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IL PRIMO VIAGGIO DÌ LAVORO

 

Ero cresciuto professionalmente molto in fretta, l’esperienza derivante dalla amministrazione della portineria di un albergo, quella di direttore dell’intero complesso del ristorante, albergo, pizzeria acquisita o forse semplicemente perché il lavoro mi risultava facile rispetto alla mia formazione di studio, fatto sta che dopo un anno circa, mi sentivo assolutamente alla pari di altri miei colleghi che erano in azienda sin da piccoli. La cosa più bella, era che ero riuscito a recuperare il ritardo senza provocare gelosie, discussioni o altro e questo indubbiamente mi aveva agevolato.

Ogni anno, ma io lo venni a sapere solo a fine Aprile, si teneva a Milano lo STAR e cioè il Salone del Tessile per Arredamento, appuntamento frequentato ovviamente più da produttori e rivenditori di mobili, divani letti q tutto per la casa. Mi venne chiesta la disponibilità per andare a visitare l’edizione di quell’anno, spiegandomi che si trattava di andare e guardare, semplicemente, cosa veniva proposto nell’ambito del tessuto per arredamento e cercare di farne tesoro. Certo non mi sono tirato indietro, solo l’idea di andare a Milano totalmente spesato dall’ azienda mi rendeva felice, se poi ci aggiungevo che a Milano non ci ero mai stato e che per di più ci andavo per lavoro, l’entusiasmo mi fece sentire un uomo realizzato. Si deve pensare che in quegli anni, l’aspirazione di massima emancipazione della donna era quella di fare la hostess sugli aerei dell’ Alitalia tanto che persino il gruppo dei Pooh, nato da relativamente poco, aveva dedicato una canzone come se, appunto, questo lavoro fosse il massimo dalla libertà femminile. Tornai a casa raggiante per la notizia ed ovviamente riferii a mia moglie in proposito. Si trattava della mia prima grande occasione, così la vivevo, in realtà altro non era che un momento di formazione che l’azienda aveva messo a mia disposizione. Per l’occasione, però, la mia signora decise che avrei dovuto essere elegante, gradevole e preparato. Mi accompagnò, nel corso della settimana precedente al viaggio, ad acquistare una camicia, una giacca, un paio di pantaloni e le scarpe, tutto nuovo. Poi mi convinse che dovevo avere i capelli in ordine e quindi dal barbiere ed infine fare per lei, la sera prima, le prove generali per verificare che anche la cravatta stesse bene. Io a fare i nodi non ero assolutamente portato, anche quando lavoravo in ristorante, mettevo su un cravattino, ma con l’elastico dietro, non il giro di cravatta ed il relativo nodo. Gina decise che doveva essere fatto bene e quindi portò la cravatta da suo padre che “se ne intendeva”. Ero pronto per fare una splendida figura il giorno seguente. Sveglia all’alba e partenza. La direzione aveva deciso che avrei dovuto andare con Maurizio, un rappresentante che si occupava dei clienti del Veneto, indubbiamente molto più preparato di me nelle trattative con i clienti e dal quale confidavo di poter assorbire molto. In treno, durante il viaggio di andata, ripensavo all’avventura che mi aspettava. Ero molto giovane, credo sui ventidue o ventitre anni ed ero preoccupato, da una parte, di non fare una brutta figura in giro per il mondo e dall’altra, di come avrei potuto mettere a massimo frutto questa opportunità. Mi aspettavo, per esempio, che al mio rientro avrei dovuto sostenere una specie di esame di verifica sulla resa della mia giornata di lavoro e delle spese sostenute per permettermelo. Io non avevo mai preso un taxi in vita mia e mi avevano detto di arrivare in stazione centrale a Milano e di prendere un taxi, mi avevano detto che avrei dovuto entrare come espositore, questa era la tessera di ingresso che avevo, perché come visitatore avrei dovuto pagare. Mi avevano detto di girare per gli stand il più possibile ma guardando il catalogo mi sembrava che la fiera di Milano fosse una piccola città, e senza un programma avrei rischiato delle dispersioni, come ad esempio cascare nel padiglione illuminazione, o tappeti e moquette che non erano contemplati tra gli interessi dell’azienda. Arrivai a Milano, in fiera allo STAR, appena entrato dovetti cercare di orientarmi e decodificare la piantina che, pur avendola studiata a memoria, non riuscivo a ricondurre alla realtà perché tutto era infinitamente più grande. Per mia fortuna e per la serenità che mi serviva, ero riuscito a passare come espositore, ma se non fossi riuscito, ero già predisposto a pagarmi personalmente l’ingresso senza ovviamente riferire nulla in proposito. Una volta orientato entrai nel primo padiglione, l’appuntamento con Maurizio era pianificato verso le undici e certo non volevo perdermi almeno due ore del mio tempo  Milano. Era mattino abbastanza presto e gli stand avevano aperto da solo un’oretta circa, ma all’interno si respirava un’aria viziata, caldissima e fumosa e d’altra parte in quel tempo non era vietato fumare negli interni o meglio, era vietato nei corridoi ma non all’interno degli spazi espositivi inoltre nei corridoi, in corrispondenza delle varie colonne che sostenevano le strutture, era posizionato un posacenere e già di cicche ce n’erano depositate su molti di questi. Le misure sul fumo erano previste come normativa antincendio, non per questioni di salute. In ogni modo, siccome ero anch’io fumatore, la cosa mi stava benissimo anche se non amavo girare tra la gente con la sigaretta accesa, ma sapere di potermi appartare e fumarmene una, mi tranquillizzava. Gli stand erano tutti molto illuminati tanto che si percepiva molto chiaramente il calore che emanavano gli spot. I mobili, a mio avviso, non avevano veramente una tendenza moda, a me sembrava di visitare un enorme mobilificio ed il tessuto, che era la parte che mi interessava maggiormente, rappresentava si e no un cinque per cento dei materiali esposti. Molte aziende, ricordo che era il salone del tessile ma gli espositori erano tutti o quasi, fabbricanti di mobili. Il tessuto compariva sulle poltrone, i divani, ma a fianco dell’oggetto esposto, c’erano sempre gli espositori con i tessuti che si potevano utilizzare per quel modello ed i campionari della mia azienda erano talvolta presenti, ma in mezzo a quelli di tanti altri, anzi, le proposte fatte con i tessuti nostri, erano classificati quasi sempre al livello della pelle e quindi quelli più cari. Io avevo memorizzato i tessuti della nostra collezione per cui cominciai ad annotarmi quali aziende esponevano il modello base con i nostri tessuti e quali avevano nello stand il nostro campionario. Fu una ricerca abbastanza difficile perché molti stand erano chiusi alla vista del pubblico anzi, in alcuni stand, come quello di Poltrona Frau, avevano un personaggio, come fosse una guardia giurata ma senza pistole, che chiedeva l’azienda di provenienza ed il motivo della visita, se si aveva un appuntamento o meno e con chi, altrimenti non si poteva entrare. Cercai, man mano, di portarmi nella zona ed all’ora in cui avevo appuntamento con Maurizio che arrivò, trafelato perché era partito tardi da Venezia ed era arrivato in automobile e, questo lo sapevo anch’io, trovare un parcheggio a Milano zona fiera verso le dieci e trenta, era come fare un tredici al totocalcio. Con Maurizio le visite ai vari stand cambiò completamente registro. Lui aveva in programma di andare a visitare i suoi clienti e non guardava nemmeno gli stand che non lo coinvolgevano come rappresentante. A me sembrava un po’ un controsenso: perché andare a visitare clienti già acquisiti quando si concretizzava l’occasione per visitarne e proporsi a nuovi clienti. Mi spiegò il suo punto di vista, che per me rimase del tutto suo e che non ho affatto condiviso e cioè che chi esponeva cercava clienti per i suoi prodotti finiti e quindi erano presenti sullo stand i venditori di quell’azienda, non i commerciali o i direttori artistici. Alla mia obiezione che però c’erano anche molte piccole aziende che però sono quelle che fanno le loro produzioni meno standardizzate, e dove era quasi sempre presente il titolare che poi alla fine era anche il direttore degli acquisti. Inoltre i venditori, come li definiva lui, quando andavano a vendere, potevano proporre un rivestimento di un fabbricante piuttosto di un altro e quindi automaticamente si creavano delle occasioni di vendita. Ma fui e restò una dialettica fine a se stessa perché fino alla fine della nostra giornata a Milano, seguivo lui come un cagnolino e spesso entravamo in uno stand e lui si dimenticava di presentarmi per cui mi sentivo in profondo disagio, come un intrufolato nella loro conversazione. Lui era in auto, clienti alla fine, avevo capito che non ne aveva poi molti anche perché moltissimi, specialmente quelli del Friuli, esponevano sedie e comunque prodotti di falegnameria più che di articoli ad alta incidenza di tessuto. Sembra impossibile credere che girare per una fiera è infinitamente stanchevole, ad un certo punto entravamo in uno stand e ci accomodavamo in poltrona, almeno fino a quando non arrivava un operatore a chiederci se poteva esserci utile nel qual caso ci toccava andare via. Volgeva l’ora di ripartire per Venezia, io avevo anche il biglietto ma Maurizio insistette perché tornassi con lui in auto che mi avrebbe accompagnato direttamente a casa che alla fine abitavamo relativamente vicini ed il biglietto l’avrebbero recuperato come spesa. A questo punto, ero totalmente dipendente da Maurizio, sia per il viaggio che per l’orario, ma lui decise di ripartire piuttosto presto, almeno per i tempi che mi ero calcolato io che avrei voluto fare un giro quasi di tutto e poi, anche a sera inoltrata rientrare a Venezia tanto, alle diciannove e trenta chiudeva tutto. Alle diciotto circa, Maurizio decise che era ora di ripartire e così fu. A quel punto però, io mi sentivo deresponsabilizzato perché a me era stato detto di riferirmi a lui e muovermi di conseguenza e nonostante in disaccordo, lo seguii. Fu una disavventura. Conoscevo la fama di conducente di Maurizio ma le ritenevo malelingue, dicerie, ed invece potei constatare di persona quanto bene avrei fatto tornandomene in treno. Lui era piuttosto euforico e molto contento di fare il viaggio in compagnia. Già uscire dal parcheggio e poi da Milano fino all’autostrada, mi diede il senso delle misure e delle distanze, sia frontali che laterali che aveva il mio autista: si portava spesso proprio a ridosso della macchina davanti e poi frenava abbastanza bruscamente tanto che mi dava l’idea che fosse spesso distratto. La tratta, poi, che esce da Milano, fino a Cormano, è sempre stata una tratta molto trafficata e saturata anche a causa del movimento dei pendolari. Al casello, barriera di Milano, si trovava tutto a destra, le corsie riservate ai telepass ma, non avendolo, si portò bruscamente a sinistra, per andare a centrare un casello con biglietteria. Questa manovra mi fece realmente rabbrividire perché, oltretutto,sollevò l’ira di diversi automobilisti ch con i loro clacson esprimevano la protesta. In autostrada l’ uso della freccia ai cambi di corsia sembrava un optional ed anche in questo tipo di traffico, lui si portava a ridosso del veicolo che lo precedeva e quindi usciva improvvisamente in sorpasso. Con i mezzi pesanti, assicuro, era proprio spaventoso. In ogni modo arrivammo in barriera a Venezia, mi accompagnò a casa ma non rendendoci conto che non era più in autostrada e regolando la sua velocità mantenendo lo stile de1 trecento chilometri fatti tra autostrada e tangenziale di Mestre. Quando cono sceso, mi sentivo un po’ miracolato ed ho giurato che mai e poi mai sarei salito ancora in auto con lui alla guida.

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