. In buona sostanza lavoravo on i fogli di calcolo (come Excel, per esempio) ma con i conteggi purtroppo, fatti a mano, con la calcolatrice. Ma a breve, mi spinsi oltre con delle proiezioni di acquisto per soddisfare sempre la richiesta con il minimo di magazzino. Non sapevo che già esistesse o che a breve questo modo di lavorare sarebbe stato uno standard un po’ per tutte le imprese.

Ero in azienda da circa un anno e nonostante l’ambiente tutto al femminile, riuscivo a non creare gelosie, rifiuti e auto procurarmi stress; andava bene anche con i rapporti con le persone. C’era anche da considerare che grazie alle informazioni che avevo trovato in giro ( mica c’era internet) era stata modificata la legge sulla ferma di leva obbligatoria. Era stato aggiunto al paragrafo della legge che non sarebbe dovuto partire un “ammogliato con prole nullatenente qualora vengano a mancare i necessari mezzi di sussistenza alla famiglia acquisita”; questa piccola aggiunta “famiglia acquisita” metteva fuori causa i redditi di papà, mamma o di altri perenti che avrebbero potuto mantenere mia moglie ed il bambino: era il reddito della nuova famiglia che veniva messo in discussione. Non mancarono le visite dei Carabinieri per i dovuti accertamenti, ma io non ho dovuto partire ed anche questo, per me, era motivo di maggiore serenità. Ma tornando in ufficio, successe che Vittorina, l’unica interfaccia tra il commerciale ed il “computer aziendale” si ammalò. Per alcuni giorni restò bloccata la registrazione degli arrivi e delle uscite di magazzino e questo metteva il Presidente molto nervoso, irrequieto. Al rientro, venne “bandito un concorso interno” per trovare chi se la sentiva di fare il lavoro di Vittorina in caso lei restasse nuovamente a casa. Non sarebbe servito il concorso perché mi ero già prenotato io, con ampio anticipo. Avrei messo finalmente le mie mani su un computer, “questo sconosciuto”. Fantastico perché ne avevo sentito parlare e soprattutto quali aspettative dava l’introduzione del lavoro informatizzato. Pr un paio di ore ogni mattina, e per circa due mesi, mi affiancavo a Vittorina per avere la formazione necessaria al lavoro. Beata ingenuità per quegli anni: il famosissimo “Commodore 64” aveva già sbancato i negozi di giocattoli ma a prezzi che io non mi potevo certamente permettere: costava circa 300 $ ed il dollaro valeva molto sulla lira.

In realtà il lavoro “a computer” prevedeva solamente di inserire in memoria le entrate e le uscite di magazzino; quello che era ridicolo, visto oggi, ovviamente, era che il supporto RAM era su due fasce magnetiche a lato di una scheda idi cartone. Si introduceva in macchina la scheda dell’articolo, si eseguiva il movimento di magazzino quindi sei estraeva e la si riponeva al suo posto. Posso dire sinceramente che era stata una cosa interessante, ma che personalmente trovavo insipida perché era poco più che fare lo stesso lavoro scrivendo a mano e con la calcolatrice per calcolare i segni negativo o positivo. Non si poteva considerare un lavoro informatizzato, eseguito su un vecchio Nixdorf senza nemmeno un programma minimo di supporto: era una calcolatrice con memoria mobile.

Il sogno informatico era rapidamente sceso di interesse e mi tenevo l’ impegno di dover fare da jolly su quel lavoro che a me faceva sbadigliare alla grande.

Grazia, attorno al 1978 o forse ’79, restò incinta e dichiarò praticamente sin da subito che non sarebbe mai più rientrata al lavoro dopo la nascita del bambino. A me dispiaceva molto perché sembrava amarlo il suo lavoro e non comprendevo perché doversi ritirare; ma non eravamo in sufficiente confidenza per poter porre più domande del necessario o perlomeno non lo ritenevo corretto.

Fatto sta che al suo posto venne assunto un vero e proprio perito tessile con una grande esperienza, anche di conduzione da direttore di una piccola tessitura in Toscana che si avviava al fallimento. Con Beppe, originario dell’ entroterra Milanese, trasferito a Firenze e quindi da noi, a Venezia centro storico, feci presto a stringere amicizia. In quel tempo era ancora valida la legge che se io imparo una cosa da te e tu una da me, entrambi sappiamo due cose e non che se ti insegno qualcosa, io ci rimetto. Una delle sua più grandi idee, quasi una fissazione ridicola, era quelle di asfaltare il Canal Grande e farne una strada così da poter arrivare al lavoro con la macchina: in Brianza si usa così. Lui, come mansione, controllava tutte le tessiture che lavoravano dei tessuti in esclusiva per noi, da Caserta, con i  suoi setifici, a Como con le sue stamperie, a Prato, con un telaio per casa privata e poi nuovamente in Brianza, area formicolante di attività di tutti i tipi. Spesso mi capitava di fermarmi ad ascoltare quello che diceva lui durante le sue telefonate perché, ed io non riuscivo a comprendere come facesse, arrivava a determinare persino ed esattamente quale pezzo specifico del telaio era rotto o mal funzionante e quindi provocava difetti sul tessuto finito.

Ci mettemmo d’accordo che, un po’ alla volta, e man mano che i problemi venivano a galla (o meglio, i nodi arrivavano al pettine) mi avrebbe spiegato le sue deduzioni. In buona sostanza, stavo frequentando un corso privato di formazione per perito tessile. I rapporti con l’ Azienda fallimentare da cui proveniva Beppe, era una azienda che era già nel mirino di acquisizione da parte della azienda madre, quella dove lavoravo io. Ma io questo sono venuto a saperlo solo in un secondo momento. Io, intanto continuavo a fare i miei turni al Nixdorf, i miei corsi di studio ed anche il mio lavoro normale.

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