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PAUL CHARLES BIDAULT, IL FRANCESE

Noi impiegati certo non conoscevamo tutte le cose che passavano per la mente dell’Avvocato; lui partiva, faceva un mezzo giro del mondo passando da Francoforte, Parigi, spesso New York ma io lo sapevo solo perché notavo l’agitazione della sua segretaria quando si arrivava verso mezzogiorno ed il Capo era in America. All’epoca telefonare dagli Stati uniti in Italia costava un accidente e tutti i contatti, i report i dati, venivano trasmessi nel modo più rapido possibile per chiudere la telefonata nel tempo più breve. Ultimamente notavo che lasegetaria, quando era in viaggio il Capo, gli leggeva dei numeri in sequenza dicendo prima: Rigoni che sembrava quasi una password, direi oggi, all’epoca era una normalissima parola d’ordine.

Certamente era Ottobre, o comunque il freddo stava per arrivare, assieme all’acqua alta anche a Venezia, ed il Capo rientrava da un viaggio durato un bel po’ di giorni. Io non riuscivo a capire come facesse a prendere  l’aereo a New York alle 8 di mattina (ora locale) e dopo rientrare direttamente in sede ritrovandosi, di fatto, nuovamente alle 8 del mattino, ma con già 6 ore di viaggio. Devo dire che era un po’ stravolto quella volta però era abbastanza giovane da poter sopportare questi stress e comunque, anche se fortemente criticato, dava sempre un grande esempio di abnegazione al lavoro, suo in primis, ma che rifletteva l’idea di avere una Azienda solida, sicura anche per i lavoratori il cui numero piano piano cominciava a salire di qualche unità. Non tornò solo, venne direttamente in sede accompagnato da un signore francese che poco parlava italiano, ma si faceva capire. Lo portò subito nella sua stanza, a noi non sfuggiva nulla, e li restarono per ore ed ore, persino durante la pausa pranzo che ordinarono fuori, per poter continuare le loro confessioni reciproche. Noi tutti, curiosissimi ma impossibilitati a chiedere lumi, ovviamente. Fu il giorno seguente che l’Avvocato convocò quasi tutti nella sua stanza e da dietro alla sua scrivania, spostata per lasciare più spazio possibile a noi, ci presentò ufficialmente il   Sig. Paul Charles Bidault e ci mise al corrente che l’azienda avrebbe aperto, brevissimo termine, un punto vendita a Parigi. Per me che conoscevo molto bene il francese, parlato e scritto apparve immediatamente una possibilità di crescita professionale: evidentemente non avevo ancora capito cosa avessi voluto fare da grande passando da un interesse all’ altro in dieci minuti. Ci spiegò del grande significato che aveva sul piano internazionale avere uno show room a Parigi per una strategia sull’ export da mettere a punto ed ottimizzare, strategia per la quale c’era bisogno di tutti noi con nostro contributo, del rinnovamento di aggiornamento della collezione, per l’organizzazione dei groupages settimanali, per le pubblicità, per lo stock del magazzino che in previsione, per alimentare Parigi avrebbe dovuto essere aumentato e continuò un buon quarto di ora a raccontarci dove sarebbe stata la sede, inizialmente in Rue de Breteuil per poi trasferirsi niente meno che in Boulevard de St. Germain, come se noi tutti conoscessimo Parigi come le zone di casa nostra. Si vedeva, si leggeva, traspirava l’entusiasmo, l’orgoglio, la preoccupazione con la quale affrontava questa svolta. Solo alla fine, credo sottovalutando pure lui le conseguenze dell’accordo che aveva preso, ci disse che lo stesso Paul Charles Bidault, che da quel momento fu ribattezzato PCB, si sarebbe occupato di rinnovare la collezione, avendo lui alle spalle una grande storia come stilista di ( qui una sfilxza di nomi che a noi non dicevano nulla ) parecchie aziende ma come libero professionista mentre in azienda da noi si sarebbe dedicato esclusivamente, abbandonando le collaborazioni  con tutti gli altri. Per la stragrande maggioranza di noi, il “rinnovare la collezione” era una cosa senza significato, e non capivamo come una persona potesse dedicare tanto tempo; in fondo, bastava scegliere, nno per anno, qualche tessuto da aggiungere e qualcun altro da togliere, ma quando PCB si mise all’opera, la cosa fu chiara a tutti. Stava per nascere una Azienda che avrebbe fatto da guida alla costituzione dell’ ANETA, Associazione Italiana Editori Tessuti per Arredamento che in breve tempo si concretizzò e da “italiana” divenne Internazionale. Ma vado troppo avanti. 

PCB iniziò il suo lavoro, dai tessuti stampati dei quali fece eliminare – con calma – quasi l’ ottanta per cento della collezione. Si rivolse, per creare la “sua” collezione “Les documents”, ad una tinto stamperia di Como, credo ad oggi la migliore e più quotata. Sviluppò con loro ed in collaborazione con un certo Erasmmo, una collezione di dieci disegni, tutti coordinabili tra loro, e selezionando, poi, quattro varianti per colore di ciascun disegno. Ne uscì un malloppo di quaranta “numeri” . Numeri, si, numeri, perché fino ad allora per noi i tessuti erano codici, non li conoscevamo, non avremmo saputo dare un capo ed una coda dovendone raccontare la storia. Per la sezione tessuti operati, chiese il supporto di Giuseppe, e della tessitura di Firenze. La collaborazione tra PCB e Giuseppe,l’entusiasmo che ci misero nel concretizzare la fantasia, fece si che nel giro di soli, e ribadisco il “soli” perché sono tempi record, analizzati oggi, una collezione di tessuti Jacquard in vari disegni e varianti. Ma la cosa più sorprendente fu che c’era un insieme di tessuti che stavano tutti bene tra di loro, con l’aggiunta di un unito, ma quello si poteva trovare su piazza, e di un bel velluto di cotone in 34 varianti, la prima vera collezione prese forma e vita. Io non so gli altri cosa ne pensassero, io ero in ammirazione di un uomo che sprizzava sapienza, gusto, professionalità, empatia come PCB ma di fatto lo notammo tutti subito: dagli ordini di “1 pezza di 60 mt”  si passò ad ordini di 500 metri di una delle varianti del disegno “La forete immaginaire”, nel colore rosso blu e 1000 nel colore tabacco nero … cambiavano letteralmente i lotti di riordino, l’idea che si potecva avere di un magazzino dove furono obbligati a riordinare l’intera scaffalatura, dopo essersi trasferiti in uno più grande, con una impostazione assolutamente nuova, tanto che il capo del magazzino dovette andare a Milano per seguire un corso di formazione specifico per magazzinieri. Altra innovazione che portò in azienda PCB, fu quella della partecipazione alle mostre di arte e mercato europee, prima di tutto nella sua amata Parigi ma poi anche a Francoforte, Barcellona, Milano, Londra. Tutto questo non nel solo primo anno, ovviamente, il fatto è che sembrava una fonte inesauribile di idee. Ed io ci avevo visto giusto a tentare di entrare da subito il quel team: era un gruppo forte e motivato; l’invidia non mi appartiene, ma ammetto che quella volta un po’ di rammarico profondo l’ho provato.

La novità francese portò con se anche delle grosse problematiche: erano ancora i tempi delle dogane tra Italia e Francia, bisognava studiare come spedire con regolarità e garantire altrettanto per l’arrivo. A Parigi, ma questo l’ho saputo solamente dopo un anno circa, arrivavano i pacchetti (quasi tutti i tessuti erano arrotolati su tubo) già pronti per l’inoltro al Cliente: in Francia il mercato era diverso: gli show rooms servivano solamente per la rappresentanza e gli uffici, oltre che a ricevere clienti che, però, non potevano avere la merce direttamente. Per una strana convenzione, la vendita al privato non era ammessa, si poteva consegnare solo ai “professionnels” anche l’eventuale ordine preso in negozio. Si emetteva la fattura al tappezziere o all’arredatore e poi era chi trasformava la merce che si faceva pagare dal cliente finale. Tutto questo discorso per rientrare nel campo informatico: a breve la Direzione si rese conto che l’impianto programmi messo a punto con la Nixdorf, non era in grado di gestire una mole di lavoro quasi decuplicata perché il sistema francese era molto più macchinoso di quello Italiano, era fatto tutto sula base di “contremarque” cioè ogni passaggio prendeva un codice ordine e le merci dovevano essere pronte per un giorno preciso, ad un’ora precisa per poter essere consegnate al Corriere. PCB, oltre che il grande stilista che aveva dimostrato di essere, aveva anche delle enormi doti di manager aziendale e la divisione francese era una s.r.l.  diversa da quella italiana che era una s.p.a. quindi tra le due aziende doveva avvenire uno scambio in conto vendita, non si trattava di un semplice passaggio di beni da un magazzino all’altro. Anche la fatturazione per i clienti francesi partiva da Venezia. In sostanza i programmi della Nixdorf andavano in tilt con tutte queste complicazioni. Loro, i programmatori, si giustificavano affermando che non si era partiti con questi presupposti però, cosa gravissima se vista col senno di poi, con schemi impossibili da modificare, per nulla flessibili, chiusi. Anche PCB, per la Francia, assunse un programmatore per la gestione amministrativa in principal modo, ma poi anche per quella commerciale ed il Sig. Lebert, responsabile Francia, venne più volte in Italia a discutere con l’ Avvocato e Rigoni  ma purtroppo arrivarono alla conclusione che era tutto da rifare, daccapo e per di più in corso di funzionamento perché nel frattempo erano sparite le schede manuali, quelle magnetiche ed era stato tutto informatizzato. Tutto questo a me venne spiegato solamente dopo che era successo perché si sarebbe dovuto formare un gruppo di lavoro che si mettesse  disposizione dei programmatori a tempo pieno, che avessero una conoscenza aziendale sufficiente da poter rappresentare più settori dell’ azienda, che avessero disponibilità a lavorare anche più delle normali 8 ore ed infine, sufficientemente “aperte” da poter recepire il nuovo modo di pensare in locale, ma anche e soprattutto in rete, concetto che si inseriva come elemento nuovo: nell’azienda dove lavoravo io da circa 5 anni, entrava Internet ( ma non inteso come lo si intende oggi, era una via di mezzo tr connessione di due server privati su linea destinata più che una vera struttura di rete alla quel passammo in seguito).

Eravamo arrivati agli anni ’80 e senza rendercene conto ( almeno io parlo per me ) stavamo impostando uno strumento di comunicazione nuovo ma senza comprendere che avrebbe rivoluzionato il mondo intero.

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