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DAL COMMERCIALE, ALL’INFORMATICO ALLO STILISTA

Che turbine che furono, per me, i primi anni dell’ 80. Già, ero giovane, nel 1980 avevo 25 anni e, mi auto gratificavo per essere già intervenuto in modo attivo persino ad una riunione del CDA dopo soli cinque anni di presenza in azienda. Ma potevo io ritenermi soddisfatto ? Sinceramente si, mi sentivo caricato e ben deciso ad andare avanti in una progressione costante, non sapevo ancora bene cosa poter fare ma le occasioni in una azienda in tale espansione, non avrebbero dovuto mancare,  si doveva solo stare attenti a coglierle. E così fu perché nel 1983 avvenne un fatto che sconvolse l’ufficio acquisti del quale io comunque continuavo a far parte. Io, tre le altre cose avevo anche assunto il ruolo di rappresentante sindacale, regolarmente eletto dalla assemblea di tutti i lavoratori della sede e del magazzino ed avevo quindi anche accesso a molte informazioni sull’azienda più di altri colleghi e soprattutto avevo incontri e talvolta scontri, direttamente con il Presidente che si era ben reso conto che anche in materia sindacale mi ero formato leggendo e partecipando anche a riunioni per così dire per conto mio. Come rappresentante sindacale ero piuttosto agguerrito; non che ci fossero particolari motivi di tensione tra direzione e lavoratori, rano tutte “vertenze” di routine, come la discussione, anno dopo anno, della distribuzione del premio di produzione, delle “una tantum” a nostro avviso concesse sempre e solo alle solite persone che emergevano, a danno di nuove professionalità emergenti, la stesura dei piani ferie, orari di  lavoro, straordinari, tutte cose di routine, tranne quando si parlò di scioperi per il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro perché su questo tema ingaggiammo una battaglia abbastanza serrata. Il Presidente non voleva scioperi, ma noi eravamo pronti a farli finché siamo arrivati ad un compromesso che, nel nostro settore Federazione Italiana Lavoratori Tessili e Calzaturieri, creò un precedente a livello n azionale: il Presidente ci concesse dalla data di stipula fino alla data di rinnovo, l’intero pacchetto di richieste formulate, salvo rientrare, alle condizioni contrattuali dopo la sigla tra Confindustria e Sindacati. Dico che portò un precedente perché varie altre Aziende, di fatto, si  adeguarono a questo accordo che alla fine portò proprio la nostra controparte a perdere forza contrattuale considerato che molti loro soci facevano contratti sfavorevoli rispetto alla tenuta dei rappresentanti delle Aziende. In ogni modo, ero certo che la mia presenza come sindacalista era scomoda ma la cosa non mi preoccupava minimamente perché ero certo che il Presidente preferiva comunque un dialogo aperto ad uno scontro aperto.

Non ricordo esattamente il mese dl 1983 in cui il Presidente, oltre al programma di espansione della rete distributiva, decise di acquisire una seconda tessitura, con una trentina di operai, macchine obsolete, personale d’ufficio  arcaico ( e gerarchico ) in una situazione pre fallimentare e da risanare e rilanciare. Lui lo aveva fatto anche con la fabbrica di Firenze e noi l’avevamo rilanciata, ma doveva trovare tra il personale di sua fiducia, una persona da mandare li ed organizzare in situ, il lavoro gli studi di acquisto macchinari, manutenzioni, ristrutturazioni, personale, magazzino filarti e tutto quello che necessitava. La scelta, ovviamente non poteva ricadere su di me che esperienza di questo tipo di cose proprio non ne avevo e, tutto sommato, ero anche troppo giovane da mettere a capo di una fabbrica, lo comprendevo bene anch’io. La persona prescelta,però, fu Giuseppe : lui era originario di Gorgonzola, in Lombardia e la tessitura si trovava poco distante da casa sua dove aveva la famiglia e quindi a lui, la proposta parve molto  allettante mentre io non avrei mai lasciato la mia area geografica anche in considerazione che nel 1982 era nato il mio secondo figlio, una bimba che chiamammo Sara che si aggiungeva dopo sette anni a Marco, mio primogenito e da li non mi sarei schiodato di certo per cinque o sei giorni alla settimana.  Ma restava scoperto il suo posto, in sede: chi avrebbe assistito PCB, avrebbe progettato per lui i nuovi tessuti, dedicato ore ed ore a colorarli, prepararli per le selezioni dei colori della collezione ? Poi si poneva una altro problema: acquisire tessiture in fallimento era una grande affare, ma era necessario anche procurare lavoro e quindi trovare nuovi clienti ai quali far acquistare all’ingrosso per creare il loro magazzino e la loro collezione e con la loro firma, struttura di vendita, progettazione, programmazione e realizzazione, tutto da mettere in piedi. Ed ora le “macchine”, e di conseguenza gli uomini e le loro famiglie, erano più che raddoppiati e mentre si rafforzava molto la rete di vendita, la rete di produzione stentava a decollare. Il Presidente fece una riunione a cinque: ovviamente lui, il capofabbrica di Firenze, Giuseppe, il capofabbrica di Venezia e me; oggetto : come ci saremmo organizzati il lavoro. Erano otto anni che lavoravo in questa azienda e di strada, mi pareva, ne avevo fatta per arrivare ad una riunione generale dei “vertici” dell’area produzione. La discussione non durò molto, anzi, direi che le decisioni erano già tutte state prese e che più che una discussione si trattò di una comunicazione e per quel che mi riguardava era che ero stato “promosso” a responsabile del servizio di Stilismo dell’ Azienda con effetto immediato. Da notare che l’ufficio “stilismo” era composto da me e da un disegnatore perito tessile di origine culturale  svizzera, Daniele, che in quell’uffico, con Giuseppe, lavorava già da qualche tempo. Il Presidente rinviò poi ad incontri personali la definizione dei dettagli del nuovo organigramma. Avrebbe potuto mettere giù due righe e spiegarci cosa aveva deciso senza convocarci tutti in modo teatrale, era il mio pensiero, invece ha voluto sottolineare l’evento come se si trattasse di scelte vitali per la sussistenza dell’Azienda. Ovviamente venne anche il mio turno e la “promozione” assunse il suo vero significato: l’idea era, appunto, di sviluppare il reparto e chiamarlo progettazione e concentrare tutte le forze per conquistare la fiducia di clienti esterni ed esteri, per questo mi propose lo studio dell’ inglese, ovviamente a spese dell’ azienda, un consistente aumento di stipendio e ….. che lasciassi il ruolo di rappresentante sindacale. Decisamente credo di aver turbato il Presidente quando gli ho detto che ci avrei dovuto riflettere perché, secondo lui, era l’ occasione della mia vita mentre io temevo decisamente di “bruciarmi”. Ero perfettamente cosciente di non avere alcun tipo di formazione mirata all’ideazione di tessuti, non avevo basi ne sulle tipologie di filato esistenti in commercio e tantomeno della relativa titolazione ( termine simile a diametro ), non avrei saputo fare un disegno tecnico ( messa in carta ) e ancor meno attribuire i valori della struttura tessile (disegno). Nemmeno le materie telai, macchine accessorie alla produzione ( orditoio, cantre,  annodatrici, presentatori di trama, lamelle, pettini, casse battenti : ora posso anche tentare di spiegare su cosa non mi sentivo pronto ma all’epoca non avevo nemmeno idea del piano di studio che, ricordo, è di perito tessile ed è un diploma di scuola media superiore, su cinque anni.  

Ne parlai anche con Giuseppe, finora il mio unico maestro tessile, chiesi delle informazioni al capofabbrica di Firenze, Stefano, mio coetaneo, parlai con Daniele che lavorava già da prima di me con Giuseppe e che poteva anche avere delle aspettative personali sul ruolo e non desideravo un nemico. Ed a sera ne parlai con Gina, mia moglie perché ero certo che ad un avanzamento economico certamente avrei dovuto profondere maggiore impegno in termini di tempo m anche di concentrazione. Dovevo anche affrontare la maternità ed il post partum di Sara: l’inserimento in asilo nido dovetti farlo tutto io perché mia moglie, trascorsi i permessi di legge, doveva categoricamente riprendere il lavoro pena il licenziamento che non potevamo e non volevamo come conseguenza di un mio eventuale eccesso di impegni. Nel frattempo, si cominciavano a vedere in giro dei personal computer molto interessanti, per allora, ma i costi erano proibitivi.

Coi vedemmo, il giorno seguente, con il Presidente e gli confermai che accettavo l’incarico ma che non sarei certamente stato in grado di essere efficace prima di un anno che avrei dedicato si al lavoro quotidiano ma sul quale doveva prevalere il mio tempo dedicato alla mia formazione. Non mi pose limiti, era sufficiente che io gli facessi un succinto rapporto sul mio programma; gli risposi che non avevo fatto in tempo, dall’oggi al domani, predisporre una qualsiasi schema anche perché non avevo ancora chiaro il carico globale. Mi parve che la mia prudenza fosse stata apprezzata ed interpretato come maturità professionale più che paura o spavento. Di fatto, di questo programma non se ne parlò proprio più ed io me lo evasi man mano, secondo i miei ritmi. Uno dei problemi che proprio non avevo inizialmente considerato era che una tessitura era a Firenze e quindi a trecento chilometri da Venezia, e l’altra era a Cucciago, un paesino in Brianza distante trecentoventi chilometri da Venezia ed infine che da Cucciago a Firenze erano più di quattrocento. Mi serviva una macchina aziendale con relativa assicurazione casco, un telepass, una carta i credito (valida) non come la prima che mi fu data che pretendeva commissioni l fornitore talmente elevate che nessuno  la accettava. Spesso anticipavo io il denaro all’azienda ma a me non andava bene per principio l’accordo era che i viaggi erano spesati a piè di lista ma non con anticipo da parte mia. Presi “possesso” dl mio nuovo posto di lavoro, in una stanzetta che dava sulla corte interna, con tanto di pozzo di un palazzo veneziano antico. La stanza era anche ben illuminata ed appena ho potuto ho parlato con Daniele spiegandogli che sapevo benissimo che lui era diplomato perito tessile in Svizzera mentre io ero un liceale, che però la scelta della direzione era ricaduta su di me e che io non avrei potuto proporre il l cambio. Con mia sorpresa mi rispose che a lui di avere troppe preoccupazioni o responsabilità non interessava assolutamente,a lui bastava continuare con il suo tran tran e che anche se lo avessero proposto a lui di fare “il capo” non avrebbe accettato. Io non lo conoscevo prima di allora o perlomeno, solo di vista, ma mi resi  immediatamente conto che doveva avere qualche problema autistico o simile perché era anche dislessico e lavorava, talvolta, disteso a terra con maglie e pantaloni puliti, anche, ma con buchi e rattoppi, Anche a livello di immagine dell’azienda da portare in giro non era proprio il massimo. Potemmo quindi cominciare a lavorare insieme, solo che era lui che doveva spiegare a me quello che dovevo fare io. Ripresi contatto con Stefano a Firenze e mi misi d’accordo che sarei andato a trovarlo in fabbrica per farmi spiegare, da cima a fondo, il funzionamento di una tessitura. Stefano, e lo posso riconfermare dopo trent’anni che ci conosciamo, era il classico “toscanaccio” che brontola per tutto, si arrabbia se non si fa come dice lui ma poi ti da anche il cuore, te lo ripone nelle mani se solo sai come rispettarlo. Mi fissò lui il giorno perché andava bene così, io non ho nemmeno capito perché e quindi non mi sono messo a fare obiezioni, quel giorno li, che diceva lui, a me andava benissimo e confermai. Partenza da Venezia prima dell’alba, ricordo il sorgere del sole sulla A13, Padova Bologna, un caffè in autogrill e poi via in fabbrica per le 9,30. Stefano mi chiese se avessi dormito a Firenze per essere li tanto presto. Gli risposi solo che erano loro a fare un piacere a me e quindi desideravo non farmi aspettare. Mi fece vedere l’ufficio, ma quello mi interessava meno di tutto e poi giù in fabbrica, partendo dal magazzino dei filati tinti pronti per le lavorazioni. Sugli scaffali, ben disposte, tantissime rocche di filato nei colori più vari di un Pantone. Mi fece vedere filati lucidi ed opachi, nova e poliesteri, sete e cotoni, trame di imbottitura e trame da effetto e poi man mano tutte le tipologie utilizzate in azienda. Avevo sentito parlare e discutere del costo che rappresentava l’immobilizzazione dei capitale del magazzino filati, ma a vedere la quantità di materiale pronto, era molto più quantificabile, comprensibile invece di essere un numero avulso. Con il muletto, il magazziniere trasportava transpallets di filato verso la tessitura, o l’orditura, i due reparti di utilizzo. Io avevo anche sentito dire che uno dei punti forza dell’ Azienda era la diversità dei materiali, ma mai avrei pensato ad un impegno di magazino fatto di così tanti metri cubi.

Passammo, poi, al reparto seguente che era l’orditura. Una rastrelliera enorme che poteva vedere caricate fino a seicento  bobine di filato ( rocche) contemporaneamente. Da ciascuna rocca, poi partivano dei fili anche di diverso colore, che componevano l’aspetto verticale del tessuto finito. Per l’appunto,l’ordito. Stefano mi spiegò che più lungo era l’ordito e minore era la perdita di tempo, poi,  telaio argomentando che si facevano meno annodature. Ovvio che per me, in questa fase non significava molto, comunque presi per vero ciò che mi diceva,magari riservandomi poi di verificare cosa avevo capito. Tutti questi fili chiudevano come a imbuto fino  a stringersi in solo dieci centimetri che l’orditrice trattava con una disinvoltura incredibile. Stefano, poi, mi fece notare come, sempre questi fili, venivano trasferiti su di un unico cilindro che si chiamava subbio, un rocchellone pesantissimo  che talvolta poteva portare tredicimila fili per una lunghezza, ciascuno, di oltr mille metri. Ci avviammo, a questo punto verso il ristorante perché l’ora del pranzo era suonata e difficilmente le persone rinunciano a questa ancestrale abitudine.

Al rientro, andammo direttamente nel salone della tessitura. Da quel momento dovemmo iniziare ad urlare e leggere il labiale per capirci. Assistenti, tessitrici e garzoni, sembravano essere abituati, qualcuno portava delle cuffie insonorizzanti che per legge dovevano essere messe a disposizione dall’ Azienda, ma molti non avevano proprio nulla. Nei miei approfondimenti da sindacalista, avevo letto che la sordità era una malattia professionale ma non pensavo che il rumore, in fabbrica, fosse così forte. Tra loro sembravano parlarsi normalmente ed io non comprendevo come facessero. Comunque il salone tessitura era la parte più interessante di tutti gli altri reparti: preparati gli orditi e approvvigionati di filati per la trama le macchine viaggiavano tutte. Facemmo un breve giro della tessitura per visionare i vari tipi di tessuti che l’Azienda produceva in quel momento. Arrivò anche in tessitura, un nuovo subbio dal reparto di orditura ed allora andammo a seguire le prime fasi dell’ annodatura. Il telaio era predisposto per lavorare contemporaneamente con diciannovemiladuecento fili che, una volt terminata la produzione, per dire di rosso, si doveva passare alla produzione di un bianco. Tutti i fili dell’ordito terminato vennero tagliati, dopo averli invergati cioè dopo aver inserito delle stecche di legno  dividere i fili pari dai dispari. Era una operazione che si faceva fare direttamente al telaio però vederli tagliare e pensare che avrebbero dovuto essere annodati, uno ad uno, sul bianco in entrata a me faceva paura. Non all’ annodina ( o annodatrice ): anche i fili del nuovo ordito erano divisi tra pari e dispari e quindi, secondo la teoria, avrebbero dovuto incontrarsi perfettamente. Era stupefacente la delicatezza delle mani dell’annodatrice che pettinava, spazzolava, accarezzava i fili prima di partire con l’annodatura vera e propria. Poi, con una “macchinetta” iniziava con un lavoro certosino, ad annodarli uno ad uno. In realtà era la macchinetta che faceva i nodi, l’operaia doveva controllare che non si sfasassero i rispettivi pari e dispari. Non volli approfondire, compresi che era un lavoro ad alta specializzazione. Stefano, poi, mi confermò che erano operaie di qualifica “superiore” loro, così come le “maestrine” che erano le operaie più esperte tanto da poter insegnare sempre qualcosa e comunque risolvere i problemi più difficile ed in ogni caso.

Lasciammo la signora che stava lavorando in annodatura e Stefano mi accompagnò su dalle scalette di metallo e mentre salivo mi chiese se soffrivo di vertigini. Al mio no, proseguì e ci trovammo su una graticolato di metallo dal quale si vedeva perfettamente il salone di tessitura, ma da sopra. Ni spiegò che  in quel posto era necessario recarsi per effettuare il cambio di disegni da mettere in produzione. In sostanza, a telaio fermo, si doveva togliere un pacco di schede perforate in cartoncino resistente e sostituirle con altro, ovviamente compatibile  alla macchina su cui veniva montato. Quello era un lavoro degli “assistenti” di tessitura perché quello era considerato un posto pericoloso. Le schede, inoltre, chiamate cartoni, erano in cartone rinforzato, ma pur sempre molto fragili e ripararli era molto complesso e farli rifare era molto caro e quindi l’operazione andava svolta con molta cura e con pari attenzione si doveva riporlo sullo scaffale che restava sempre sulla montatura metallica, senza riportarli giù ogni volta. Su tutti gli angoli di questo soppalco, che copriva l’intero perimetro del salone tessitura, erano stipati più o meno ordinati, i cartoni di migliaia di disegni, coperti da uno strato dì polvere, alcuni evidentemente fermi da anni fuori produzione, ma, mi spiegò Stefano, non si potevano gettare in quanto erano un patrimonio dell’ Azienda.

Scendemmo ed entrammo nel vivo della tessitura. Trovai le operaie, intente nel loro lavoro, ma tutte più o meno sorridenti e quasi contente della visita. Stefano fece un cenno alla tessitrice e lei comprese che da quel momento il telaio lo avrebbe portato lui. In fabbrica c’erano ancora dei telai a navetta, potrei definirli antichi, fatti in legno ma su quelli sorvolammo per andare direttamente sule macchine più moderne. Gli ingegneri  che avevano progettato queste macchine, avevano messo a punto un sistema per cui, al fine di farli andare più veloci, la trama veniva catturata da una pinza fissata all’estremità dell’asta di destra che partiva contemporaneamente con quella di sinistra. AL centro, quasi per miracolo perché si trattava di un millesimo di secondo, le due pinze scambiavano la trama e la portante tornava al suo posto scarica e pronta a prendere un’altra trama mentre la traente portava la trama a fine corsa, oltre la cimosa. Questa era, in sostanza, l’ultimissima novità in fatto di telai che superava in resa anche quelli a proiettile, ad asta fissa, a pettine rotante .. toppo impegnativi da spiegare in questa sede che non vuole essere un trattato di tessitura. C’era veramente molto da imparare per arrivare a progettare tessuti da produrre su quelle macchine che sembravano mostri a trecento e più trame al minuto; oltre cinque al secondo.

Tornammo poi al telaio dove era stato cambiato l’ordito e lo trovammo finito solamente da avviare e per farlo, tutti i nodi di collegamento dovevano passare ciascuno per il suo percorso: prima nella lamella, poi nella maglia e quindi al pettine assolutamente in ordine. Con una certa difficoltà ed aiutandosi con colpi, spazzole e pettine, i nodi man mano passavano e nel giro di una mezz’ora, da che eravamo tornati, cominciò a lavorare. Arrivarono dal magazzino i filati per le trame, l’assistente andò a mettere il disegno da produrre e l’ operaia, lentamente avviava i primi cinque o dieci centimetri per dare corpo alle grattugie di trazione. Poi, ad un certo punto segnle da sopra e sotto, partenza.  Oramai si era anche fatta sera, ed io sapevo benissimo che avevo ancora trecento chilometri per rientrare a casa quindi,appena possibile, ripartii per Venezia ovviamente dopo aver salutato tutti loro, sempre molto gentili.

Durante il viaggio di rientro non capivo bene se ero confuso, più ricco di nozioni, concentrato o altro. La cosa che mi colpì di più fu il grande silenzio che c’era nel piazzale della fabbrica, un silenzio che quasi stordiva. Ma loro come facevano a restare il tessitura 8 ore al giorno tutti i giorni?

Come intuibile, io ero completamente assorbito da questo mio nuovo ruolo e mi ero assunto l’impegno di diventare un “progettista finito” nel giro di un anno, Adesso avevo una idea sul come si producevano i tessuti, ma avrei dovuto concentrarmi anche su come vanno progettati.

A sera, in evidente ritardo sui miei proposito di questa giornata, presi l’autostrada a Firenze Sud ed uscii alla barriera di Venezia dopo circa tre ore di viaggio.

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